Diatriba IV.13 — A quelli che rivelano facilmente i fatti propri

Libro IV · 24 sezioni · IV 13
1
Quando qualcuno ci sembra aver parlato con franchezza dei propri affari, come mai finiamo anche noi per essere trascinati a rivelargli i nostri segreti e crediamo che questo sia essere franchi?
2
Anzitutto perché ci sembra ingiusto che lui abbia ascoltato le cose del prossimo e noi, a nostra volta, non gli comunichiamo nulla delle nostre; poi perché pensiamo che, tacendo i fatti nostri, gli daremo l’impressione di non essere persone franche.
3
Spesso infatti sono soliti dire: «Io ti ho raccontato tutto di me, e tu non vuoi dirmi nulla di te? Dove si è mai visto?»
4
A questo si aggiunge il pensiero di poterci fidare senza pericolo di chi ci ha già affidato le proprie cose: ci si insinua infatti l’idea che costui non rivelerebbe mai le nostre, per timore che anche noi riveliamo le sue.
5
È così che a Roma gli sconsiderati vengono presi dai soldati. Un soldato in abiti civili si siede accanto a te e comincia a parlare male di Cesare; allora tu, come se avessi ricevuto in pegno la sua lealtà dal fatto che è stato lui a cominciare a insultarlo, dici a tua volta ciò che pensi, e poi vieni condotto via in catene.
6
Qualcosa del genere ci accade anche in generale. Il fatto che quello abbia affidato senza pericolo a me le proprie cose non significa che anch’io debba affidare le mie al primo che capita.
7
Io, dopo aver ascoltato, taccio, se sono fatto così; quello invece esce e racconta tutto a tutti. Poi, quando vengo a sapere ciò che è accaduto, se sono anch’io simile a lui, volendo vendicarmi rivelo le sue cose e così infango lui e mi infango anch’io.
8
Se invece ricordo che un uomo non danneggia un altro, ma che sono le proprie azioni a danneggiare e a giovare a ciascuno, riesco almeno a non fare qualcosa di simile a ciò che ha fatto lui; tuttavia, per la mia stessa loquacità, ho subito ciò che ho subito.
9
«Sì, ma è ingiusto che uno, dopo aver ascoltato i segreti del prossimo, non gli comunichi a sua volta nulla.»
10
— Ti avevo forse pregato di raccontarmeli, uomo? Hai forse rivelato le tue cose sulla base di un accordo, perché in cambio dovessi ascoltare anche le mie?
11
Se tu sei un chiacchierone e credi che tutti quelli che incontri siano amici, vuoi che anch’io diventi simile a te? E se tu hai fatto bene ad affidarmi le tue cose, ma non è bene affidare a te le mie, vuoi che anch’io mi ci butti?
12
È come se io avessi una botte ben chiusa e tu una bucata, e venissi ad affidarmi il tuo vino perché lo mettessi nella mia botte, per poi irritarti perché anch’io non affido a te il mio vino: la tua botte infatti è bucata.
13
Come può dunque esservi uguaglianza? Tu hai affidato le tue cose a un uomo leale, rispettoso di sé, che ritiene che soltanto le proprie azioni possano danneggiarlo o giovargli e nessuna cosa esterna.
14
E vuoi che io affidi le mie a te, uomo che ha disonorato la propria scelta morale e vuole ottenere qualche soldo, una carica o un avanzamento a corte, anche se per questo stessi per sgozzare i tuoi figli, come Medea?
15
Dove sarebbe l’uguaglianza? Mostrami invece che sei leale, rispettoso di te, saldo; mostrami che possiedi giudizi improntati all’amicizia; mostrami che il tuo recipiente non è bucato, e vedrai che non aspetterò che tu mi affidi le tue cose, ma verrò io stesso a pregarti di ascoltare le mie.
16
Chi infatti non vuole servirsi di un buon recipiente? Chi non apprezza un consigliere benevolo e leale? Chi non accoglierebbe volentieri qualcuno disposto a prendere su di sé, come un carico, una parte delle sue difficoltà e ad alleggerirlo proprio condividendole?
17
«Sì, ma io mi fido di te, tu non ti fidi di me.» — Anzitutto, neppure tu ti fidi di me: sei un chiacchierone e per questo non riesci a trattenere nulla. Se davvero fosse fiducia, affida le tue cose soltanto a me.
18
Ora invece, appena vedi qualcuno che ha tempo, ti siedi accanto a lui e dici: «Fratello, non ho nessuno più benevolo né più caro di te; ti prego, ascolta le mie cose». E fai così anche con persone che non conosci neppure un poco.
19
Se poi ti fidi davvero di me, è chiaro che lo fai perché mi ritieni leale e rispettoso di me stesso, non perché io ti abbia rivelato le mie cose.
20
Lascia dunque che anch’io pensi lo stesso di te. Mostrami che, se uno confida i fatti propri a qualcuno, per questo è leale e rispettoso di sé. Se fosse così, andrei in giro a raccontare le mie cose a tutti gli uomini, se questo bastasse a rendermi leale e rispettoso di me stesso. Ma non è così: occorrono giudizi di un certo genere, non i primi che capitano.
21
Se dunque vedi qualcuno impegnato nelle cose che non dipendono dalla scelta morale e che ha assoggettato a esse la propria scelta morale, sappi che quest’uomo ha diecimila persone capaci di costringerlo e impedirlo.
22
Non ha bisogno di pece o della ruota per rivelare ciò che sa: basta, se capita, un cenno di una ragazzina a smuoverlo, la benevolenza di un uomo di Cesare, il desiderio di una carica o di un’eredità e altre trentamila cose simili.
23
Bisogna dunque ricordare, fra i principi generali, che i discorsi riservati richiedono lealtà e giudizi di questo genere. Ma dove è facile trovarli oggi?
24
Oppure qualcuno mi mostri un uomo disposto in modo da poter dire: «Mi curo soltanto delle cose mie, di quelle che non possono essere impedite e sono libere per natura. In questo pongo l’essenza del bene; quanto al resto, accada come viene dato: non mi importa».