Quando qualcuno ci sembra aver parlato con franchezza dei propri affari, come mai finiamo anche noi per essere trascinati a rivelargli i nostri segreti e crediamo che questo sia essere franchi?
Diatriba IV.13 — A quelli che rivelano facilmente i fatti propri
Anzitutto perché ci sembra ingiusto che lui abbia ascoltato le cose del prossimo e noi, a nostra volta, non gli comunichiamo nulla delle nostre; poi perché pensiamo che, tacendo i fatti nostri, gli daremo l’impressione di non essere persone franche.
Spesso infatti sono soliti dire: «Io ti ho raccontato tutto di me, e tu non vuoi dirmi nulla di te? Dove si è mai visto?»
A questo si aggiunge il pensiero di poterci fidare senza pericolo di chi ci ha già affidato le proprie cose: ci si insinua infatti l’idea che costui non rivelerebbe mai le nostre, per timore che anche noi riveliamo le sue.
È così che a Roma gli sconsiderati vengono presi dai soldati. Un soldato in abiti civili si siede accanto a te e comincia a parlare male di Cesare; allora tu, come se avessi ricevuto in pegno la sua lealtà dal fatto che è stato lui a cominciare a insultarlo, dici a tua volta ciò che pensi, e poi vieni condotto via in catene.
Qualcosa del genere ci accade anche in generale. Il fatto che quello abbia affidato senza pericolo a me le proprie cose non significa che anch’io debba affidare le mie al primo che capita.
Io, dopo aver ascoltato, taccio, se sono fatto così; quello invece esce e racconta tutto a tutti. Poi, quando vengo a sapere ciò che è accaduto, se sono anch’io simile a lui, volendo vendicarmi rivelo le sue cose e così infango lui e mi infango anch’io.
Se invece ricordo che un uomo non danneggia un altro, ma che sono le proprie azioni a danneggiare e a giovare a ciascuno, riesco almeno a non fare qualcosa di simile a ciò che ha fatto lui; tuttavia, per la mia stessa loquacità, ho subito ciò che ho subito.
«Sì, ma è ingiusto che uno, dopo aver ascoltato i segreti del prossimo, non gli comunichi a sua volta nulla.»
— Ti avevo forse pregato di raccontarmeli, uomo? Hai forse rivelato le tue cose sulla base di un accordo, perché in cambio dovessi ascoltare anche le mie?
Se tu sei un chiacchierone e credi che tutti quelli che incontri siano amici, vuoi che anch’io diventi simile a te? E se tu hai fatto bene ad affidarmi le tue cose, ma non è bene affidare a te le mie, vuoi che anch’io mi ci butti?
È come se io avessi una botte ben chiusa e tu una bucata, e venissi ad affidarmi il tuo vino perché lo mettessi nella mia botte, per poi irritarti perché anch’io non affido a te il mio vino: la tua botte infatti è bucata.
Come può dunque esservi uguaglianza? Tu hai affidato le tue cose a un uomo leale, rispettoso di sé, che ritiene che soltanto le proprie azioni possano danneggiarlo o giovargli e nessuna cosa esterna.
E vuoi che io affidi le mie a te, uomo che ha disonorato la propria scelta morale e vuole ottenere qualche soldo, una carica o un avanzamento a corte, anche se per questo stessi per sgozzare i tuoi figli, come Medea?
Dove sarebbe l’uguaglianza? Mostrami invece che sei leale, rispettoso di te, saldo; mostrami che possiedi giudizi improntati all’amicizia; mostrami che il tuo recipiente non è bucato, e vedrai che non aspetterò che tu mi affidi le tue cose, ma verrò io stesso a pregarti di ascoltare le mie.
Chi infatti non vuole servirsi di un buon recipiente? Chi non apprezza un consigliere benevolo e leale? Chi non accoglierebbe volentieri qualcuno disposto a prendere su di sé, come un carico, una parte delle sue difficoltà e ad alleggerirlo proprio condividendole?
«Sì, ma io mi fido di te, tu non ti fidi di me.» — Anzitutto, neppure tu ti fidi di me: sei un chiacchierone e per questo non riesci a trattenere nulla. Se davvero fosse fiducia, affida le tue cose soltanto a me.
Ora invece, appena vedi qualcuno che ha tempo, ti siedi accanto a lui e dici: «Fratello, non ho nessuno più benevolo né più caro di te; ti prego, ascolta le mie cose». E fai così anche con persone che non conosci neppure un poco.
Se poi ti fidi davvero di me, è chiaro che lo fai perché mi ritieni leale e rispettoso di me stesso, non perché io ti abbia rivelato le mie cose.
Lascia dunque che anch’io pensi lo stesso di te. Mostrami che, se uno confida i fatti propri a qualcuno, per questo è leale e rispettoso di sé. Se fosse così, andrei in giro a raccontare le mie cose a tutti gli uomini, se questo bastasse a rendermi leale e rispettoso di me stesso. Ma non è così: occorrono giudizi di un certo genere, non i primi che capitano.
Se dunque vedi qualcuno impegnato nelle cose che non dipendono dalla scelta morale e che ha assoggettato a esse la propria scelta morale, sappi che quest’uomo ha diecimila persone capaci di costringerlo e impedirlo.
Non ha bisogno di pece o della ruota per rivelare ciò che sa: basta, se capita, un cenno di una ragazzina a smuoverlo, la benevolenza di un uomo di Cesare, il desiderio di una carica o di un’eredità e altre trentamila cose simili.
Bisogna dunque ricordare, fra i principi generali, che i discorsi riservati richiedono lealtà e giudizi di questo genere. Ma dove è facile trovarli oggi?
Oppure qualcuno mi mostri un uomo disposto in modo da poter dire: «Mi curo soltanto delle cose mie, di quelle che non possono essere impedite e sono libere per natura. In questo pongo l’essenza del bene; quanto al resto, accada come viene dato: non mi importa».