Diatriba I.17 — Che la logica è necessaria

Libro I · 29 sezioni · I 17
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Poiché la ragione è ciò che articola e mette a punto tutto il resto, e non deve essere essa stessa priva di articolazione, da che cosa sarà articolata?
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È chiaro infatti che lo sarà o da se stessa o da qualcos’altro. E quest’altro o sarà ragione, oppure sarà qualcosa di superiore alla ragione, il che è impossibile.
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Se è ragione, chi articolerà a sua volta quella? Se essa articola se stessa, può farlo anche questa. Se invece avremo bisogno di un’altra, il processo sarà infinito e senza termine.
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«Sì, ma è più urgente curare e occuparsi di cose simili.» Vuoi dunque sentir parlare di quelle cose? Ascolta.
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Ma se mi dici: «Non so se ragioni in modo vero o falso», e se dico qualcosa con un’espressione ambigua e mi dici: «Distingui», non ti sopporterò più, ma ti dirò:
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«Ma è più urgente». Per questo, credo, si mette la logica al primo posto, come, quando si misura il grano, si antepone l’esame della misura.
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Se infatti non determiniamo prima che cosa sia un moggio e non determiniamo prima che cosa sia una bilancia, come potremo ancora misurare o pesare qualcosa?
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E dunque qui, se non abbiamo compreso e precisato il criterio delle altre cose e ciò per mezzo di cui le altre vengono comprese, potremo forse precisare e comprendere qualcosa delle altre?
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E come sarebbe possibile? «Sì, ma il moggio è di legno e non produce nulla.»
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Ma serve a misurare il grano. «Anche la logica non produce nulla.» Su questo vedremo. Ma anche se uno lo concedesse, basta questo: essa distingue ed esamina le altre cose e, per così dire, le misura e le pesa.
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Chi dice queste cose? Soltanto Crisippo, Zenone e Cleante?
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Non lo dice anche Antistene? E chi ha scritto che il principio dell’educazione è l’esame dei nomi? Non lo dice anche Socrate? E di chi scrive Senofonte che cominciava dall’esame dei nomi, chiedendo che cosa significasse ciascuno?
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È forse questa la cosa grande e ammirevole: capire Crisippo o spiegarlo? E chi lo dice? Che cos’è dunque ammirevole?
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Comprendere la volontà della natura. E allora? La comprendi da te stesso? Di chi hai ancora bisogno? Se infatti è vero che tutti sbagliano involontariamente, e tu hai compreso la verità, è necessario che ormai tu agisca rettamente.
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«Ma, per Zeus, io non comprendo la volontà della natura.» Chi dunque la spiega? Dicono che sia Crisippo.
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Vado allora a cercare che cosa dice questo interprete della natura. Comincio a non capire ciò che dice e cerco chi me lo spieghi: «Guarda, esamina come si dice questo», come se fosse in latino.
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Che motivo ha dunque qui di inorgoglirsi chi lo spiega? Non lo avrebbe giustamente nemmeno Crisippo stesso, se si limitasse a spiegare la volontà della natura senza seguirla; quanto meno chi spiega lui!
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Non abbiamo infatti bisogno di Crisippo per se stesso, ma per poter seguire la natura. Né del sacrificatore per se stesso, ma perché per mezzo suo crediamo di comprendere il futuro e i segni dati dagli dèi; né delle viscere per se stesse,
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ma perché attraverso di esse vengono dati dei segni; e non ammiriamo il corvo o la cornacchia, ma Dio che dà segni attraverso di loro.
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Vado dunque da questo interprete e sacrificatore e gli dico: «Esamina per me le viscere: che cosa mi viene indicato?»
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Egli le prende, le apre e spiega: «Uomo, hai una scelta morale che per natura non può essere ostacolata né costretta. Questo è scritto qui, nelle viscere.
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Te lo mostrerò anzitutto nell’ambito dell’assenso. Può qualcuno impedirti di assentire al vero? Nessuno. Può qualcuno costringerti ad accogliere il falso?
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Nessuno. Vedi dunque che, in questo ambito, la tua facoltà di scelta morale non può essere ostacolata, costretta o impedita?
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Su, è forse diverso nell’ambito del desiderio e dell’impulso? Che cosa può vincere un impulso se non un altro impulso? E che cosa può vincere desiderio e avversione se non un altro desiderio e un’altra avversione?
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«Ma», dice, «se mi si mette davanti la paura della morte, questa mi costringe.» Non è ciò che ti viene messo davanti a costringerti, ma il fatto che ti sembra meglio fare una di quelle cose piuttosto che morire.
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Ancora una volta, dunque, è stato il tuo giudizio a costringerti: cioè è stata la scelta morale a costringere la scelta morale.
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Se infatti Dio avesse fatto quella parte propria che ci ha dato, staccandola da sé, in modo che potesse essere ostacolata o costretta da lui stesso o da qualcun altro, non sarebbe più Dio e non si prenderebbe cura di noi come deve.»
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«Questo», dice, «trovo nelle vittime sacrificali. Questo ti viene indicato: se vuoi, sei libero; se vuoi, non biasimerai nessuno, non accuserai nessuno; tutto avverrà secondo il tuo volere e insieme secondo quello di Dio.»
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Per questo responso vado da questo sacrificatore e filosofo, non perché ammiri lui per la sua interpretazione, ma ciò che interpreta.