Diatriba II.5 — Come possono coesistere magnanimità e cura

Libro II · 29 sezioni · II 5
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Le materie sono indifferenti; il loro uso, invece, non è indifferente.
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Come si può dunque conservare insieme la fermezza e l’imperturbabilità, e insieme la cura, senza agire a caso né con trascuratezza?
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Imitando i giocatori di dadi. Le pedine sono indifferenti, i dadi sono indifferenti: come posso sapere che cosa uscirà? Ma usare con cura e abilità ciò che è uscito, questo ormai è compito mio.
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Così dunque anche nella vita il compito principale è questo: distingui le cose, separale e di’: «Le cose esterne non dipendono da me; la scelta morale dipende da me».
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Dove cercherò il bene e il male? Dentro, nelle cose mie. Nelle cose altrui, invece, non chiamare mai nulla né bene né male, né vantaggio né danno, né altro di simile.
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Che dunque? Bisogna usare queste cose con negligenza? Nient’affatto. Perché anche questo è un male per la scelta morale ed è, per essa, contrario alla natura.
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Bisogna invece usarle insieme con cura, perché l’uso non è indifferente, e con fermezza e imperturbabilità, perché la materia è indifferente.
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Là infatti dove sta ciò che conta, nessuno può né impedirmi né costringermi. Là dove invece posso essere impedito e costretto, il conseguimento di quelle cose non dipende da me e non è né bene né male; il loro uso, invece, è bene o male, e dipende da me.
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È difficile mescolare e riunire queste due cose: la cura di chi si applica alle materie e la fermezza di chi non attribuisce loro importanza; ma non è impossibile. Altrimenti sarebbe impossibile essere felici.
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È come ciò che facciamo durante un viaggio per mare. Che cosa posso fare io? Scegliere il timoniere, i marinai, il giorno, il momento opportuno.
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Poi sopraggiunge una tempesta. Che cosa mi resta da fare? Io ho compiuto ciò che spettava a me. Ora la faccenda appartiene a un altro, al timoniere. «Ma la nave affonda».
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Che cosa posso fare, dunque? Faccio soltanto ciò che posso: affogo senza paura, senza gridare e senza accusare Dio, sapendo che ciò che è nato deve anche perire.
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Non sono eterno, infatti, ma un uomo, una parte del tutto come un’ora è parte del giorno. Devo presentarmi come un’ora e passare come un’ora.
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Che differenza fa dunque come passerò, se annegato o per la febbre? Per una via di questo genere devo comunque passare.
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Vedrai fare lo stesso anche a chi gioca bene a palla. Nessuno di loro si preoccupa della palla come se fosse un bene o un male, ma di come lanciarla e riceverla.
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È dunque in questo che stanno il buon ritmo, l’abilità, la rapidità e il buon giudizio: io, anche tendendo il grembo, posso non riuscire a prenderla; l’altro invece prende ciò che gli lancio.
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Ma se riceviamo o lanciamo la palla con turbamento e paura, che gioco è più? Dove sarà la fermezza? Dove si vedrà la continuità del gioco? Uno dirà: «Lanciala»; un altro: «Non lanciarla»; un altro ancora: «Non lanciarla in alto». Questa è ormai una lite, non un gioco.
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Perciò Socrate sapeva giocare a palla. In che modo? Giocando in tribunale. «Dimmi, Anito», dice, «in che senso affermi che io non credo in un dio? Che cosa ti sembrano essere gli esseri divini? Non sono forse figli degli dèi, oppure esseri nati dall’unione di uomini e dèi?»
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Quando quello lo ammise: «Chi dunque, secondo te, può ritenere che esistano i muli ma non gli asini?» Giocava come con una palla. E che cos’era allora la palla posta in mezzo? Essere imprigionato, essere esiliato, bere il veleno, essere separato dalla moglie, lasciare i figli orfani.
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Queste erano le cose in mezzo alle quali giocava, e tuttavia continuava a giocare e a maneggiare la palla con buon ritmo. Così anche noi: la massima cura nel gioco, ma l’indifferenza come se si trattasse di una palla.
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Bisogna infatti esercitare la propria abilità su qualche materia esterna, ma senza attribuire valore alla materia stessa: qualunque essa sia, bisogna mostrare l’abilità nel trattarla. Così anche il tessitore non produce la lana, ma lavora con arte quella che riceve.
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Un altro ti dà il cibo, i possedimenti e può toglierti anche queste cose e il corpo stesso. Tu, ricevuta la materia, lavorala. E poi, se ne esci senza aver subito nulla,
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gli altri che ti incontrano si congratuleranno con te perché sei salvo; ma chi sa giudicare queste cose, se vedrà che ti sei comportato dignitosamente in quella situazione, ti loderà e si rallegrerà con te; se invece vedrà che ti sei salvato grazie a qualche indegnità, farà il contrario. Dove infatti è ragionevole rallegrarsi, lì è ragionevole anche congratularsi.
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Come si può dunque dire che alcune cose esterne sono secondo natura e altre contro natura? Come se le considerassimo isolate. Del piede dirò infatti che è secondo natura essere pulito; ma se lo consideri come piede e come qualcosa che non è isolato, gli toccherà anche entrare nel fango, calpestare spine e talvolta essere amputato per il bene dell’intero corpo; altrimenti non sarà più un piede. Qualcosa di simile bisogna pensare anche di noi.
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Che cosa sei? Un uomo. Se ti consideri come un essere isolato, è secondo natura vivere fino alla vecchiaia, essere ricco, essere sano. Ma se ti consideri come uomo e come parte di un tutto, per quel tutto ora può convenirti ammalarti, ora navigare e correre pericoli, ora trovarti nel bisogno, e talvolta morire prima del tempo.
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Perché dunque ti indigni? Non sai che, come quello altrimenti non sarebbe più un piede, così tu non saresti più un uomo? Che cos’è infatti un uomo? Una parte di una città: anzitutto di quella formata da dèi e uomini, poi di quella che chiamiamo la più vicina, che è una piccola imitazione della città universale.
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«Dunque ora devo essere processato io? Ora un altro deve avere la febbre, un altro navigare, un altro morire, un altro essere condannato?» È impossibile infatti che, con un corpo come questo, in un mondo come questo e vivendo insieme a uomini come questi, non capitino a persone diverse cose diverse di questo genere.
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Il tuo compito, dunque, è presentarti e dire ciò che devi, e disporre la cosa come conviene.
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Poi quello dice: «Ti giudico colpevole». Ti auguro ogni bene. Io ho fatto ciò che spettava a me; se anche tu hai fatto ciò che spettava a te, vedilo tu stesso. Anche lui corre infatti un rischio: non dimenticarlo.