Diatriba III.2 — In che cosa deve esercitarsi chi vuole progredire e che trascuriamo le cose più importanti

Libro III · 18 sezioni · III 2
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Tre sono gli ambiti in cui deve esercitarsi chi vuole diventare un uomo buono e virtuoso: quello che riguarda i desideri e le avversioni, perché non fallisca ciò che desidera e non incappi in ciò che vuole evitare;
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quello che riguarda gli impulsi all’azione e all’astensione e, in generale, il dovere, perché si agisca con ordine, ragionevolmente e non con negligenza; il terzo riguarda il non lasciarsi ingannare né sviare da ciò che è soltanto plausibile e, in generale, gli assensi.
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Il più importante e urgente di questi è quello che riguarda le passioni: una passione infatti non nasce altrimenti che dal fallimento di un desiderio o dall’incappare in ciò che si vuole evitare. È questo che produce turbamenti, agitazioni, insuccessi e infelicità, dolori, lamenti, invidie; che rende invidiosi e gelosi, al punto che per loro causa non siamo neppure capaci di ascoltare la ragione.
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Il secondo riguarda il dovere: non devo infatti essere impassibile come una statua, ma conservare le relazioni naturali e acquisite, da uomo pio, da figlio, da fratello, da padre, da cittadino.
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Il terzo, che si addice ormai a chi progredisce, riguarda il rendere sicuro tutto questo, perché neppure nel sonno passi inosservata una rappresentazione non esaminata, né nell’ebbrezza, né quando si è in preda alla malinconia. — Questo, si dice, è al di sopra delle nostre forze.
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— I filosofi di oggi, invece, lasciati da parte il primo e il secondo ambito, si dedicano al terzo: agli argomenti che mutano di significato, a quelli che concludono mediante domande, agli ipotetici, agli argomenti del mentitore.
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— Bisogna infatti, si dice, anche quando ci si trova alle prese con queste materie, non lasciarsi ingannare.
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— Chi? L’uomo buono e virtuoso. E a te dunque manca solo questo? Hai già portato a perfezione gli altri ambiti? Davanti a una monetina non ti lasci ingannare? Se vedi una bella ragazza, resisti alla rappresentazione? Se il tuo vicino riceve un’eredità, non ti rode? Ora non ti manca altro che una fermezza incrollabile?
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Disgraziato, impari proprio queste cose tremando e angosciandoti che qualcuno possa disprezzarti, e informandoti se qualcuno dice qualcosa di te.
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E se qualcuno viene a dirti che, mentre si discuteva su chi fosse il migliore dei filosofi, uno dei presenti ha detto: «L’unico filosofo è il tale», la tua animuccia, da grande quanto un dito, diventa lunga due cubiti. Ma se un altro dei presenti dice: «Non hai detto nulla; non vale la pena ascoltare il tale. Che cosa sa? Conosce soltanto i primi rudimenti, niente di più», allora vai fuori di te, impallidisci e subito gridi: «Gli mostrerò chi sono, che sono un grande filosofo».
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Lo si vede proprio da queste cose. Perché vuoi mostrarlo con altro? Non sai che Diogene indicò così uno dei sofisti, tendendo il dito medio? Poi, quando quello impazzì dalla rabbia, disse: «È lui il tale: ve l’ho mostrato».
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Un uomo, infatti, non si mostra con un dito come una pietra o un pezzo di legno; ma quando si mostrano i suoi giudizi, allora lo si è mostrato in quanto uomo.
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Guardiamo anche i tuoi giudizi. Non è forse evidente che non tieni in alcun conto la tua scelta morale e guardi invece fuori, alle cose che non dipendono dalla scelta morale: che cosa dirà il tale e che cosa sembrerai essere, se un uomo colto, se uno che ha letto Crisippo o Antipatro? E se hai letto anche Archedemo, hai ottenuto tutto.
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Perché allora ti angosci ancora all’idea di non mostrarci chi sei? Vuoi che ti dica che cosa ci hai mostrato? Un uomo qualunque, meschino, lamentoso, irascibile, vile, che trova da ridire su tutto, accusa tutti, non sta mai tranquillo, vanitoso. Questo ci hai mostrato.
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Va’ ora e leggiti Archedemo; poi, se un topo cade giù e fa rumore, sei morto. Perché ti attende una morte come quella che toccò anche a… come si chiamava?… Crini. Anche lui andava molto fiero di capire Archedemo.
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Disgraziato, non vuoi lasciar perdere queste cose che non ti riguardano affatto? Queste cose si addicono a chi è capace di impararle senza turbarsi, a chi può dire: «Non mi adiro, non mi affliggo, non invidio, non sono impedito, non sono costretto. Che cosa mi resta? Ho tempo libero, vivo tranquillo».
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Vediamo come bisogna trattare gli argomenti che mutano di significato; vediamo come, accettata un’ipotesi, non ci si lasci condurre a nessuna assurdità. Queste sono cose per loro.
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A chi se la passa bene si addice accendere il fuoco, pranzare e, se capita, cantare e ballare; ma mentre la nave affonda, tu arrivi e mi issi le vele.