Diatriba I.25 — Sullo stesso argomento

Libro I · 33 sezioni · I 25
1
Se queste cose sono vere, e se non stiamo dicendo sciocchezze né fingendo quando affermiamo che il bene dell’uomo e il male sono nella scelta morale, mentre tutto il resto non ci riguarda, perché siamo ancora turbati, perché abbiamo ancora paura? Su ciò di cui ci siamo presi cura nessuno ha potere;
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e di ciò su cui gli altri hanno potere noi non ci curiamo. Quale problema ci resta ancora?
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«Ma dammi delle istruzioni.» Che istruzioni dovrei darti? Zeus non te ne ha già date? Non ti ha dato ciò che è tuo libero da impedimenti e ostacoli, e ciò che non è tuo soggetto a impedimenti e ostacoli?
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Quali istruzioni, dunque, quali ordini hai ricevuto da lui quando sei venuto qui? Custodisci in ogni modo ciò che è tuo; non desiderare ciò che appartiene agli altri. La fedeltà è tua… Chi dunque può toglierti queste cose? Chi, se non tu stesso, potrà impedirti di servartene? E tu come fai? Quando ti affanni per ciò che non è tuo, perdi ciò che è tuo.
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Avendo ricevuto da Zeus consigli e ordini come questi, quali altri ne vuoi da me? Sono forse più potente di lui, più degno di fiducia?
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Se osservi questi precetti, hai forse bisogno di qualcos’altro? «Ma non è stato lui a impartire questi ordini?» Porta le prenozioni, porta le dimostrazioni dei filosofi, porta ciò che hai ascoltato tante volte, porta ciò che tu stesso hai detto, porta ciò che hai letto, porta ciò su cui ti sei esercitato.
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Fino a quando, dunque, è bene osservare queste regole e non interrompere il gioco?
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Finché il gioco procede decorosamente. Ai Saturnali viene sorteggiato un re: si è deciso infatti di fare questo gioco. Ordina: «Tu bevi, tu mescola il vino, tu canta, tu vattene, tu vieni.» Obbedisco, perché il gioco non venga interrotto per causa mia.
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«Ma tu pensa di trovarti nel male.» Non lo penso. E chi mi costringerà a pensarlo?
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Di nuovo, abbiamo convenuto di recitare la storia di Agamennone e Achille. Quello designato come Agamennone mi dice: «Va’ da Achille e portagli via Briseide.» Vado.
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«Vieni.» Vengo. Come ci comportiamo negli argomenti ipotetici, così dobbiamo comportarci anche nella vita. «Ammettiamo che sia notte.» Ammettiamolo. «E allora? È giorno?» No: ho infatti accettato l’ipotesi che sia notte.
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«Ammettiamo che tu ritenga che sia notte.» Ammettiamolo. «Ma allora credi anche che sia notte.» Questo non segue dall’ipotesi.
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Così anche qui. «Ammettiamo che tu sia sfortunato.» Ammettiamolo. «Hai dunque cattiva sorte?» Sì. «E allora? Sei infelice?» Sì. «Ma allora pensa anche di trovarti nel male.» Questo non segue dall’ipotesi; e un altro me lo impedisce.
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Fino a che punto, dunque, bisogna obbedire a cose del genere? Finché conviene; e cioè finché conservo ciò che è decoroso e appropriato.
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Alcuni poi sono intrattabili e di cattivo umore e dicono: «Io non posso cenare da costui, se devo sopportare ogni giorno che racconti come ha combattuto in Misia: “Ti ho raccontato, fratello, come sono salito sulla collina? Poi ricominciarono ad assediarmi…”»
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Un altro dice: «Io preferisco cenare e ascoltarlo chiacchierare quanto vuole.»
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E tu confronta il valore delle due cose; soltanto, qualunque cosa tu faccia, falla senza sentirti oppresso, senza angustiarti e senza pensare di trovarti nel male: a questo infatti nessuno ti costringe.
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C’è fumo nella stanza? Se è moderato, rimango; se è troppo, esco. Bisogna infatti ricordare e tenere fermo questo: la porta è aperta.
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«Ma non abitare a Nicopoli.» Non ci abito. «Neppure ad Atene.» Neppure ad Atene. «Neppure a Roma.» Neppure a Roma. «Abita a Giaro.» Ci abito. Ma abitare a Giaro mi sembra troppo fumo.
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Me ne vado dove nessuno potrà impedirmi di abitare: quella dimora infatti è aperta a tutti.
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E quanto all’ultima tunichetta, cioè il corpo, oltre questo nessuno ha alcun potere su di me.
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Per questo Demetrio disse a Nerone: «Tu minacci me di morte, ma la natura minaccia te.»
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Se invece ammiro il mio piccolo corpo, mi sono consegnato schiavo; se ammiro i miei piccoli possedimenti, schiavo anche in questo caso.
24
Infatti sono io stesso a rivelare subito, contro di me, da dove posso essere preso. Come quando il serpente ritrae la testa, dico: «Colpiscilo proprio lì, dove cerca di proteggersi.» E anche tu sappi che, qualunque cosa tu voglia proteggere, è proprio lì che il padrone ti assalirà.
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Ricordandoti di queste cose, chi adulerai ancora, chi temerai?
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«Ma voglio sedermi dove siedono i senatori.» Vedi che sei tu a metterti alle strette, sei tu ad angustiarti?
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«E come farò altrimenti a vedere bene lo spettacolo nell’anfiteatro?» Uomo, non guardarlo affatto, e non ti angustierai. Perché ti procuri questi fastidi? Oppure aspetta un poco e, quando lo spettacolo è finito, siediti nei posti dei senatori e prendi il sole.
28
In generale, ricordati questo: siamo noi a opprimerci, siamo noi a metterci alle strette; vale a dire, sono i nostri giudizi a opprimerci e a metterci alle strette.
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Che cos’è infatti, di per sé, essere insultati? Mettiti accanto a una pietra e insultala: che cosa otterrai? Se dunque uno ascolta come una pietra, che vantaggio ne ricava chi lo insulta? Se invece chi insulta trova nella debolezza dell’insultato un punto d’appoggio, allora ottiene qualcosa.
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«Spoglialo.» Chi, lui? Prendi il mantello e strappalo.
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«Ti ho oltraggiato.» Buon per te. Questo esercitava Socrate, e per questo mantenne sempre un solo volto. Noi invece vogliamo esercitare e praticare qualsiasi cosa, tranne come diventare liberi da impedimenti e liberi.
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«I filosofi dicono cose paradossali.» E nelle altre arti non ci sono cose paradossali? Che cosa c’è di più paradossale che pungere l’occhio a qualcuno perché possa vedere? Se lo dicessi a uno che non sa nulla di medicina, non riderebbe di chi lo dice?
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Che c’è dunque di strano se anche in filosofia molte cose vere sembrano paradossali a chi non ne ha esperienza?