Diatriba II.6 — Sull’indifferenza

Libro II · 27 sezioni · II 6
1
Il condizionale è indifferente; il giudizio che ne diamo non è indifferente, ma è conoscenza, opinione oppure errore. Allo stesso modo, vivere è indifferente; l’uso che ne facciamo non è indifferente.
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Dunque, quando qualcuno vi dice che anche queste cose sono indifferenti, non diventate per questo negligenti; e quando qualcuno vi esorta alla cura, non diventate servili né ammirate la materia esterna.
3
È bene anche conoscere la propria preparazione e la propria capacità, così da restare tranquilli in ciò per cui non si è preparati e non indignarsi se altri sono superiori a noi in quelle cose.
4
Anche tu infatti, nei sillogismi, pretenderai di essere superiore a loro; e se si indignano per questo, li consolerai: «Io ho imparato, voi no».
5
Così, anche dove occorre una certa esperienza, non pretendere il risultato che dipende dall’esperienza: lascia quello a chi ha pratica, e a te basti mantenerti saldo.
6
«Va’ e saluta il tale». Lo saluto. «Come?» Senza servilismo. «Ma ti hanno lasciato fuori». Non ho imparato a entrare dalla finestra. Quando trovo la porta chiusa, devo necessariamente o andarmene o entrare dalla finestra.
7
«Ma parlagli anche». Gli parlo.
8
«In che modo?» Senza servilismo. «Ma non hai ottenuto ciò che volevi». Era forse compito tuo? No, era compito suo. Perché dunque rivendichi ciò che appartiene a un altro? Se ricordi sempre che cosa è tuo e che cosa è altrui, non sarai turbato.
9
Per questo Crisippo dice bene che, finché mi è incerto ciò che seguirà, mi attengo sempre alle scelte più naturali per conseguire ciò che è secondo natura; Dio stesso infatti mi ha fatto capace di scegliere fra queste cose.
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Se invece sapessi che ora mi è destinato ammalarmi, mi dirigerei anche verso la malattia; anche il piede, infatti, se avesse intelligenza, si dirigerebbe verso il fango.
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Del resto, per che cosa nascono le spighe? Non forse anche perché si secchino? Ma se si seccano, non è forse anche perché siano mietute?
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Non nascono infatti come esseri isolati. Se dunque avessero sensibilità, dovrebbero pregare di non essere mai mietute? Ma per una spiga non essere mai mietuta sarebbe una maledizione.
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Allo stesso modo sappiate che anche per gli uomini sarebbe una maledizione non morire: sarebbe come non maturare, non essere mietuti.
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Noi però siamo nello stesso tempo quelli che devono essere mietuti e quelli che comprendono di essere mietuti; per questo ci indigniamo. Non sappiamo infatti chi siamo e non ci siamo esercitati nelle cose umane come gli esperti di cavalli si esercitano nelle cose dei cavalli.
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Crisanta, invece, quando stava per colpire il nemico, appena udì la tromba che richiamava indietro si fermò: gli parve più importante obbedire all’ordine del comandante che compiere il proprio gesto.
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Nessuno di noi invece vuole obbedire docilmente neppure quando chiama la necessità: tra pianti e gemiti subiamo ciò che subiamo e lo chiamiamo «circostanze difficili».
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Quali circostanze, uomo? Se chiami «circostanze» le cose che ci stanno attorno, allora tutto è circostanza; se invece le chiami così perché sono difficili, che difficoltà c’è nel fatto che ciò che è nato debba perire?
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Ciò che lo distrugge può essere una spada, una ruota, il mare, una tegola o un tiranno. Che cosa ti importa per quale strada scendi nell’Ade?
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Sono tutte uguali. E se vuoi sentire la verità, quella per cui ti manda il tiranno è più breve. Nessun tiranno ha mai impiegato sei mesi a sgozzare qualcuno; una febbre invece dura spesso anche un anno. Tutte queste cose sono rumore e pompa di nomi vuoti.
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«Davanti a Cesare rischio la testa». E io non la rischio, io che vivo a Nicopoli, dove ci sono tanti terremoti? E tu stesso, quando attraversi l’Adriatico, che cosa rischi? Non la testa?
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«Ma è in pericolo anche la mia opinione». La tua? Come? Chi può costringerti a farti un’opinione che non vuoi? Quella di un altro? E quale pericolo è per te che altri si facciano opinioni false?
22
«Ma rischio di essere esiliato». Che cosa significa essere esiliato? Essere altrove che a Roma? «Sì». «E se fossi mandato a Giaro?» Se ti sta bene, andrai; se invece non ti sta bene, hai un luogo dove andare al posto di Giaro, là dove verrà anche chi ti manda a Giaro, che lo voglia o no.
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Perché dunque sali come se andassi incontro a qualcosa di grande? È cosa minore della preparazione che hai ricevuto, tanto che un giovane ben dotato potrebbe dire: «Non valeva la pena ascoltare tanto, scrivere tanto e stare seduto per tanto tempo accanto a un vecchietto di poco conto per affrontare cose così piccole».
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Ricorda soltanto quella distinzione mediante la quale si separano le cose tue da quelle che non sono tue. Non rivendicare mai nulla di ciò che appartiene ad altri.
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Il tribunale e la prigione sono entrambi luoghi, uno alto e l’altro basso; la scelta morale invece può restare uguale in entrambi, se vuoi conservarla uguale.
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E allora saremo emuli di Socrate, quando in prigione saremo capaci di comporre peani.
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Per come siamo ora, invece, vedi se in prigione sopporteremmo che qualcuno ci dicesse: «Vuoi che ti legga dei peani?» «Perché mi tormenti? Non sai i mali che mi affliggono?» «Quali?» «Sto per morire». E gli altri uomini saranno immortali?