Ricorda che non soltanto il desiderio di cariche e ricchezze rende meschini e sottomessi agli altri, ma anche quello di tranquillità, di tempo libero, di viaggi e di studio. In generale, qualunque sia la cosa esterna, attribuirle valore ci rende soggetti ad altri.
Diatriba IV.4 — A quelli che desiderano vivere in tranquillità
Che differenza c’è dunque fra desiderare di essere senatore e desiderare di non esserlo? Che differenza c’è fra desiderare una carica e desiderare di non averne? Che differenza c’è fra dire: «Sto male, non ho nulla da fare, sono legato ai libri come un morto», e dire: «Sto male, non ho tempo per leggere»?
Come infatti i saluti cerimoniali e le cariche sono cose esterne e non dipendono dalla scelta morale, così lo è anche un libro.
Perché dunque vuoi leggere? Dimmelo. Se il tuo scopo finisce nel semplice divertirti o imparare qualcosa, sei fiacco e misero. Se invece riferisci la lettura al fine che si deve, che cos’è questo se non la serenità? E se leggere non ti procura serenità, a che serve?
— «Ma me la procura», dice, «e proprio per questo mi irrito quando ne sono privato.» — E che serenità è questa, se può impedirla chiunque, non dico Cesare o un amico di Cesare, ma un corvo, un flautista, una febbre e altre trentamila cose? Nulla invece appartiene alla serenità quanto l’essere continua e non impedita.
Ora sono chiamato a fare qualcosa: vado, dunque, prestando attenzione alle misure che devo osservare, per comportarmi con rispetto di me, con sicurezza, senza desiderio né avversione verso le cose esterne;
e poi presto attenzione agli uomini, a ciò che dicono, a come si comportano; non con malignità, né per avere di che biasimarli o deriderli, ma rivolgendomi a me stesso: «Commetto anch’io gli stessi errori? Come smetterò?» Un tempo sbagliavo anch’io; ora non più, grazie a Dio.
Suvvia, facendo queste cose e occupandoti di esse, hai fatto qualcosa di peggiore che leggere mille versi o scriverne altrettanti? Quando mangi, ti irriti perché non leggi? Non ti basta mangiare secondo ciò che hai letto?
E quando fai il bagno? Quando ti eserciti? Perché dunque non mantieni lo stesso atteggiamento in ogni circostanza, quando vai da Cesare come quando vai dal tale? Se conservi te stesso libero dalle passioni, non sbigottito,
composto; se guardi piuttosto ciò che accade che non il fatto di essere guardato; se non invidi quelli che vengono preferiti; se le circostanze esteriori non ti impressionano, che cosa ti manca? I libri? Come, e a quale scopo?
Non sono forse una preparazione al vivere? E vivere è fatto di cose diverse dalla lettura. Sarebbe come se un atleta, entrando nello stadio, piangesse perché non si sta più allenando fuori.
Per questo ti allenavi, per questo c’erano i pesi, la polvere, i compagni d’esercizio. E ora cerchi proprio quelle cose quando è venuto il momento dell’azione?
È come se, nell’ambito dell’assenso, quando si presentano rappresentazioni alcune afferrabili con certezza e altre no, non volessimo distinguerle, ma leggere i trattati Sulla comprensione.
Qual è dunque la causa? Che non abbiamo mai letto per questo, non abbiamo mai scritto per questo: per usare secondo natura, nelle azioni, le rappresentazioni che ci si presentano. Ci fermiamo invece all’imparare che cosa si dice, a saperlo spiegare a un altro, a risolvere il sillogismo e trattare l’argomento ipotetico.
Perciò, là dove sta il nostro impegno, là sta anche l’impedimento. Vuoi a ogni costo ciò che non dipende da te? Allora sii impedito, ostacolato, fallisci.
Se invece leggessimo i trattati Sull’impulso non per sapere che cosa si dice dell’impulso, ma per muoverci all’azione come si deve; quelli Sul desiderio e sull’avversione perché, desiderando, non falliamo mai e, provando avversione, non incappiamo mai in ciò che vogliamo evitare; quelli Sul dovere perché, ricordando le nostre relazioni, non facciamo nulla irragionevolmente né contro di esse;
non ci irriteremmo quando veniamo impediti nella lettura, ma ci basterebbe compiere le azioni appropriate. E non conteremmo ciò che finora siamo abituati a contare: «Oggi ho letto tanti versi, ne ho scritti tanti»,
ma: «Oggi ho usato l’impulso come prescrivono i filosofi; non mi sono servito del desiderio; ho rivolto l’avversione soltanto a ciò che dipende dalla scelta morale; non mi sono lasciato intimidire dal tale né mettere in soggezione dal tal altro; ho esercitato la capacità di sopportare, di astenermi, di collaborare». E così ringrazieremmo Dio per ciò per cui bisogna ringraziarlo.
Ora invece non ci accorgiamo che, in un modo diverso, diventiamo simili alla gente comune. Uno teme di non ottenere una carica; tu temi di ottenerla.
Nient’affatto, uomo. Come deridi chi teme di non ottenere una carica, così deridi anche te stesso. Non c’è infatti differenza fra aver sete con la febbre e, come un idrofobo, temere l’acqua.
Come potrai ancora dire con Socrate: «Se così piace a Dio, così sia»? Credi che Socrate, se avesse desiderato trascorrere il tempo nel Liceo o nell’Accademia e discutere ogni giorno con i giovani, avrebbe partecipato tanto facilmente alle campagne militari a cui partecipò? Non avrebbe invece pianto e gemuto: «Povero me, eccomi qui infelice, mentre potrei prendere il sole nel Liceo»?
Era forse questo il tuo compito, prendere il sole? Non piuttosto vivere serenamente, non essere impedito né ostacolato? E come sarebbe stato ancora Socrate, se si fosse lamentato di queste cose? Come avrebbe potuto comporre peani in prigione?
Ricorda dunque semplicemente questo: qualunque cosa tu stimi al di fuori della tua scelta morale, hai perduto la scelta morale. E fuori di essa non vi sono soltanto le cariche, ma anche il non averne; non soltanto le occupazioni, ma anche il tempo libero.
«Ora dunque devo vivere in mezzo a questo frastuono.» Che cosa chiami frastuono? La presenza di molte persone? E che c’è di difficile? Immagina di essere a Olimpia, considera la cosa una festa. Anche là uno grida una cosa e uno un’altra, uno fa una cosa e uno un’altra, uno urta l’altro. Nei bagni c’è folla: e chi di noi non gode di questa festa e non se ne allontana a malincuore?
Non essere scontroso né schizzinoso verso ciò che accade: «L’aceto è cattivo, perché è aspro; il miele è cattivo, perché mi altera la costituzione; non voglio verdure». Così: «Non voglio tempo libero, è solitudine; non voglio folla, è frastuono».
Se dunque le circostanze fanno sì che tu debba vivere solo o con pochi, chiamalo tranquillità e serviti della situazione come si deve: parla con te stesso, esercita le rappresentazioni, elabora le prenozioni. Se invece ti trovi in mezzo alla folla, chiamala gara, festa, celebrazione, e cerca di festeggiare insieme agli uomini.
Quale spettacolo è infatti più piacevole per chi ama gli uomini di molti uomini insieme? Guardiamo con piacere mandrie di cavalli o di buoi, ci rallegriamo vedendo molte navi; e qualcuno dovrebbe affliggersi vedendo molti uomini?
«Ma gridano sopra di me.» Dunque è il tuo udito a essere ostacolato. E che cosa importa a te? È forse ostacolata anche la facoltà di usare le rappresentazioni? E chi ti impedisce di usare secondo natura desiderio e avversione, impulso ad agire e trattenerti dall’azione? Quale frastuono è abbastanza forte da impedirlo?
Tu ricorda soltanto i principi generali: che cosa è mio, che cosa non è mio? Che cosa mi è dato? Che cosa vuole Dio che io faccia ora, e che cosa non vuole?
Poco fa voleva che avessi tempo libero, che parlassi con te stesso, scrivessi su queste cose, leggessi, ascoltassi, ti preparassi. Hai avuto abbastanza tempo per questo. Ora ti dice: «Vieni ormai alla gara; mostraci che cosa hai imparato, come ti sei allenato. Fino a quando ti eserciterai da solo? È tempo ormai di sapere se sei uno degli atleti degni di vincere oppure uno di quelli che girano il mondo facendosi sconfiggere».
Perché dunque ti irriti? Nessuna gara si svolge senza rumore. Devono esserci molti compagni d’allenamento, molti che gridano, molti sorveglianti, molti spettatori.
— «Ma io volevo vivere tranquillo.» — Allora piangi e gemi, come meriti. Quale pena maggiore vi è infatti per chi è privo di educazione e disobbedisce agli ordini divini che affliggersi, piangere, invidiare, in una parola essere infelice e sventurato? Non vuoi liberarti da queste cose? «E come?»
— Non hai sentito tante volte che devi eliminare del tutto il desiderio, rivolgere l’avversione soltanto a ciò che dipende dalla scelta morale e lasciare andare tutto: il corpo, i possedimenti, la reputazione, i libri, il frastuono, le cariche, il non averne? Da qualunque parte tu inclini, sei diventato schiavo, sottomesso, soggetto a impedimenti e costrizioni, interamente dipendente dagli altri.
Tieni invece a portata di mano il verso di Cleante: «Guidami, Zeus, e tu, Destino». Volete che vada a Roma? A Roma. A Giaro? A Giaro. Ad Atene? Ad Atene. In prigione? In prigione.
Se una sola volta dici: «Quando potrò andare ad Atene?», sei perduto. Se questo desiderio non si compie, necessariamente ti rende infelice; se si compie, ti rende vano, esaltato per cose per cui non dovresti esaltarti; e se poi vieni impedito, di nuovo infelice, perché incappi in ciò che non vuoi.
Lascia dunque perdere tutto questo. Atene è bella; ma molto più bello è essere felice, liberi dalle passioni, imperturbabili, con le proprie cose che non dipendono da nessuno.
A Roma ci sono frastuono e saluti cerimoniali. Ma in cambio di tutte le difficoltà hai la serenità. Se dunque è il momento di queste cose, perché non elimini l’avversione verso di esse? Perché devi portarle come un asino bastonato porta il carico?
Altrimenti, considera che dovrai sempre essere schiavo di chi può procurarti la partenza, di chi può impedirti tutto, e dovrai servirlo come se fosse il tuo Genio maligno.
Una sola strada conduce alla serenità — tienilo a portata di mano all’alba, durante il giorno e di notte —: distaccarsi da ciò che non dipende dalla scelta morale, non considerare nulla di questo come proprio, affidare tutto al genio divino e alla sorte, farne amministratori quelli che anche Zeus ha reso tali,
e dedicarsi soltanto a una cosa, a ciò che è proprio e non può essere impedito; leggere riferendo a questo la lettura, e così scrivere e ascoltare.
Per questo non posso chiamare laborioso uno soltanto perché sento dire che legge o scrive, neppure se uno aggiunge che lo fa per notti intere, finché non so a quale fine riferisce la fatica. Neppure tu chiami laborioso chi veglia tutta la notte per una ragazza; e neppure io.
Se lo fa per la fama, lo chiamo ambizioso; se per il denaro, avido di denaro, non laborioso.
Se invece riferisce la fatica alla propria facoltà direttiva, perché questa sia e viva secondo natura, allora soltanto lo chiamo laborioso.
Non lodate né biasimate mai qualcuno per ciò che è comune a tutti, ma per i giudizi. Sono questi infatti ciò che appartiene propriamente a ciascuno e che rende le azioni vergognose o nobili.
Ricordando questo, rallegrati di ciò che è presente e ama le cose di cui è venuto il momento.
Se vedi che qualcosa di ciò che hai imparato e considerato passa nelle tue azioni, rallegratene. Se hai messo da parte la malignità e l’abitudine a insultare, se le hai diminuite; se hai ridotto la precipitazione, il parlare osceno, la leggerezza, la trascuratezza; se non sei più mosso dalle stesse cose di prima, o almeno non allo stesso modo, puoi celebrare ogni giorno una festa: oggi perché ti sei comportato bene in questa circostanza, domani in un’altra.
Quanto è motivo di sacrificio più grande questo di un consolato o di un governo provinciale! Queste cose ti vengono da te stesso e dagli dèi. Ricorda chi è colui che dà, a chi dà e per che cosa.
Nutrito da questi pensieri, ti importa ancora dove devi trovarti per essere felice, dove per essere gradito a Dio? Gli dèi non sono forse alla stessa distanza da ogni luogo? Non vedono forse allo stesso modo ciò che accade ovunque?