Considera chi sei. Anzitutto un uomo: cioè un essere che non ha nulla di più sovrano della scelta morale, ma tiene tutto il resto subordinato ad essa, mentre essa stessa è libera da schiavitù e da soggezione.
Diatriba II.10 — Come si possono ricavare i doveri dai nomi
Considera dunque da quali esseri sei separato dalla ragione. Sei separato dalle belve, sei separato dalle pecore.
Inoltre sei cittadino del cosmo e parte di esso, non una delle parti subordinate, ma una delle principali; sei infatti capace di comprendere il governo divino e di riflettere su ciò che ne consegue.
Che cosa comporta dunque essere cittadino? Non avere alcun interesse privato, non deliberare su nulla come se fossi separato dal tutto, ma come la mano o il piede, se avessero ragione e comprendessero la costituzione naturale, non avrebbero mai impulso o desiderio se non riferendosi al tutto.
Per questo i filosofi dicono bene che, se l’uomo buono e virtuoso conoscesse in anticipo ciò che deve accadere, collaborerebbe anche con l’ammalarsi, il morire e l’essere mutilato, comprendendo che questo gli viene assegnato dall’ordine dell’universo e che il tutto ha maggiore autorità della parte e la città del cittadino.
Ma poiché non conosciamo in anticipo ciò che accadrà, conviene attenerci alle cose naturalmente più adatte a essere scelte, perché anche per questo siamo fatti.
Dopo questo ricordati che sei figlio. Che cosa comporta questo ruolo? Considerare del padre tutto ciò che è proprio, obbedirgli in tutto, non biasimarlo mai davanti a nessuno né dirgli o fargli nulla di dannoso, cedergli e lasciargli il passo in ogni cosa, collaborando per quanto puoi. Poi sappi che sei anche fratello.
Anche a questo ruolo si devono concessione, docilità e parole benevole; non rivendicare mai contro tuo fratello alcuna delle cose che non dipendono dalla scelta morale, ma cedergliele volentieri, così da avere di più nelle cose che dipendono dalla scelta morale.
Guarda infatti che cosa significa acquistare, magari in cambio di una lattuga e di un seggio, una buona disposizione d’animo: quanto grande è il guadagno.
Dopo queste cose, se sei consigliere di una città, ricordati che sei consigliere; se giovane, che sei giovane; se vecchio, che sei vecchio; se padre, che sei padre.
Ognuno di questi nomi, infatti, ogni volta che entra nella riflessione, traccia i compiti che gli sono propri.
Se poi te ne vai e biasimi tuo fratello, ti dico: hai dimenticato chi sei e quale nome porti.
Se fossi fabbro e usassi il martello in altro modo, avresti dimenticato il fabbro; ma se dimentichi il fratello e da fratello diventi nemico, ti sembrerà di non aver scambiato una cosa con un’altra?
E se invece di uomo, animale mite e socievole, sei diventato una belva dannosa, insidiosa e mordace, non hai perduto nulla? Devi forse perdere una moneta per subire un danno? La perdita di nient’altro danneggia l’uomo?
Se perdessi la grammatica o la musica, considereresti un danno la perdita di esse; se perdi senso del pudore, compostezza e mitezza, ritieni che non sia nulla?
Eppure quelle si perdono per una causa esterna e non dipendente dalla scelta morale, queste per causa nostra; e quelle né è bello possederle né è vergognoso perderle, mentre non possedere e perdere queste è insieme vergognoso, biasimevole e una disgrazia. Che cosa perde chi assume il ruolo passivo in un rapporto sessuale?
L’uomo. E chi fa questo a un altro? Molte altre cose; e non meno dell’altro perde anch’egli l’uomo. Che cosa perde l’adultero?
L’uomo rispettoso, il continente, il decoroso, il cittadino, il vicino. Che cosa perde chi si adira? Qualcos’altro. Chi ha paura?
Qualcos’altro. Nessuno è cattivo senza perdita e danno. Se dunque cerchi il danno nella moneta, tutti costoro sono indenni, senza danno, e magari persino avvantaggiati e in guadagno, quando da qualcuna di queste azioni ricavano una moneta.
Ma bada: se riconduci tutto a una monetina, neppure chi perde il naso sarà danneggiato, secondo te. «Sì», dice, «perché il corpo è mutilato.»
Su, e chi perde proprio l’olfatto non perde nulla? Non esiste dunque alcuna facoltà dell’anima il cui possesso giovi e la cui perdita danneggi?
«Quale facoltà intendi?» Non abbiamo per natura un senso del pudore? «Sì.» Chi lo perde non è danneggiato? Non è privato di nulla? Non perde nulla di ciò che gli appartiene?
Non abbiamo per natura qualcosa di fedele, qualcosa di affettuoso, qualcosa di portato a giovare, qualcosa di capace di sopportarci a vicenda? Chi dunque lascia che se stesso subisca danno in queste cose resterà illeso e senza danno?
«E allora? Non devo danneggiare chi mi ha danneggiato?» Anzitutto guarda che cos’è il danno e ricordati di ciò che hai udito dai filosofi.
Se infatti il bene è nella scelta morale e così anche il male nella scelta morale, bada che ciò che dici non equivalga a questo: «E allora?
Poiché quello ha danneggiato se stesso commettendo un’ingiustizia contro di me, non dovrei anch’io danneggiare me stesso commettendo un’ingiustizia contro di lui?»
Perché dunque non ce la rappresentiamo così, ma dove c’è una menomazione del corpo o dei possedimenti, lì vediamo il danno, mentre dove riguarda la scelta morale non vediamo alcun danno?
Infatti chi è ingannato o commette ingiustizia non sente dolore alla testa, all’occhio o all’anca, né perde il campo.
E noi non vogliamo altro che queste cose; se invece avremo la scelta morale rispettosa e fedele oppure spudorata e infedele, non ce ne importa quasi per nulla, se non a scuola, finché facciamo discorsetti.
Perciò progrediamo fino ai discorsetti, ma fuori di essi neppure di un minimo.