Diatriba III.23 — A quelli che leggono e discutono per ostentazione

Libro III · 38 sezioni · III 23
1
Prima di tutto di’ a te stesso chi vuoi essere; poi, così, fa’ ciò che fai. Vediamo infatti che pressappoco in tutte le altre cose avviene così.
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Gli atleti decidono prima che cosa vogliono essere, poi fanno ciò che ne consegue. Se uno è corridore di fondo, avrà una certa alimentazione, un certo modo di camminare, certi massaggi, certi esercizi; se è corridore dello stadio, tutte queste cose saranno diverse; se è pentatleta, ancora diverse. Lo stesso troverai anche nelle arti.
3
Se sei falegname, avrai certe cose; se fabbro, altre. Infatti, se non riferiamo a nulla ciascuna delle nostre azioni, agiremo a caso; se invece la riferiamo a ciò a cui non si deve, agiremo in modo sbagliato.
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Vi è dunque un riferimento comune e uno particolare. Anzitutto, bisogna agire come uomo. Che cosa è compreso in questo? Non comportarsi come una pecora, con docilità, né in modo dannoso, come una belva.
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Il riferimento particolare riguarda invece l’attività e la scelta morale di ciascuno: il citarista come citarista, il falegname come falegname, il filosofo come filosofo, il retore come retore.
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Quando dunque dici: «Venite ad ascoltarmi mentre vi leggo qualcosa», considera anzitutto se non lo fai a caso. Poi, se trovi che lo fai in vista di qualcosa, considera se è in vista di ciò che si deve. Vuoi giovare oppure essere lodato?
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Subito lo senti dire: «Che m’importa della lode dei più?» E dice bene. Non importa infatti al musicista, in quanto musicista, né al geometra.
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Vuoi dunque giovare? A che cosa? Dillo anche a noi, perché possiamo correre al tuo auditorio. Ma può forse giovare agli altri chi non ha ricevuto egli stesso alcun giovamento? No. Neppure nella falegnameria può giovare chi non è falegname, né nella calzoleria chi non è calzolaio.
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Vuoi dunque sapere se hai tratto giovamento? Mostraci i tuoi giudizi, filosofo. Qual è la promessa del desiderio? Non fallire ciò a cui tende. Qual è quella dell’avversione?
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Non incappare in ciò che vuole evitare. Suvvia, adempiamo queste promesse? Dimmi la verità. Se menti, te lo dirò io: l’altro giorno, quando gli ascoltatori si erano raccolti poco calorosamente e non ti avevano applaudito, te ne sei andato umiliato;
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l’altro giorno, invece, dopo essere stato lodato, andavi in giro e dicevi a tutti: «Come ti sono sembrato?» «Meravigliosamente, signore, te lo giuro.» «E come ho detto quel passaggio?» «Quale?» «Quello in cui descrivevo Pan e le Ninfe.»
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«In modo straordinario.» E poi vieni a dirmi che, nel desiderio e nell’avversione, ti comporti secondo natura? Va’, cerca di convincere qualcun altro.
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E l’altro giorno non hai forse lodato il tale contro ciò che realmente pensavi? Non hai adulato quel senatore? Vorresti che i tuoi figli fossero come lui? — Non sia mai.
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— Perché dunque lo lodavi e gli facevi tante attenzioni? — «È un giovane ben dotato e sa ascoltare i discorsi.» — Da che cosa lo deduci? — «Mi ammira.» — Hai dato la prova. E allora che credi? Proprio costoro non ti disprezzano forse di nascosto?
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Quando dunque un uomo, consapevole di non aver fatto né pensato nulla di buono, trova un filosofo che gli dice: «Sei magnanimo, schietto, integro», che cosa credi che dica tra sé, se non: «Quest’uomo deve avere bisogno di me per qualcosa»?
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Oppure dimmi: quale opera da uomo magnanimo ha mostrato? Ecco, sta con te da tanto tempo, ti ha ascoltato discutere, ti ha ascoltato leggere. Si è disciplinato? Si è rivolto a se stesso? Si è accorto dei mali in cui si trova? Ha deposto la presunzione? Cerca chi possa insegnargli?
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— «Lo cerca», dice. — Chi gli insegni come si deve vivere? No, sciocco: come si deve parlare. È infatti per questo che ammira anche te. Ascolta che cosa dice: «Quest’uomo scrive con grandissima arte, molto meglio di Dione». È tutt’altra cosa.
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Dice forse: «Quest’uomo ha rispetto di sé, quest’uomo è leale, quest’uomo è imperturbabile»? E anche se lo dicesse, gli chiederei: «Dal momento che costui è leale, che cosa significa essere leale?» E se non sapesse rispondere, aggiungerei: «Prima impara che cosa stai dicendo, poi dillo».
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E dunque, trovandoti in una condizione così cattiva, a bocca aperta davanti a chi ti loderà e contando i tuoi ascoltatori, vuoi giovare agli altri? «Oggi mi hanno ascoltato molti più del solito.» Sì, molti. «Crediamo fossero cinquecento.» Non dire sciocchezze: metti pure che fossero mille. «Dione non ne ebbe mai tanti.» E come avrebbe potuto? «E poi sanno apprezzare bene i discorsi.»
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«Ciò che è bello, signore, può muovere perfino una pietra.» Ecco parole da filosofo, ecco la disposizione di chi vuole giovare agli uomini; ecco un uomo che ha ascoltato un discorso, che ha letto gli scritti socratici come socratici e non come fossero di Lisia o di Isocrate. «Spesso mi sono chiesto con quali argomenti…» No: «con quale argomento»; questa formulazione è più elegante dell’altra.
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Li avete forse letti in modo diverso da come si leggono delle canzonette? Se infatti li aveste letti come si deve, non vi sareste fermati a queste cose, ma avreste guardato piuttosto a questo: «Anito e Meleto possono uccidermi, ma non possono danneggiarmi»; e a questo: «Io sono sempre tale da non prestare attenzione a nulla di ciò che è mio se non alla ragione che, dopo esame, mi appare migliore».
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Per questo chi ha mai sentito Socrate dire: «So qualcosa e insegno»? Mandava invece persone diverse da maestri diversi. Perciò venivano da lui chiedendogli di essere presentati a dei filosofi, ed egli li accompagnava e li presentava.
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No: mentre li accompagnava diceva: «Vieni oggi ad ascoltarmi mentre discuto a casa di Quadrato». Perché dovrei ascoltarti? Vuoi mostrarmi che sai mettere insieme bene le parole? Le metti insieme bene, uomo: e che bene te ne viene?
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«Ma lodami.» Che cosa intendi con «lodami»? «Dimmi: “Bravo!” e “Meraviglioso!”» Ecco, te lo dico. Ma se lodare significa riconoscere qualcosa che i filosofi collocano nella categoria del bene, che cosa ho da lodare in te? Se parlare bene è un bene, insegnamelo e ti loderò.
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E allora? Bisogna forse ascoltare queste cose senza piacere? Non sia mai. Io non ascolto senza piacere neppure un citarista; ma per questo devo forse mettermi in piedi a suonare la cetra? Ascolta che cosa dice Socrate: «Non si addirebbe infatti, o uomini, alla mia età presentarmi davanti a voi come un giovanotto che compone discorsi». «Come un giovanotto», dice.
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È davvero una graziosa piccola arte scegliere paroline, metterle insieme, presentarsi e leggerle o pronunciarle con eleganza, e mentre si legge aggiungere: «Non sono molti quelli che riescono a seguire queste cose, ve lo giuro sulla vostra salvezza».
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Ma un filosofo invita forse la gente ad ascoltarlo? Come il sole trae a sé il proprio nutrimento, così anche il filosofo attira a sé quelli che ne trarranno giovamento. Quale medico invita qualcuno a farsi curare da lui? Eppure sento che ora anche i medici a Roma invitano i pazienti; ai miei tempi, invece, erano loro a essere chiamati.
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«Ti invito a venire ad ascoltare che stai male, che ti prendi cura di tutto più che di ciò di cui dovresti prenderti cura, che ignori i beni e i mali e che sei infelice e sventurato.» Un bell’invito! E tuttavia, se il discorso del filosofo non produce queste cose, è morto sia il discorso sia chi lo pronuncia.
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Rufo era solito dire: «Se avete tempo di lodarmi, significa che non sto dicendo nulla». E infatti parlava in modo tale che ciascuno di noi, seduto ad ascoltarlo, credeva che qualcuno lo avesse accusato davanti a lui: tanto toccava ciò che accadeva realmente, tanto metteva davanti agli occhi di ciascuno i suoi mali.
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La scuola del filosofo, uomini, è un ambulatorio: non dovete uscirne provando piacere, ma provando dolore. Quando entrate, infatti, non siete sani: uno ha una spalla slogata, un altro un ascesso, un altro una fistola, un altro mal di testa.
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E io dovrei sedermi e dirvi pensierini e frasi ad effetto, perché voi mi lodiate e poi usciate, uno portandosi via la spalla nello stesso stato in cui l’aveva portata dentro, un altro la testa nelle stesse condizioni, un altro la fistola, un altro l’ascesso?
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È dunque per questo che dei giovani devono lasciare la propria casa, i genitori, gli amici, i parenti e i piccoli possedimenti, per dirti «Bravo!» mentre pronunci frasi ad effetto? Faceva questo Socrate? Questo Zenone? Questo Cleante?
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«E allora? Non esiste il genere esortativo?» — Chi dice di no? Come esiste quello confutativo e quello didattico. Ma chi ha mai aggiunto a questi un quarto genere, quello d’esibizione?
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Che cos’è infatti il genere esortativo? Essere capaci di mostrare, a uno o a molti, la lotta nella quale si dibattono e il fatto che si preoccupano di ogni cosa più che di ciò che realmente vogliono. Vogliono infatti ciò che conduce alla felicità, ma lo cercano altrove.
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Per fare questo bisogna forse disporre mille sedili, invitare gli ascoltatori e salire su una tribuna con un bell’abito o un mantello per descrivere come morì Achille? Smettete, per gli dèi, di disonorare, per quanto dipende da voi, belle parole e belle pratiche.
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Nulla è più esortativo di quando chi parla fa capire agli ascoltatori che ha bisogno di loro.
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Oppure dimmi: chi, ascoltandoti leggere o discutere, si è mai angosciato per se stesso o si è rivolto a se stesso? Chi, uscendo, ha detto: «Il filosofo mi ha toccato nel vivo; non devo più fare queste cose»?
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Non dice piuttosto, se hai una grande reputazione, a qualcuno: «Ha parlato molto bene di Serse»; e un altro: «No, della battaglia alle Termopili»? È questo ascoltare un filosofo?