Che cosa rende temibile il tiranno? — «Le guardie del corpo», dice, «e le loro spade, il ciambellano e quelli che impediscono di entrare.»
Diatriba IV.7 — Sulla libertà dalla paura
— Perché dunque, se gli conduci davanti un bambino mentre è circondato dalle guardie, il bambino non ha paura? Non forse perché non comprende queste cose?
Se dunque uno comprende che vi sono guardie e che hanno spade, ma proprio per questo si avvicina al tiranno, perché per qualche circostanza vuole morire e cerca di subire facilmente la morte per mano di un altro, avrà forse paura delle guardie? — No, perché vuole proprio ciò per cui esse sono temibili.
Se dunque uno, senza volere a ogni costo né morire né vivere, ma accettando ciò che gli viene dato, si avvicina al tiranno, che cosa gli impedisce di avvicinarsi senza paura?
— Nulla. — Se dunque uno avesse verso i possedimenti lo stesso atteggiamento che costui ha verso il corpo, e così verso i figli e la moglie, e, per una qualche follia e temerarietà, fosse disposto in modo tale da non attribuire alcun valore all’avere o non avere queste cose; se, come i bambini che giocano con i cocci si interessano al gioco ma non ai cocci, così anche lui non attribuisse alcun valore alle materie del gioco, ma amasse il gioco stesso e il modo di comportarsi in esso, quale tiranno potrebbe ancora essergli temibile, quali guardie, quali loro spade?
E dunque per follia uno può assumere un simile atteggiamento verso queste cose, e i Galileani per abitudine; mentre nessuno può imparare mediante la ragione e la dimostrazione che Dio ha fatto tutte le cose che sono nel mondo e il mondo stesso, nel suo insieme, non impedito e autosufficiente, mentre le sue parti sono destinate alle necessità dell’insieme?
Tutti gli altri esseri sono incapaci di comprendere il suo governo; l’essere razionale invece possiede i mezzi per riflettere su tutte queste cose: che è una parte, quale parte è, e che è bene che le parti cedano all’insieme.
Inoltre, essendo per natura nobile, magnanimo e libero, vede che, fra le cose che lo riguardano, alcune sono non impedite e dipendono da lui, altre sono soggette a impedimenti e dipendono da altri: non impedite quelle che dipendono dalla scelta morale, soggette a impedimenti quelle che non ne dipendono.
E perciò, se ritiene che il proprio bene e il proprio interesse risiedano soltanto nelle prime, nelle cose non impedite e che dipendono da lui, sarà libero, sereno, felice, immune dal danno, magnanimo, pio, grato a Dio per ogni cosa, senza mai biasimare nulla di ciò che accade né accusare nessuno;
se invece li pone nelle cose esterne e che non dipendono dalla scelta morale, dovrà necessariamente essere impedito, ostacolato e schiavo di quelli che hanno potere sulle cose che egli ammira e teme;
e dovrà necessariamente essere empio, perché crede di essere danneggiato da Dio, e ingiusto, sempre intento a procurarsi più del dovuto; e dovrà necessariamente essere anche meschino e di animo ristretto.
Che cosa impedisce, dopo aver distinto chiaramente queste cose, di vivere con leggerezza e docilità, aspettando serenamente tutto ciò che può accadere e sopportando ciò che è già accaduto?
Vuoi la povertà? Portamela, e saprai che cos’è la povertà quando incontra un buon attore.
Vuoi le cariche? Portamele, e anche le fatiche. Ma l’esilio? Dovunque io vada, là starò bene. Anche qui infatti non stavo bene a causa del luogo, ma grazie ai giudizi, che porterò via con me. Nessuno può infatti togliermeli: questi soli sono miei e non possono essermi sottratti, e mi bastano, dovunque io sia e qualunque cosa faccia.
«Ma ormai è tempo di morire.» Che cosa intendi con «morire»? Non rendere tragica la cosa, ma dilla com’è: è ormai tempo che la materia ritorni alle cose dalle quali si è composta. E che cosa vi è di terribile? Che cosa delle cose che sono nel mondo sta per andare perduto? Che cosa di nuovo o contrario alla ragione sta per accadere? È per questo che il tiranno è temibile?
È per questo che le spade delle guardie sembrano così grandi e affilate? Per gli altri sia pure; quanto a me, ho esaminato tutte queste cose: nessuno ha potere su di me.
Sono stato liberato da Dio, ho conosciuto i suoi comandi; nessuno può più ridurmi in schiavitù. Ho un garante della libertà quale si deve e giudici quali si devono.
«Non sono forse padrone del tuo corpo?» Che cosa importa a me? «Non lo sono dei tuoi possedimenti?» Che cosa importa a me? «Non lo sono dell’esilio e delle catene?» Ancora una volta rinuncio in tuo favore a tutte queste cose e allo stesso intero corpicino, quando vuoi. Metti alla prova il tuo potere su di me e saprai fin dove arriva.
Chi posso dunque ancora temere? I ciambellani? Che cosa potrebbero farmi? Impedirmi di entrare? Se mi trovano desideroso di entrare, mi impediscano pure. — «Perché dunque vai alla porta?» — Perché, finché dura il gioco, mi sembra che mi convenga prendervi parte.
— Come dunque non vieni escluso? — Perché, se nessuno mi accoglie, non voglio entrare; voglio sempre piuttosto ciò che accade. Ritengo infatti migliore ciò che Dio vuole di ciò che voglio io. Mi schiererò con lui come servitore e seguace; muovo all’azione insieme a lui, desidero insieme a lui, in una parola voglio insieme a lui. Non vi è esclusione per me, ma per quelli che cercano di entrare con la forza.
Perché dunque non mi faccio largo con la forza? Perché so che dentro non viene distribuito alcun bene a quelli che entrano. Ma quando sento dire che uno è felice perché Cesare lo onora, chiedo: «Che cosa gli è toccato? Una provincia? Ha ricevuto anche il giudizio che si deve avere riguardo a una provincia? Una procura? Ha ricevuto anche la capacità di usarla come si deve?»
Perché dovrei ancora farmi largo a spintoni? Uno sparge fichi secchi e noci: i bambini li arraffano e litigano fra loro; gli adulti no, perché li considerano poca cosa. Se invece uno sparge cocci, non li arraffano neppure i bambini.
Vengono distribuite province: se la vedano i bambini. Denaro: se la vedano i bambini. Comandi militari, consolati: li arraffino i bambini; si facciano escludere, si facciano picchiare, bacino le mani di chi li dà e quelle dei suoi schiavi. Per me sono fichi secchi e noci.
E allora, se per caso, mentre quello li getta, un fico cade nel mio grembo? Lo raccolgo e lo mangio: fino a questo punto infatti vale la pena stimare anche un fico. Ma chinarmi, rovesciare un altro o farmi rovesciare da lui e adulare quelli che entrano: non vale tanto né un fico né alcuna delle altre cose che non sono beni e che i filosofi mi hanno persuaso a non considerare beni.
Mostrami le spade delle guardie. «Guarda quanto sono grandi e come sono affilate.» E che cosa fanno queste grandi spade affilate?
Uccidono. E una febbre che cosa fa? Nient’altro. E una tegola? Nient’altro. Vuoi dunque che ammiri e veneri tutte queste cose e vada in giro schiavo di tutte?
Non sia mai. Una volta imparato che ciò che nasce deve anche perire, perché il mondo non si arresti né venga ostacolato, non mi importa più se sarà una febbre, una tegola o un soldato a farlo; anzi, se bisogna confrontarli, so che il soldato lo farà con meno dolore e più rapidamente.
Quando dunque non temo nulla di ciò che il tiranno può farmi né desidero nulla di ciò che può procurarmi, perché dovrei ancora ammirarlo, perché restarne sbalordito? Perché temere le guardie? Perché rallegrarmi se mi parla benevolmente e mi accoglie favorevolmente, e raccontare agli altri come mi ha parlato?
È forse Socrate, è forse Diogene, perché la sua approvazione costituisca una prova su di me?
Ho forse cercato di imitare il suo carattere? No: ma, per mantenere il gioco, vado da lui e gli presto servizio finché non mi ordina qualcosa di sciocco o sconveniente. Se invece mi dice: «Va’ a prendere Leone di Salamina», gli rispondo: «Cercane un altro: io non gioco più».
«Portatelo via.» Li seguo: fa parte del gioco. «Ma ti taglieranno la testa.» E la sua rimarrà forse per sempre al suo posto, e così le vostre, voi che gli obbedite? «Ma sarai gettato via senza sepoltura.» Se io sono il cadavere, sarò gettato via; se invece sono qualcosa di diverso dal cadavere, parla con più precisione secondo come stanno le cose e non cercare di spaventarmi.
Queste cose fanno paura ai bambini e agli stolti. Se uno, dopo essere entrato una volta nella scuola di un filosofo, non sa che cosa egli stesso sia, merita di avere paura e di adulare quelli che poi si ritrova ad adulare, se ancora non ha imparato che non è carne, né ossa, né nervi, ma ciò che si serve di queste cose, le governa e comprende le rappresentazioni.
«Sì, ma questi discorsi rendono sprezzanti verso le leggi.» — E quali discorsi rendono più obbedienti alle leggi quelli che li seguono? Non è legge ciò che è in potere di uno stolto.
E tuttavia guarda come questi discorsi ci preparano a comportarci come si deve anche verso costoro: ci insegnano a non rivendicare nulla contro di loro nelle cose in cui possono vincerci.
Ci insegnano a cedere quanto al corpicino, a cedere quanto ai possedimenti, ai figli, ai genitori, ai fratelli; a lasciare tutto, a rinunciare a tutto. Fanno eccezione soltanto per i giudizi, che anche Zeus ha voluto fossero proprietà esclusiva di ciascuno.
Quale illegalità vi è qui, quale stoltezza? Là dove tu sei superiore e più forte, cedo a te; là invece dove sono io superiore, cedi tu a me. Io infatti mi sono curato di questo, tu no.
Tu ti curi di abitare in case dai pavimenti preziosi, di come schiavi e attendenti ti servano, di indossare abiti appariscenti, di avere molti cacciatori, citaredi e attori tragici.
Forse rivendico qualcuna di queste cose? Tu invece ti sei forse curato dei giudizi? Ti sei curato della tua facoltà razionale? Sai di quali parti è composta, come si connettono, quale sia la sua struttura, quali facoltà possieda e di quale genere?
Perché dunque ti irriti se un altro, che si è esercitato in queste cose, ha più di te in esse? — «Ma queste sono le cose più importanti.» — E chi ti impedisce di occupartene e di prendertene cura? Chi dispone di una preparazione maggiore della tua quanto a libri, tempo libero e persone capaci di aiutarti?
Soltanto, volgiti finalmente verso queste cose; dedica anche solo un po’ di tempo alla tua facoltà direttiva. Esamina che cosa sia e da dove venga questa facoltà che si serve di tutte le altre cose, le esamina, le sceglie e le respinge.
Ma finché ti occuperai delle cose esterne, quelle le avrai come nessun altro; questa invece l’avrai come vuoi averla tu: sporca e trascurata.