Diatriba I.20 — Sulla ragione e su come contempla se stessa

Libro I · 19 sezioni · I 20
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Ogni arte e ogni facoltà ha per oggetto determinate cose che le sono proprie.
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Quando dunque essa appartiene allo stesso genere delle cose che contempla, necessariamente contempla anche se stessa; quando invece appartiene a un genere diverso, non può contemplare se stessa.
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Per esempio, l’arte del calzolaio si occupa delle pelli, ma essa stessa è del tutto diversa dalla materia delle pelli; perciò non contempla se stessa.
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La grammatica, a sua volta, ha per oggetto il linguaggio scritto. È forse anch’essa linguaggio scritto? Niente affatto. Perciò non può contemplare se stessa. A che cosa dunque la ragione è stata destinata dalla natura?
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All’uso delle rappresentazioni come si deve. E che cos’è essa stessa? Un sistema di rappresentazioni di un certo tipo. Così, per natura, giunge a contemplare anche se stessa.
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E ancora: che cosa è venuta a contemplare la saggezza? I beni, i mali e ciò che non è né bene né male. E che cos’è essa stessa? Un bene. E la stoltezza? Un male. Vedi dunque che necessariamente contempla sia se stessa sia il proprio contrario?
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Per questo il compito più grande e primo del filosofo è mettere alla prova le rappresentazioni, distinguerle e non accoglierne nessuna senza averla esaminata.
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Guardate come, nel caso della moneta, dove ci sembra che ci sia qualcosa che ci riguarda, abbiamo perfino inventato un’arte, e di quanti mezzi si serve il saggiatore per verificare la moneta: la vista, il tatto, l’olfatto e, infine, l’udito.
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Fa risuonare il denario e presta attenzione al suono; e non gli basta farlo risuonare una volta, ma per la grande attenzione finisce per diventare un musicista.
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Così, là dove riteniamo che faccia differenza sbagliarsi o non sbagliarsi, mettiamo molta attenzione nel distinguere ciò che può trarci in errore;
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ma quando si tratta della nostra povera facoltà direttrice, stiamo a bocca aperta e dormiamo, accogliendo senza discernimento ogni rappresentazione: il danno, infatti, non ci appare evidente.
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Quando dunque vuoi sapere quanto poco ti curi dei beni e dei mali e quanto invece ti affanni per le cose indifferenti, osserva come reagisci all’idea di diventare cieco e come all’idea di essere ingannato: capirai che sei ben lontano dall’avere verso il bene e il male l’atteggiamento che dovresti.
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«Ma richiede molta preparazione, molta fatica e molto studio.» E allora? Speri forse che la più grande delle arti si possa acquisire con poco?
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Eppure la dottrina fondamentale dei filosofi è assai breve. Se vuoi saperlo, leggi Zenone e vedrai.
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Che cosa c’è infatti di lungo nel dire che il fine è seguire gli dèi e che l’essenza del bene è l’uso delle rappresentazioni come si deve?
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Ma prova a dire che cosa sia Dio, che cosa sia una rappresentazione, che cosa sia la natura particolare e che cosa la natura dell’universo.
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Ed ecco che il discorso diventa lungo. E se poi arriva Epicuro e dice che il bene deve trovarsi nella carne, si allunga di nuovo, e bisogna ascoltare che cosa in noi ha il primato, che cosa ne costituisce il fondamento e l’essenza. Se non è verosimile che il bene della lumaca stia nel guscio, è forse verosimile che quello dell’uomo stia nella carne?
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E tu stesso, Epicuro, che cosa possiedi di più sovrano? Che cos’è in te ciò che delibera, che esamina ogni cosa, che decide che proprio la carne è ciò che ha il primato?
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E perché poi accendi la lampada, ti affatichi per noi e scrivi libri così grandi? Perché noi non ignoriamo la verità? Ma noi chi siamo? Che cosa siamo per te? Così il discorso diventa lungo.