Diatriba III.1 — Sull’ornamento personale

Libro III · 45 sezioni · III 1
1
Un giovane retore entrò da lui con i capelli acconciati con particolare cura e tutto il resto dell’aspetto molto ricercato. Epitteto gli disse: «Dimmi: non ti sembra che vi siano cani belli, cavalli belli e, allo stesso modo, individui belli in ciascuna delle altre specie animali?»
2
«Mi sembra», disse. «E dunque anche fra gli uomini alcuni sono belli e altri brutti?» «Come no?» «Chiamiamo allora belle tutte queste cose, ciascuna nel proprio genere, per la stessa ragione, oppure ciascuna per una ragione particolare? Lo vedrai così.
3
Poiché vediamo che il cane è per natura fatto per una cosa, il cavallo per un’altra e, poniamo, l’usignolo per un’altra ancora, in generale non sarebbe assurdo dire che ciascuno è bello quando è nelle condizioni migliori secondo la propria natura. Ma poiché la natura di ciascuno è diversa, mi sembra che ciascuno sia bello in modo diverso. Non è così?»
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Lo ammise. «Dunque ciò che rende bello un cane rende brutto un cavallo, e ciò che rende bello un cavallo rende brutto un cane, se davvero le loro nature sono diverse?»
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«Pare di sì.» «Infatti, credo, ciò che rende bello un pancraziaste non rende buono un lottatore, e rende addirittura ridicolo un corridore; e chi è bello per il pentathlon, proprio lui può essere bruttissimo per la lotta.» «È così», disse.
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«Che cosa rende dunque bello un uomo, se non ciò che, nel rispettivo genere, rende belli anche un cane e un cavallo?» «Questo», disse. «Che cosa rende bello un cane? La presenza della virtù propria del cane. E un cavallo? La virtù propria del cavallo. E dunque un uomo? Non sarà forse la presenza della virtù propria dell’uomo?»
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«Anche tu dunque, giovane, se vuoi essere bello, esercitati in questo: nella virtù propria dell’uomo.»
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«E qual è?» «Guarda chi lodi tu stesso quando lodi qualcuno senza essere mosso da passione: i giusti o gli ingiusti?» «I giusti.» «I temperanti o gli intemperanti?» «I temperanti.» «Quelli che hanno padronanza di sé o quelli che non ne hanno?» «Quelli che hanno padronanza di sé.»
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«Sappi dunque che, rendendoti tale, ti renderai bello; ma finché trascurerai queste cose, sarai necessariamente brutto, anche se escogitassi ogni mezzo per sembrare bello.»
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«Da questo punto in poi non so più come parlarti. Se infatti dico ciò che penso, ti darò fastidio e forse uscirai e non tornerai più; se invece non lo dico, guarda che cosa farei: tu vieni da me per ricevere beneficio, io non ti gioverei in nulla; tu vieni da me come da un filosofo, e io non ti direi nulla da filosofo.»
11
E quanto sarebbe crudele verso di te lasciarti senza correzione! Se un giorno, più avanti, mettessi giudizio, avresti buone ragioni per rimproverarmi:
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“Che cosa vide in me Epitteto, per lasciarmi stare vedendomi entrare da lui in queste condizioni, così vergognosamente conciato, senza mai dirmi neppure una parola?
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Aveva perso ogni speranza in me? Non ero giovane? Non ero capace di ascoltare un ragionamento? Quanti altri giovani, a questa età, commettono molti errori simili!
14
Ho sentito dire che un certo Polemone, da giovane dissolutissimo, cambiò in modo straordinario. Ammettiamo pure che non pensasse che sarei diventato un Polemone: poteva però sistemarmi i capelli, togliermi gli ornamenti, impedirmi di depilarmi; invece, vedendomi con l’aspetto di — che cosa devo dire? — tacque.”
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Io non dico di chi sia questo aspetto; sarai tu a dirlo, quando tornerai in te stesso, e allora saprai che cosa significa e quali persone lo ricercano.
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Se un giorno mi rimproverassi questo, che cosa potrei dire in mia difesa? “Sì, ma gli avrei parlato e non mi avrebbe dato ascolto.” E Laio diede forse ascolto ad Apollo? Non se ne andò forse a ubriacarsi, mandando al diavolo l’oracolo? E per questo Apollo non gli disse la verità?
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Eppure io non so se mi darai ascolto oppure no; Apollo invece sapeva con assoluta certezza che Laio non gli avrebbe dato ascolto, e tuttavia parlò.
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«E perché parlò?» Perché è Apollo. Perché pronuncia oracoli? Perché si è assegnato questo posto, quello di essere indovino e fonte della verità, e perché da tutto il mondo si viene da lui? E perché davanti al tempio è scritto “Conosci te stesso”, anche se nessuno lo comprende?
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Socrate persuadeva forse tutti quelli che gli si avvicinavano a prendersi cura di se stessi? Neppure uno su mille. Eppure, poiché, come dice lui stesso, era stato assegnato a questo posto dalla divinità, non lo abbandonò più. Che cosa dice persino ai suoi giudici?
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“Se mi assolvete a condizione che non faccia più ciò che faccio ora, non accetterò e non smetterò; ma continuerò ad avvicinarmi a giovani e vecchi e, in breve, a chiunque incontri, e a porre le stesse domande che pongo ora, soprattutto a voi, cittadini, perché mi siete più vicini per nascita.”
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«Sei dunque così curioso e impiccione, Socrate? Che cosa ti importa di quello che facciamo?» Che cosa dici? Sei mio concittadino e mio parente e trascuri te stesso, offrendo alla città un cattivo cittadino, ai parenti un cattivo parente e ai vicini un cattivo vicino.
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«E tu chi sei?» Qui è grande cosa poter dire: «Io sono uno a cui spetta prendersi cura degli uomini». Nemmeno un bue qualunque osa opporsi a un leone; ma se si fa avanti il toro e gli si oppone, digli pure, se vuoi: «E tu chi sei? Che te ne importa?»
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Uomo, in ogni specie nasce qualcosa di eccezionale: fra i buoi, fra i cani, fra le api, fra i cavalli. Non dire dunque a chi è eccezionale: «E tu chi sei?» Altrimenti, se potesse prendere voce, ti direbbe: «Io sono come la porpora in una veste: non pretendere che sia uguale agli altri, oppure rimprovera la mia natura perché mi ha fatto diverso dagli altri».
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E allora, sono forse io uno così? Da dove lo ricavo? E tu sei forse capace di ascoltare la verità? Magari lo fossi. Tuttavia, poiché in qualche modo sono stato condannato ad avere barba grigia e mantello e tu entri da me come da un filosofo, non ti tratterò con durezza né come se non vi fosse speranza, ma ti dirò: «Giovane, che cosa vuoi rendere bello? Conosci prima chi sei, e poi adornati di conseguenza.
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Sei un uomo: cioè un animale mortale capace di usare razionalmente le rappresentazioni. E che cosa significa “razionalmente”? In accordo con la natura e in modo compiuto. Che cosa hai dunque di peculiare? L’essere animale? No. L’essere mortale? No. L’essere capace di usare le rappresentazioni?
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No. Ciò che hai di peculiare è la razionalità: adorna e abbellisci questa; i capelli, invece, lasciali come li ha voluti colui che ti ha formato.
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Vediamo: quali altri nomi porti? Sei uomo o donna?» «Uomo.» «Adorna dunque un uomo, non una donna. Lei è per natura liscia e delicata; se ha molti peli, è un prodigio e viene mostrata a Roma fra i prodigi.»
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Per l’uomo, invece, il prodigio è non averli: se per natura non ne ha, è un prodigio; se poi è lui stesso a tagliarli e strapparli, che cosa dobbiamo farne? Dove dobbiamo mostrarlo e che cartello dobbiamo mettere? “Vi mostrerò un uomo che preferisce essere donna piuttosto che uomo.”
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Che spettacolo straordinario! Nessuno potrebbe non stupirsi del cartello. Per Zeus, credo che quelli che si depilano lo facciano proprio perché non comprendono che è questo ciò che stanno facendo. Uomo, che cosa hai da rimproverare alla tua natura?
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Che ti ha generato uomo? E allora? Avrebbe dovuto generare tutti donne? E che vantaggio avresti avuto dall’adornarti? Per chi ti saresti adornato, se tutti fossero stati donne?
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Ma non ti piace questa faccenda? Fallo allora fino in fondo: togli — come si chiama? — ciò che è causa dei peli; renditi completamente donna, così da non confonderci, metà uomo e metà donna.
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A chi vuoi piacere? Alle donnette? Piaci loro come uomo. «Sì, ma a loro piacciono gli uomini lisci.» Non ti impiccherai? E se piacessero loro gli effeminati, diventeresti effeminato?
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È questo il tuo compito? Sei nato per questo, perché le donne intemperanti provino piacere per te?
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Dovremmo fare di uno come te un cittadino di Corinto, magari un magistrato di polizia, un responsabile dei giovani, un generale o un organizzatore dei giochi?
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E vediamo: dopo esserti sposato continuerai a depilarti? Per chi e a quale scopo? E dopo aver avuto figli, li introdurrai nella vita pubblica anch’essi depilati? Bel cittadino, bel consigliere, bell’oratore! Sono giovani di questo genere quelli che dovremmo augurarci che nascano e siano allevati per noi?
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No, per gli dèi, giovane. Ma, dopo aver ascoltato una volta questi discorsi, va’ via e di’ a te stesso: “Non è Epitteto che mi ha detto queste cose — da dove potrebbe venirgli? — ma qualche dio benevolo attraverso di lui. Epitteto infatti non avrebbe mai pensato di dirmi simili cose, lui che non è solito dirle a nessuno.” Su, dunque, obbediamo a Dio, per non incorrere nella sua collera.
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No: se un corvo, gracchiando, ti dà un segno, non è il corvo a indicartelo, ma Dio attraverso di lui; e se ti dà un segno attraverso una voce umana, farà sì che un uomo ti dica queste cose, perché tu sappia quale sia il potere della divinità, che agli uni manda segni in un modo, agli altri in un altro, e sulle cose più grandi e importanti li manda attraverso il messaggero più bello.
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Che altro dice il poeta? Poiché prima lo avevamo avvertito, mandando Ermes, l’acuto osservatore, uccisore di Argo: che non uccidesse quell’uomo e non ne desiderasse la moglie.
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Ermes, scendendo, doveva dirgli queste cose; e ora gli dèi dicono a te queste cose, mandando Ermes messaggero, uccisore di Argo: non deformare ciò che è ben fatto e non intervenire con ricercatezze, ma lascia l’uomo uomo, la donna donna, l’uomo bello come uomo bello e quello brutto come uomo brutto. Perché tu non sei carne né peli, ma scelta morale;
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se renderai bella questa, allora sarai bello.
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Finora non oso dirti che sei brutto; mi sembra infatti che tu voglia sentir dire qualunque cosa tranne questa.
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Ma guarda che cosa dice Socrate ad Alcibiade, il più bello e nel fiore dell’età: «Cerca dunque di essere bello». Che cosa gli dice? «Acconciati i capelli e depilati le gambe»? Niente affatto. Gli dice invece: «Adorna la tua scelta morale, elimina i giudizi cattivi».
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«E il corpo, allora?» Come è per natura. Di questo si è occupato un altro; affidalo a lui.
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«Dunque bisogna essere sporchi?» Niente affatto. Ma pulisci ciò che sei e come sei nato: l’uomo sia pulito come uomo, la donna come donna, il bambino come bambino.
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Altrimenti strappiamo anche la criniera al leone, perché non sia sporco, e la cresta al gallo: anche lui infatti deve essere pulito. Sì, ma come gallo; e il leone come leone, e il cane da caccia come cane da caccia.