Non meravigliatevi se per gli altri animali tutto ciò che riguarda il corpo è stato predisposto, non solo il cibo e la bevanda, ma anche un giaciglio, e il fatto che non abbiano bisogno né di calzature, né di coperte, né di vestiti, mentre noi abbiamo bisogno di tutte queste cose.
Diatriba I.16 — Sulla Provvidenza
Infatti non conveniva che gli esseri nati non per se stessi, ma per servire, fossero fatti in modo da aver bisogno di altre cose.
Considera infatti che cosa sarebbe stato per noi doverci occupare non solo di noi stessi, ma anche delle pecore e degli asini: come vestirli, come calzarli, come farli mangiare, come farli bere.
Ma come i soldati sono pronti per il comandante, calzati, vestiti e armati, e sarebbe terribile se il tribuno dovesse andare in giro a calzare o vestire i mille uomini, così anche la natura ha fatto gli esseri nati per servire già pronti e preparati, senza che abbiano bisogno di ulteriori cure.
Così basta un bambino piccolo a guidare le pecore con un bastone.
Noi invece, anziché essere grati per questo, perché non dobbiamo occuparci anche di loro con la stessa cura che di noi stessi, ci lamentiamo con Dio della nostra condizione.
Eppure, per Zeus e per gli dèi, una sola delle cose esistenti sarebbe bastata a far percepire la Provvidenza a un uomo rispettoso e grato.
E non parlarmi ora delle grandi cose: questo solo, che dall’erba si produce il latte, dal latte il formaggio e dalla pelle la lana, chi ha fatto o concepito tutto questo? «Nessuno», dice. O grande insensibilità e sfrontatezza!
Su, lasciamo le opere della natura e contempliamo le sue opere minori.
C’è forse qualcosa di più inutile dei peli sul mento? E allora? La natura non si è servita anche di questi nel modo più appropriato possibile? Non ha distinto per mezzo loro il maschio dalla femmina?
Non grida forse subito da lontano la natura di ciascuno di noi: «Sono un uomo; accostati a me così, parlami così, non cercare altro: ecco i segni»?
E nelle donne, come ha mescolato nella voce qualcosa di più delicato, così ha tolto i peli del viso. No: l’essere vivente doveva essere lasciato indistinto, e ciascuno di noi doveva proclamare: «Sono un uomo».
E quanto è bello questo segno, decoroso e dignitoso; quanto più bello della cresta dei galli, quanto più maestoso della criniera dei leoni.
Per questo bisognava conservare i segni di Dio, non disfarsene, non confondere, per quanto dipende da noi, i sessi che sono stati distinti.
Sono forse queste le sole opere della Provvidenza nei nostri confronti? E quale discorso basterebbe a lodarle o a rappresentarle come meritano? Se avessimo senno, che altro dovremmo fare, insieme e ciascuno per conto proprio, se non celebrare la divinità, benedirla e ricordarne i benefici?
Non dovremmo, anche mentre scaviamo, ariamo e mangiamo, cantare l’inno a Dio? «Grande è Dio, perché ci ha dato questi strumenti con cui lavoreremo la terra;
grande è Dio, perché ci ha dato le mani, la capacità di deglutire, lo stomaco, la capacità di crescere senza accorgercene e di respirare mentre dormiamo».
Questo dovremmo cantare in ogni occasione, e soprattutto il più grande e divino degli inni: che ci ha dato la facoltà di comprendere queste cose e di usarle nel modo giusto.
E allora? Poiché la maggior parte di voi è diventata cieca, non bisognava che qualcuno occupasse questo posto e, a nome di tutti, cantasse l’inno a Dio?
Che altro posso fare, vecchio e zoppo, se non celebrare Dio? Se fossi un usignolo, farei ciò che fa l’usignolo; se un cigno, ciò che fa il cigno.
Ora invece sono un essere razionale: devo celebrare Dio. Questo è il mio compito; lo svolgo e non abbandonerò questo posto finché mi sarà concesso, e invito anche voi a questo stesso canto.