Diatriba II.23 — Sulla capacità di parlare

Libro II · 47 sezioni · II 23
1
Chiunque leggerebbe più volentieri e più facilmente un libro scritto con caratteri più chiari; allo stesso modo, chiunque ascolterebbe più facilmente discorsi espressi con parole insieme eleganti e appropriate.
2
Non bisogna dunque dire che la capacità espositiva non abbia alcun valore; affermarlo è proprio insieme di un uomo empio e di un uomo vile. Empio, perché disprezza i doni ricevuti da Dio, come se negasse l’utilità della facoltà visiva, di quella uditiva o della voce stessa.
3
Dunque Dio ti ha dato inutilmente gli occhi? Inutilmente vi ha infuso un soffio tanto vigoroso e capace d’arte da giungere lontano e raccogliere le forme delle cose visibili?
4
E quale messaggero è tanto rapido e diligente? Inutilmente ha anche reso l’aria interposta tanto attiva e tesa che, tendendosi in qualche modo, permette alla vista di attraversarla? Inutilmente ha creato la luce, senza la quale nessuna delle altre cose sarebbe utile?
5
Uomo, non essere ingrato, ma neppure dimentico delle cose superiori. Per il vedere e l’udire e, per Zeus, per la vita stessa e per ciò che vi contribuisce, per i frutti secchi, per il vino, per l’olio, rendi grazie a Dio;
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ma ricorda che ti ha dato qualcos’altro, migliore di tutte queste cose: ciò che se ne servirà, le esaminerà e valuterà il valore di ciascuna.
7
Che cos’è infatti ciò che giudica ciascuna di queste facoltà e quanto valga? Forse ciascuna facoltà giudica se stessa? Hai mai sentito la facoltà visiva dire qualcosa su se stessa, o quella uditiva? O il grano, l’orzo, il cavallo o il cane? No: sono state poste come serve e schiave al servizio della facoltà che usa le rappresentazioni.
8
E se chiedi quanto valga ciascuna cosa, a chi lo chiedi? Chi ti risponde? Come potrebbe dunque un’altra facoltà essere superiore a questa, che si serve delle altre come di serve, esamina essa stessa ciascuna cosa e pronuncia il giudizio?
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Quale di quelle facoltà sa che cosa essa stessa sia e quanto valga? Quale sa quando bisogna servirsene e quando no? Qual è la facoltà che apre e chiude gli occhi, li distoglie da ciò da cui bisogna distoglierli e li rivolge a ciò a cui bisogna rivolgerli? Quella visiva? No, ma la facoltà della scelta morale. Quale chiude e apre le orecchie?
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Quale fa sì che siamo curiosi e desiderosi di sapere, oppure, al contrario, restiamo insensibili a ciò che viene detto? Quella uditiva?
11
Nient’altro che la facoltà della scelta morale. Essa vede di trovarsi in mezzo a tutte le altre facoltà, cieche e sorde, incapaci di scorgere altro che i compiti stessi per i quali sono state poste a servirla e assisterla; essa sola invece vede acutamente e riconosce quanto valga ciascuna delle altre, e quanto valga essa stessa. Dovrebbe dunque dichiararci che la cosa migliore è qualcos’altro anziché lei stessa?
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Che altro fa un occhio, quando viene aperto, se non vedere? Ma se si debba guardare la moglie di qualcuno e in che modo, chi lo dice?
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La facoltà della scelta morale. E se si debba credere o non credere a ciò che viene detto, e, una volta creduto, lasciarsene eccitare oppure no, chi lo dice?
14
Non è forse la facoltà della scelta morale? Questa capacità espressiva, che abbellisce le parole, se pure è una facoltà distinta, che altro fa, quando nasce un discorso su qualcosa, se non adornare le parole e disporle come i parrucchieri dispongono i capelli?
15
Ma se sia meglio parlare o tacere, parlare in questo modo o in quell’altro, se questo sia appropriato oppure no, e quale sia il momento e l’utilità di ciascuna cosa, chi altro lo dice se non la facoltà della scelta morale? Vuoi dunque che si faccia avanti e condanni se stessa?
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«E allora?», dice. «Se le cose stanno così, può ciò che serve essere superiore a ciò che viene servito: il cavallo al cavaliere, il cane al cacciatore, lo strumento al citarista, i servi al re?» Che cos’è ciò che si serve di tutto questo?
17
La scelta morale. Che cosa si prende cura di tutto? La scelta morale. Che cosa annienta l’uomo intero, ora con la fame, ora con l’impiccagione, ora gettandolo da un precipizio? La scelta morale.
18
Che cosa c’è dunque negli uomini di più forte di questa? E come potrebbero le cose che possono essere impedite essere più forti di ciò che non può esserlo? Che cosa può per natura impedire la facoltà visiva?
19
La scelta morale e le cose che non dipendono dalla scelta morale. Lo stesso vale per la facoltà uditiva e, allo stesso modo, per quella espressiva. Ma che cosa può per natura impedire la scelta morale? Nulla di ciò che non dipende dalla scelta morale; soltanto essa stessa, quando si perverte. Perciò soltanto essa costituisce il vizio o la virtù.
20
Dovrebbe dunque questa facoltà, tanto grande e preposta a tutte le altre, farsi avanti e dirci che la cosa migliore fra tutte è la carne? Neppure se fosse la carne stessa a dichiararsi la cosa migliore, qualcuno lo sopporterebbe.
21
Ma ora, Epicuro, che cos’è ciò che pronuncia queste affermazioni? Ciò che ha scritto Sul fine, le opere Sulla natura, il trattato Sul canone? Ciò che ti ha fatto lasciar crescere la barba? Ciò che, mentre morivi, scrisse che trascorrevi l’ultimo giorno e insieme un giorno felice?
22
La carne o la scelta morale? Ammetti dunque di possedere qualcosa di superiore a questa e non sei pazzo? Sei davvero così cieco e sordo?
23
E allora? Qualcuno disprezza le altre facoltà? Niente affatto. Qualcuno dice che non vi sia alcuna utilità o vantaggio nella capacità espressiva? Niente affatto. Sarebbe stolto, empio, ingrato verso Dio. Si attribuisce invece a ciascuna cosa il suo valore.
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C’è infatti una certa utilità anche nell’asino, ma non quanta nel bue; anche nel cane, ma non quanta in uno schiavo domestico; anche nello schiavo domestico, ma non quanta nei cittadini; anche nei cittadini, ma non quanta nei governanti.
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Tuttavia, per il fatto che alcune cose sono superiori, non bisogna disprezzare l’utilità che le altre possiedono. Anche la capacità espressiva ha un suo valore, ma non quanto la facoltà della scelta morale.
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Quando dunque dico queste cose, nessuno pensi che io vi esorti a trascurare l’espressione; non vi esorto infatti a trascurare neppure gli occhi, le orecchie, le mani, i piedi, il vestito o le calzature.
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Ma se mi chiedi: «Qual è dunque la cosa migliore fra tutte?», che cosa devo rispondere? La capacità espressiva? Non posso, ma la facoltà della scelta morale, quando è retta.
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È infatti questa che si serve anche di quella e di tutte le altre facoltà, piccole e grandi; quando essa è retta, l’uomo diventa buono, quando fallisce, l’uomo diventa cattivo;
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per essa siamo sfortunati o fortunati, ci biasimiamo a vicenda o siamo soddisfatti; in breve, essa, se trascurata, produce infelicità, se riceve le dovute cure, felicità.
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Ma eliminare la capacità espressiva e dire che in realtà non esiste affatto non è soltanto da ingrati verso chi ce l’ha donata, ma anche da vili.
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Un uomo simile mi sembra infatti temere che, se davvero esiste una capacità di questo genere, non saremo capaci di disprezzarla.
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Così sono anche quelli che dicono che non vi sia alcuna differenza fra bellezza e bruttezza. Allora vedere Tersite avrebbe dovuto suscitare la stessa reazione che vedere Achille? Elena la stessa che una donna qualunque?
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Anche queste sono sciocchezze rozze, proprie di chi non conosce la natura di ciascuna cosa, ma teme che, se qualcuno si accorge della differenza, venga immediatamente trascinato via e vinto.
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La cosa importante è invece questa: lasciare a ciascuna cosa la capacità che possiede e, dopo avergliela riconosciuta, considerarne il valore, comprendere quale sia la cosa migliore fra tutte e perseguire questa in ogni situazione, dedicandosi ad essa e considerando tutto il resto secondario rispetto ad essa, senza tuttavia trascurarlo per quanto possibile.
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Bisogna infatti prendersi cura anche degli occhi, ma non come della cosa migliore: anche di essi ci si prende cura in vista della cosa migliore, perché questa non potrà essere conforme a natura se non giudicando rettamente anche in queste cose e scegliendo alcune invece di altre.
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Che cosa accade dunque? È come se uno, diretto verso la propria patria, passando per una bella locanda, trovasse piacevole la locanda e vi rimanesse.
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Uomo, hai dimenticato il tuo scopo: non eri in viaggio verso questo luogo, ma attraverso questo luogo. «Ma è bello.» Quante altre belle locande ci sono, quanti bei prati! Semplicemente come luoghi di passaggio.
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Lo scopo era un altro: tornare in patria, liberare i propri cari dalla paura, compiere personalmente i doveri del cittadino, sposarsi, avere figli, ricoprire le magistrature previste dalla consuetudine.
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Non sei venuto infatti per scegliere per noi i luoghi più piacevoli, ma per vivere là dove sei nato e dove sei stato iscritto fra i cittadini. Qualcosa di simile accade anche qui.
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Poiché bisogna giungere alla perfezione attraverso il ragionamento e un insegnamento di questo genere, purificare la propria scelta morale e rendere retta la facoltà che usa le rappresentazioni, e poiché l’insegnamento deve necessariamente procedere attraverso certe dottrine, una certa forma di espressione e una certa varietà e sottigliezza delle dottrine,
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alcuni, catturati proprio da queste cose, rimangono lì: uno dall’espressione, un altro dai sillogismi, un altro dagli argomenti che mutano di significato, un altro ancora da qualche altra locanda del genere; e, fermatisi lì, marciscono come presso le Sirene.
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Uomo, il tuo scopo era renderti capace di usare secondo natura le rappresentazioni che ti si presentano, nel desiderio senza fallire ciò che desideri, nell’avversione senza incorrere in ciò che vuoi evitare, senza essere mai sfortunato né infelice, libero, non impedito, non costretto, in armonia con il governo di Zeus, obbedendogli e accettandolo di buon grado, senza biasimare né accusare nessuno, capace di dire con tutta l’anima questi versi: Guidami, o Zeus, e tu, Destino.
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E poi, avendo questo scopo, se ti piace una formulazione, se ti piacciono certe dottrine, rimani lì e scegli di stabilirti, dimenticandoti di ciò che hai a casa, e dici: «Queste cose sono belle». E chi dice che non lo siano?
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Ma come luoghi di passaggio, come locande. Che cosa impedisce infatti a uno che parla come Demostene di essere sfortunato? Che cosa impedisce a uno che analizza sillogismi come Crisippo di essere miserabile, di affliggersi, di provare invidia, in breve di essere turbato e infelice?
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Nulla. Vedi dunque che quelle erano locande che non valevano nulla, mentre lo scopo era un altro.
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Quando dico queste cose ad alcuni, pensano che io voglia demolire la cura dell’espressione o delle dottrine. Io non demolisco questa cura, ma l’attaccarsi ad esse senza sapersene staccare e il riporre lì le proprie speranze.
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Se qualcuno, mostrando questo, danneggia chi lo ascolta, considerate anche me uno di quelli che fanno danno. Ma non posso, vedendo che una cosa è la migliore e la più importante, dire che lo sia un’altra soltanto per farvi piacere.