È libero chi vive come vuole, chi non può essere costretto, impedito o forzato, i cui impulsi non incontrano ostacoli, i cui desideri raggiungono il loro scopo e le cui avversioni non incappano in ciò che vogliono evitare.
Diatriba IV.1 — Sulla libertà
Chi dunque vuole vivere sbagliando? — Nessuno. — Chi vuole vivere ingannato, precipitoso, ingiusto, intemperante, lamentoso, meschino?
— Nessuno. — Dunque nessuno dei cattivi vive come vuole; e perciò nessuno di loro è libero.
E chi vuole vivere afflitto, impaurito, invidioso, preso dalla pietà, desiderando e fallendo, provando avversione e incappando in ciò che vuole evitare?
— Nessuno. — Troviamo dunque qualcuno dei cattivi che sia libero dal dolore, dalla paura, che non incappi in ciò che vuole evitare e non fallisca ciò che desidera? — Nessuno. — Dunque neppure uno che sia libero.
Se uno che è stato console due volte sente queste cose, se aggiungi: «Ma tu sei sapiente: queste cose non ti riguardano», ti perdonerà.
Ma se gli dici la verità, cioè che quanto a non essere schiavo non differisce affatto da quelli che sono stati venduti tre volte, che altro devi aspettarti se non delle percosse?
«Come», dice, «io sarei schiavo? Mio padre era libero, mia madre libera, nessuno possiede un atto di compravendita su di me; inoltre sono senatore, amico di Cesare, sono stato console e possiedo molti schiavi.»
Anzitutto, eccellentissimo senatore, forse anche tuo padre era schiavo della stessa schiavitù, e tua madre, tuo nonno e, risalendo, tutti i tuoi antenati.
E anche se fossero stati liberissimi, che cosa importa a te? Che cosa importa se loro erano nobili e tu ignobile, loro impavidi e tu vile, loro temperanti e tu intemperante?
«E che cosa ha a che fare questo», dice, «con l’essere schiavo?» — Ti sembra che fare qualcosa controvoglia, sotto costrizione e gemendo, non abbia nulla a che fare con l’essere schiavo?
— «Questo concediamolo», dice. «Ma chi può costringermi, se non Cesare, padrone di tutti?»
— Ecco: hai ammesso tu stesso di avere almeno un padrone. E il fatto che sia, come dici, padrone comune di tutti non ti consoli; sappi invece che sei schiavo di una grande casa.
Così anche gli abitanti di Nicopoli sono soliti gridare: «Per la fortuna di Cesare, siamo liberi!»
Tuttavia, se vuoi, lasciamo per ora da parte Cesare e dimmi questo: non ti sei mai innamorato di qualcuno, di una ragazza, di un ragazzo, di uno schiavo o di una persona libera?
— «E che cosa ha a che fare questo con l’essere schiavo o libero?»
— La persona amata non ti ha mai ordinato qualcosa che non volevi? Non hai mai adulato il tuo schiavetto? Non gli hai mai baciato i piedi? Eppure, se qualcuno ti costringesse a baciare quelli di Cesare, lo considereresti un oltraggio e il colmo della tirannide.
Che cos’altro è dunque la schiavitù? Non sei mai andato di notte dove non volevi? Non hai mai speso quanto non volevi? Non hai mai detto certe cose gemendo e sospirando, sopportato insulti, trovato porte chiuse?
Ma se ti vergogni di confessare le tue cose, guarda che cosa dice e fa Trasonide, lui che ha fatto tante campagne militari quante forse neppure tu: anzitutto è uscito di notte, quando Geta non osa uscire; e se fosse stato costretto da lui, sarebbe uscito gridando molto e lamentando l’amara schiavitù.
Poi che cosa dice? «Una ragazzetta da nulla mi ha ridotto in schiavitù, me che nessuno dei nemici ha mai potuto.»
Disgraziato, sei schiavo di una ragazzetta, e per di più da nulla. Perché dunque continui a chiamarti libero? Perché metti avanti le tue campagne militari?
Poi chiede una spada, si adira con chi, per affetto, rifiuta di dargliela, manda doni a quella che lo odia, supplica e piange; poi, appena ottiene un piccolo successo, si esalta. Ma anche allora, in che senso?
Era forse libero al punto da non desiderare né temere?
Considera ora, nel caso degli animali, come usiamo la nozione di libertà.
Gli uomini tengono leoni addomesticati rinchiusi, li nutrono e alcuni se li portano dietro. E chi dirà che un simile leone è libero? Non è forse vero che, quanto più comodamente vive, tanto più servile è la sua condizione? E quale leone, se avesse coscienza e ragione, vorrebbe essere uno di questi?
E questi uccelli, quando vengono catturati e nutriti in gabbia, quanto soffrono cercando di fuggire! Alcuni di loro preferiscono perfino morire di fame piuttosto che sopportare una vita simile;
e quelli che sopravvivono, sopravvivono a stento e con fatica, deperendo; e se trovano anche solo una piccola apertura, balzano fuori. Tanto desiderano la libertà naturale, l’essere autonomi e non impediti.
«E che male ti accade qui?» Come puoi dirlo? «Sono fatto per volare dove voglio, vivere all’aperto, cantare quando voglio; tu mi privi di tutto questo e domandi che male mi accade?»
Perciò diremo liberi soltanto quegli animali che non sopportano la cattura, ma, appena catturati, sfuggono morendo.
Così anche Diogene dice da qualche parte che vi è un solo mezzo per la libertà: essere pronti a morire; e scrive al re dei Persiani: «Non puoi ridurre in schiavitù la città degli Ateniesi più di quanto tu possa farlo con i pesci.»
«Come? Non posso forse catturarli?» «Se li catturi», dice, «ti abbandoneranno subito e se ne andranno, proprio come i pesci. Infatti, qualunque pesce tu catturi, muore; e se anche gli Ateniesi, una volta catturati, muoiono, a che ti serve tutto il tuo apparato?»
Questa è la voce di un uomo libero, che ha esaminato seriamente la questione e, com’era naturale, ha trovato la risposta. Se invece cerchi la libertà altrove da dove si trova, che meraviglia se non la trovi mai?
Lo schiavo desidera subito essere affrancato. Perché? Credete che desideri pagare del denaro agli esattori della ventesima? No: è perché immagina che finora, non avendo ottenuto l’affrancamento, sia stato impedito e abbia vissuto male.
«Se sarò liberato», dice, «subito ogni cosa scorrerà bene: non mi curerò di nessuno, parlerò a tutti da pari a pari, andrò dove voglio, verrò da dove voglio e andrò dove voglio.»
Poi viene liberato e, non avendo subito dove mangiare, cerca chi adulare e presso chi cenare; poi o lavora con il corpo e patisce cose durissime e, anche se si procura una mangiatoia, cade in una schiavitù molto più dura della precedente,
oppure, se riesce ad arricchirsi, da uomo senza discernimento si innamora di una ragazzetta, diventa infelice, piange e rimpiange la schiavitù.
«Che male avevo allora? Uno mi vestiva, un altro mi metteva le scarpe, un altro mi nutriva, un altro mi curava quando ero malato; io gli prestavo pochi servizi. Ora invece, disgraziato, che cosa soffro, schiavo di molti invece che di uno solo!»
«Tuttavia», dice, «se otterrò gli anelli, allora vivrò davvero nella massima serenità e felicità.» Anzitutto, per ottenerli, subisce ciò che merita; poi, una volta ottenuti, di nuovo le stesse cose.
Poi dice: «Se entrerò nel servizio militare, sarò liberato da tutti i mali». Entra nel servizio, patisce quanto uno schiavo da frusta e nondimeno chiede una seconda e una terza nomina.
Infine, quando vi mette il coronamento e diventa senatore, proprio allora, entrando in senato, diventa schiavo; allora serve nella schiavitù più bella e più splendida.
Purché non sia stolto, ma impari ciò che diceva Socrate: che cosa sia ciascuna delle cose che esistono, e non applichi a caso le prenozioni ai singoli casi.
Questa infatti è la causa di tutti i mali degli uomini: non saper applicare le prenozioni comuni ai casi particolari.
Noi invece crediamo, ciascuno, che la causa sia un’altra. Uno pensa che sia perché è malato. Nient’affatto: è perché non sa applicare le prenozioni. Un altro perché è povero, un altro perché ha un padre o una madre difficili, un altro perché Cesare non gli è favorevole. Ma la causa è una sola: non sapere applicare le prenozioni.
Chi infatti non possiede la prenozione del male: che è dannoso, da evitare, da allontanare in ogni modo? Una prenozione non è in conflitto con un’altra; il conflitto nasce quando si tratta di applicarle.
Che cos’è dunque questo male, dannoso e da evitare? Uno dice: «Non essere amico di Cesare». Ha perso la strada, ha fallito l’applicazione, si tormenta e cerca cose che non hanno nulla a che fare con ciò che si propone; perché, anche ottenuto di essere amico di Cesare, non ha per questo ottenuto ciò che cercava.
Che cosa cerca infatti ogni uomo? Essere saldo, essere felice, fare ogni cosa come vuole, non essere impedito né costretto. Quando dunque diventa amico di Cesare, smette forse di essere impedito e costretto, diventa saldo, vive serenamente? A chi dobbiamo chiederlo? Quale testimone più attendibile abbiamo di colui stesso che è diventato amico?
Vieni in mezzo e dicci: quando dormivi più tranquillo, ora o prima di diventare amico di Cesare? Subito lo senti dire: «Per gli dèi, smettila di prenderti gioco della mia sorte. Non sai che cosa soffro, disgraziato! Non riesco nemmeno a dormire: arriva uno a dirmi che Cesare è già sveglio, che sta già uscendo; poi agitazioni, poi preoccupazioni.»
Suvvia, e quando cenavi più serenamente, ora o prima? Ascolta che cosa dice anche di questo: se non è invitato, soffre; se è invitato, cena come uno schiavo presso il padrone, stando tutto il tempo attento a non dire o fare qualcosa di sciocco. E che cosa credi che tema? Di essere frustato come uno schiavo? Magari! No: come si addice a un uomo tanto importante, amico di Cesare, teme di perdere la testa.
E quando facevi il bagno più tranquillo? Quando ti esercitavi con più agio? In generale, quale vita preferiresti vivere: quella di ora o quella di allora?
Posso giurare che nessuno è tanto insensibile o tanto bugiardo da non lamentare le proprie sventure, quanto più è vicino a Cesare.
Se dunque né quelli che vengono chiamati re vivono come vogliono, né gli amici dei re, chi è ancora libero? Cerca e troverai. La natura infatti ti ha dato i mezzi per trovare la verità. Ma se da solo, seguendo questi semplici punti di partenza, non riesci a trovare ciò che ne consegue, ascolta quelli che hanno cercato.
Che cosa dicono? «La libertà ti sembra un bene?» — «Il più grande.» — «Può dunque chi possiede il più grande dei beni essere infelice o vivere male?» — «No.» — «Allora, chiunque tu veda infelice, privo di serenità, in lutto, dichiaralo con sicurezza non libero.» — «Lo dichiaro.»
— «Dunque ci siamo ormai allontanati dalla compravendita e da questa classificazione relativa alla proprietà. Se infatti hai concesso correttamente queste cose, anche un Gran Re, se è infelice, non è libero; né un piccolo re, né un ex console, né uno che lo sia stato due volte.» — «Sia pure.»
Rispondimi ancora a questo: la libertà ti sembra qualcosa di grande, nobile e degno di valore? — «Come potrebbe non esserlo?» — È dunque possibile, possedendo qualcosa di tanto grande, nobile e degno di valore, essere meschini? — «Non è possibile.»
— «Quando dunque vedi qualcuno prostrarsi davanti a un altro o adulare contro il proprio giudizio, di’ con sicurezza che anche costui non è libero; e non soltanto se lo fa per un piccolo pranzo, ma anche se lo fa per una provincia o per un consolato. Chi lo fa per piccole cose chiamalo schiavo di poco; chi lo fa per grandi cose, come merita, schiavo di grandi cose.»
— «Concedo anche questo.» — Ti sembra poi che la libertà sia qualcosa di autonomo e padrone di sé? — «Come potrebbe non esserlo?» — Allora chiunque possa essere impedito o costretto da un altro, di’ con sicurezza che non è libero.
E non guardare ai suoi nonni e bisnonni, né cercare atti di compravendita; se lo senti dire dall’intimo e con passione «Signore», anche se davanti a lui avanzano dodici fasci, chiamalo schiavo. Se lo senti dire «Povero me, che cosa soffro!», chiamalo schiavo. Se in generale lo vedi piangere, lamentarsi, vivere male, chiamalo schiavo con la veste bordata di porpora.
E se non fa nessuna di queste cose, non chiamarlo ancora libero: esamina i suoi giudizi, per vedere se contengono qualcosa che possa costringerlo, impedirlo o rendergli la vita difficile. Se ne trovi uno simile, chiamalo schiavo in vacanza per i Saturnali; di’ che il suo padrone è lontano: tornerà, e allora saprai che cosa soffre.
— «Chi tornerà?» — Chiunque abbia potere su una delle cose che costui vuole, così da procurargliela o togliergliela. — «Abbiamo dunque tanti padroni?» — Tanti. Prima degli uomini abbiamo come padroni le cose; e le cose sono molte. Perciò è inevitabile che anche quelli che hanno potere su una di esse diventino nostri padroni.
Nessuno infatti teme Cesare in quanto tale, ma la morte, l’esilio, la confisca del patrimonio, la prigione, il disonore. E nessuno ama Cesare, a meno che non sia persona di grande valore; amiamo invece la ricchezza, il tribunato, il comando militare, il consolato. Quando amiamo, odiamo e temiamo queste cose, è inevitabile che chi ne ha il potere sia nostro padrone. Per questo ci prostriamo davanti a loro come davanti a dèi.
Pensiamo infatti: «Ciò che ha potere sul massimo vantaggio è divino»; poi applichiamo male la premessa: «Costui ha potere sul massimo vantaggio». È inevitabile allora che anche la conclusione che ne traiamo sia sbagliata.
Che cos’è dunque ciò che rende l’uomo non impedito e padrone di sé? Non lo rende tale la ricchezza, né il consolato, né il governo di una provincia, né la regalità: bisogna trovare qualcos’altro.
Che cos’è dunque ciò che, nello scrivere, rende non impediti e senza ostacoli? — La conoscenza dello scrivere. — E nel suonare la cetra? — La conoscenza del suonare la cetra. — Dunque anche nel vivere è la conoscenza del vivere.
Questo lo hai sentito in generale; esaminalo ora anche nei singoli casi. Chi desidera qualcosa che dipende da altri può essere non impedito? — No. — Può essere senza ostacoli?
— No. — Dunque non può neppure essere libero. Considera allora: non abbiamo nulla che dipenda soltanto da noi, oppure tutto, oppure alcune cose dipendono da noi e altre da altri?
— «Che cosa intendi?» — Quando vuoi che il tuo corpo sia integro, dipende da te oppure no? — «Non da me.» — E che sia sano? — «Neppure questo.» — E che sia bello? — «Neppure questo.» — E vivere e morire? — «Neppure questo.» — Dunque il corpo appartiene ad altro ed è soggetto a tutto ciò che è più forte.
— «Sia pure.» — Dipende da te possedere il campo quando vuoi, per quanto vuoi e nella condizione che vuoi? — «No.» — E gli schiavi? — «No.» — E i vestiti? — «No.» — E la casetta? — «No.» — E i cavalli? — «Nessuna di queste cose.» — E se vuoi a ogni costo che vivano i tuoi figli, tua moglie, tuo fratello o i tuoi amici, dipende da te? — «Neppure questo.»
Hai dunque qualcosa di autonomo, che dipenda soltanto da te, oppure non hai nulla del genere? — «Non lo so.» — Guarda allora la cosa in questo modo ed esaminala.
Può qualcuno costringerti a dare assenso a ciò che è falso? — «Nessuno.» — Dunque, nell’ambito dell’assenso, sei non impedito e senza ostacoli.
— «Sia pure.» — Suvvia, può qualcuno costringerti a muoverti all’azione verso ciò che non vuoi? — «Può: quando mi minaccia di morte o di catene, mi costringe ad agire.» — E se disprezzi la morte e le catene, ti curi ancora di lui?
— «No.» — Dipende da te disprezzare la morte oppure no? — «Dipende da me.» — Dunque dipende da te anche muoverti all’azione, oppure no? — «Sia pure, dipende da me.» — E trattenerti dall’azione, da chi dipende?
— «Anche questo da me.» — «E allora, se io ho deciso di passeggiare e quello me lo impedisce?» — Che cosa può impedirti? Forse l’assenso? — «No, ma il corpicino.» — Sì, come potrebbe impedire una pietra. — «Sia pure; ma io non passeggio più.»
— Chi ti ha detto che il passeggiare è un’azione tua che non può essere impedita? Io dicevo che non può essere impedito soltanto il tuo impulso a passeggiare; dove invece occorrono il corpo e la sua cooperazione, hai già sentito da tempo che nulla di questo è tuo.
— «Concedo anche questo.» — Può qualcuno costringerti a desiderare ciò che non vuoi? — «Nessuno.» — E a proporti qualcosa o a intraprenderla, o in generale a usare in un certo modo le rappresentazioni che ti si presentano?
— «Neppure questo; ma quando desidero qualcosa, qualcuno può impedirmi di ottenerla.» — Se desideri qualcosa che è tuo e non può essere impedito, come potrà impedirtelo? — «In nessun modo.» — Chi dunque ti dice che chi desidera le cose altrui può essere non impedito?
«Dunque non devo desiderare la salute?» — Nient’affatto, né alcun’altra cosa che appartenga ad altri.
Ciò che non dipende da te procurarti o conservare quando vuoi è cosa altrui. Tieni lontane da essa non soltanto le mani, ma molto prima ancora il desiderio; altrimenti ti sei consegnato come schiavo, hai posto il collo sotto il giogo, ogni volta che ammiri qualcosa che non è tuo, qualunque cosa mortale e soggetta ad altri a cui tu ti attacchi. — «La mano non è mia?»
— È una parte di te, ma per natura è terra, soggetta a impedimento e costrizione, schiava di tutto ciò che è più forte.
E perché ti parlo della mano? Devi considerare l’intero corpo come un asinello carico: usalo finché è possibile e finché ti viene concesso; ma se interviene una requisizione e un soldato lo afferra, lascialo andare, non resistere e non brontolare. Altrimenti, dopo aver preso anche delle percosse, perderai ugualmente l’asinello.
E se devi comportarti così verso il corpo, guarda che cosa resta da fare con tutte le altre cose che vengono procurate per il corpo. Se quello è un asinello, le altre cose diventano briglie dell’asinello, selle, ferri, orzo, foraggio. Lascia andare anche quelle: liberatene più rapidamente e più facilmente che dell’asinello.
Una volta preparato così e dopo esserti esercitato a distinguere ciò che appartiene ad altri da ciò che è tuo, ciò che può essere impedito da ciò che non può esserlo, considerando questo come riguardante te e quello come estraneo, tenendo qui attentamente il desiderio e qui l’avversione, temi ancora qualcuno?
— «Nessuno.» — Di che cosa infatti avrai paura? Delle cose che sono tue, nelle quali sta per te l’essenza del bene e del male? E chi ha potere su queste cose? Chi può togliertele, chi impedirle? Nessuno, non più di quanto possa farlo con Dio.
Avrai invece paura per il corpo e i possedimenti? Per le cose altrui? Per ciò che non ti riguarda? E che altro hai studiato fin dall’inizio se non distinguere le cose tue da quelle non tue, ciò che dipende da te da ciò che non dipende da te, ciò che può essere impedito da ciò che non può esserlo? Perché sei andato dai filosofi? Per essere ugualmente sfortunato e infelice?
Così dunque sarai libero dalla paura e dal turbamento. E il dolore che cosa avrà a che fare con te? Le cose che, quando sono attese, generano paura, quando sono presenti generano dolore. E che cosa desidererai ancora? Per le cose che dipendono dalla scelta morale, in quanto belle e presenti, avrai un desiderio misurato e stabile; di ciò che non dipende dalla scelta morale non desidererai nulla, così che non vi sia spazio per quella brama irrazionale, impetuosa e precipitosa oltre misura.
Quando dunque ti trovi in questo rapporto con le cose, quale uomo può ancora farti paura? Che cosa ha infatti un uomo di terribile per un altro uomo, nel vederlo, nel parlargli o in generale nel frequentarlo? Non più di quanto un cavallo sia terribile per un cavallo, un cane per un cane, un’ape per un’ape. Sono le cose a far paura a ciascuno; e quando qualcuno può procurarle o toglierle a un altro, allora anche lui diventa terribile.
Come si abbatte dunque l’acropoli? Non con il ferro né con il fuoco, ma con i giudizi. Se infatti abbattiamo l’acropoli che sta nella città, abbiamo forse abbattuto anche quella della febbre, quella delle belle donnicciole, in una parola l’acropoli che è dentro di noi e i tiranni che abbiamo in noi ogni giorno, ora gli stessi, ora altri?
È da qui che bisogna cominciare e da qui abbattere l’acropoli, scacciare i tiranni: lasciare andare il corpicino, le sue parti, le sue capacità, i possedimenti, la reputazione, le cariche, gli onori, i figli, i fratelli, gli amici, e considerare tutte queste cose come altrui.
E se da qui i tiranni sono stati scacciati, perché dovrei ancora demolire le mura dell’acropoli, almeno per me? Che cosa mi fa, se resta in piedi? Perché dovrei ancora scacciare le guardie? Dove infatti ne sento il potere? Hanno verghe, lance e spade per altri.
Io invece non sono mai stato impedito quando volevo né costretto quando non volevo. E come è possibile? Ho subordinato il mio impulso a Dio. Vuole che io abbia la febbre: lo voglio anch’io. Vuole che mi muova verso qualcosa: lo voglio anch’io. Vuole che desideri: lo voglio anch’io. Vuole che ottenga qualcosa: lo voglio anch’io.
Non lo vuole: non lo voglio. Vuole che io muoia: voglio morire. Vuole che sia torturato: voglio essere torturato. Chi può ancora impedirmi contro il mio giudizio o costringermi? Non più di quanto potrebbe farlo con Zeus.
Così fanno anche i viaggiatori più prudenti. Uno ha sentito che la strada è infestata dai briganti: non osa percorrerla da solo, ma aspetta di unirsi al seguito di un ambasciatore, di un questore o di un proconsole e, aggregatosi a loro, passa in sicurezza.
Così fa nel mondo anche l’uomo assennato. Vi sono molte bande di briganti, tiranni, tempeste, privazioni, perdite delle persone più care.
Dove rifugiarsi? Come attraversare senza essere depredati? Quale compagnia aspettare per passare al sicuro? A chi unirsi?
Al tale, al ricco, all’ex console? E che vantaggio ne ho? Lui stesso viene spogliato, si lamenta, piange. E se proprio il mio compagno di viaggio si rivolta contro di me e diventa il mio brigante?
Che farò? Diventerò amico di Cesare: se sarò suo compagno, nessuno mi farà torto. Anzitutto, per diventarlo, quante cose devo sopportare e patire, quante volte e da quanti essere depredato! E poi, se lo divento, anche lui è mortale.
E se, per qualche circostanza, proprio lui diventa mio nemico, dove sarà meglio ritirarmi?
In un deserto? Suvvia, là non arriva la febbre? Che fare dunque? Non si può trovare una compagnia sicura, fedele, forte e incapace di tradire?
Riflettendo così, comprende che, se si unisce a Dio, attraverserà la vita in sicurezza.
«Che cosa intendi per unirsi a Dio?» — Volere anche lui ciò che Dio vuole, e non volere ciò che Dio non vuole.
— «E come può accadere questo?» — In quale altro modo, se non esaminando gli impulsi di Dio e il suo governo? Che cosa mi ha dato come mia e in mio potere, e che cosa ha riservato a sé? Mi ha dato le cose che dipendono dalla scelta morale, le ha poste in mio potere, non impedite, non ostacolate. Come avrebbe potuto rendere non impedito il corpo, che è fatto di argilla? Ha dunque sottoposto al ciclo dell’universo il corpo, i possedimenti, gli oggetti, la casa, i figli, la moglie.
Perché dunque dovrei combattere contro Dio? Perché voler possedere incondizionatamente ciò che non è da volere così e che non mi è stato dato a queste condizioni? Come devo invece averlo? Come mi è stato dato e per quanto mi viene concesso. Ma colui che lo ha dato lo riprende. Perché dovrei oppormi? Non dico soltanto che sarei stolto a resistere al più forte, ma, prima ancora, ingiusto.
Da dove infatti avevo queste cose quando sono venuto? Me le ha date mio padre. E a lui chi le ha date? Chi ha fatto il sole, chi i frutti, chi le stagioni, chi il legame e la comunanza reciproca fra gli uomini?
E poi, dopo aver ricevuto da un altro ogni cosa, perfino te stesso, ti indigni e biasimi chi ti ha dato, se ti toglie qualcosa?
Chi sei e per che cosa sei venuto? Non è stato lui a introdurti qui? Non è stato lui a mostrarti la luce? Non ti ha dato collaboratori? Non ti ha dato anche i sensi e la ragione? E come ti ha introdotto? Non come mortale? Non come uno destinato a vivere sulla terra con un po’ di carne, a contemplare per un breve tempo il suo governo, a partecipare con lui alla processione e alla festa?
Non vuoi dunque, finché ti è concesso, contemplare la processione e la festa e poi, quando ti conduce fuori, andartene dopo esserti inchinato e aver ringraziato per ciò che hai udito e visto?
«No: volevo continuare a festeggiare.» Anche gli iniziati vorrebbero forse continuare l’iniziazione e quelli a Olimpia vedere altri atleti; ma la festa ha una fine. Esci, vattene da uomo grato e rispettoso; lascia spazio agli altri. Devono nascere anche altri, come sei nato tu, e una volta nati devono avere un posto, case e il necessario. Se i primi non se ne vanno, che cosa rimane? Perché sei insaziabile, perché non ti basta, perché rendi angusto il mondo?
— «Sì, ma voglio che i miei figlioletti e mia moglie stiano con me.» — Sono forse tuoi? Non appartengono a chi li ha dati, a chi ha fatto anche te? Non rinuncerai dunque alle cose altrui? Non cederai a chi è più forte?
— «Perché allora mi ha introdotto a queste condizioni?» — E se non ti vanno bene, esci: non ha bisogno di uno spettatore che si lamenta. Ha bisogno di chi festeggia con lui, di chi partecipa al coro, perché applauda ancora di più, acclami il divino e celebri la festa.
Quanto a quelli che non sanno sopportare e ai vili, non gli dispiacerà vederli esclusi dalla festa: neppure quando erano presenti vivevano come a una festa né occupavano il posto che si addiceva loro, ma soffrivano, biasimavano la divinità, la sorte, i compagni, insensibili sia a ciò che avevano ricevuto sia alle proprie capacità, ricevute proprio per affrontare il contrario: magnanimità, nobiltà, coraggio, e quella stessa libertà che ora stiamo cercando.
— «Per che cosa ho dunque ricevuto queste cose?» — Per usarle. — «Fino a quando?» — Finché vuole colui che te ne ha concesso l’uso. — «E se mi sono necessarie?» — Non attaccarti a esse e non lo saranno. Non dichiararle tu stesso necessarie e non lo saranno.
Questo era l’esercizio da praticare dalla mattina alla sera: cominciando dalle cose più piccole e più esposte al danno, da una pentola, da una coppa; poi passa a una tunichetta, a un cagnolino, a un cavallino, a un campicello; da lì a te stesso, al corpo, alle parti del corpo, ai figli, alla moglie, ai fratelli.
Guarda tutt’intorno e getta ogni cosa lontano da te. Purifica i tuoi giudizi: bada che nulla di ciò che non è tuo ti sia rimasto attaccato, che nulla vi sia cresciuto insieme, che nulla ti faccia soffrire quando viene strappato.
E mentre ti eserciti ogni giorno, come là, non dire che filosofeggi — il nome sia pure troppo pretenzioso — ma che stai procurando un garante della tua libertà. Questa infatti è la vera libertà.
A questa libertà Diogene fu liberato da Antistene, e disse di non poter più essere ridotto in schiavitù da nessuno.
Per questo, guarda come si comportò quando fu catturato, come trattò i pirati: chiamò forse qualcuno di loro «padrone»? E non parlo della parola in sé: non temo il suono, ma la disposizione da cui il suono viene emesso.
Come li rimprovera perché nutrivano male i prigionieri! Come viene venduto: cerca forse un padrone? No, cerca uno schiavo. E una volta venduto, come si comporta con colui che lo ha comprato? Subito gli spiega che non deve vestirsi in quel modo né portare i capelli così, e, riguardo ai figli, come devono vivere.
E che c’è di strano? Se avesse comprato un allenatore, nelle cose della palestra lo avrebbe trattato come servitore o come padrone? E lo stesso se avesse comprato un medico o un architetto. Così, in ogni materia, è necessario che chi sa governi chi non sa.
Chi dunque possiede in generale la conoscenza del vivere, che altro deve essere se non il padrone? Chi è infatti padrone su una nave? — «Il pilota.» — Perché? Perché chi non gli obbedisce ne riceve danno.
— «Ma può frustarmi.» — E può farlo senza danno per sé? — «Anch’io pensavo di sì.» — Ma proprio perché non può farlo senza danno per sé, non gli è lecito: a nessuno è senza danno compiere azioni ingiuste.
— «E qual è il danno per chi incatena il proprio schiavo, secondo te?» — Il fatto stesso di incatenarlo. Anche tu lo ammetterai, se vuoi conservare l’idea che l’uomo non è una bestia feroce, ma un animale mite.
Quando infatti una vite si comporta male? Quando agisce contro la propria natura. E un gallo quando?
Allo stesso modo. Dunque anche l’uomo. Qual è allora la sua natura? Mordere, scalciare, gettare in prigione e decapitare? No: fare del bene, cooperare, augurare il bene. Perciò, che tu lo voglia o no, si comporta male quando agisce contro ciò che gli è proprio.
«Dunque Socrate non subì un male?» — No: lo subirono i giudici e gli accusatori. — «E a Roma Elvidio?» — No: lo subì chi lo uccise. — «Come dici?»
— Come anche tu non dici che ha avuto la peggio il gallo che, dopo aver vinto, viene fatto a pezzi, ma quello che è stato sconfitto senza essere colpito; e non consideri fortunato il cane che non insegue né fatica, ma quello che vedi sudare, soffrire, quasi scoppiare per la corsa.
Che cosa vi è di paradossale se diciamo che per ogni essere il male consiste in ciò che è contrario alla sua natura? È forse paradossale? Non lo dici tu stesso per tutte le altre cose? Perché dunque soltanto per l’uomo ragioni diversamente?
E dire che la natura dell’uomo è mite, socievole e leale è forse paradossale? — «Neppure questo.»
— Come dunque uno non è danneggiato quando viene frustato, incatenato o decapitato? Se sopporta queste cose nobilmente, ne esce anzi con un guadagno e un beneficio; è danneggiato invece chi subisce le cose più miserabili e vergognose: chi da uomo diventa lupo, vipera o vespa.
Suvvia dunque, ricapitoliamo ciò che abbiamo convenuto. È libero l’uomo non impedito, al quale le cose sono a disposizione come vuole. Chi invece può essere impedito, costretto, ostacolato o spinto controvoglia in qualcosa, è schiavo.
Chi è non impedito? Chi non desidera nessuna delle cose altrui. E quali sono altrui? Quelle che non dipende da noi possedere o non possedere, né possedere in una certa condizione o in un certo modo.
Dunque il corpo è cosa altrui, le sue parti sono cose altrui, i possedimenti sono cosa altrui. Se dunque ti attacchi a una di queste cose come se fosse tua, pagherai la pena che merita chi desidera le cose altrui.
Questa è la via che conduce alla libertà, questa sola libera dalla schiavitù: poter dire un giorno con tutta l’anima: «Guidami, Zeus, e tu, Destino, dovunque abbiate stabilito il mio posto.»
«Ma che dici, filosofo? Il tiranno ti chiama per farti dire qualcosa che non ti si addice. Lo dici o non lo dici? Dimmi.» — «Lasciami riflettere.» — Rifletterai ora? Quando eri a scuola, su che cosa riflettevi? Non studiavi quali cose sono beni, quali mali e quali né l’uno né l’altro? — «Sì.» — E a quali conclusioni eravate giunti?
— «Che le cose giuste e nobili sono beni, quelle ingiuste e vergognose mali.» — Vivere è forse un bene? — «No.» — Morire un male? — «No.» — La prigione? — «No.» — E un discorso ignobile e sleale, il tradimento di un amico, l’adulazione di un tiranno, che cosa vi sembravano?
— «Mali.» — E allora? Non devi riflettere ora: hai già riflettuto e deliberato. Che razza di deliberazione sarebbe chiedersi se, potendo procurarmi i beni più grandi, io debba farlo, e se debba evitare di procurarmi i mali più grandi? Bella e necessaria deliberazione, davvero bisognosa di molta riflessione! Perché ci prendi in giro, uomo?
Una deliberazione del genere non si presenta mai. Se davvero ti rappresentassi le cose vergognose come mali e le altre come indifferenti, non arriveresti neppure a questa esitazione, neanche lontanamente: sapresti distinguerle subito, come con la vista della mente.
Quando infatti ti metti a riflettere se il nero sia bianco o il pesante leggero? Non segui forse ciò che appare evidente? Come puoi dunque dire ora di dover riflettere se le cose indifferenti siano da evitare più dei mali?
Ma non possiedi questi giudizi: non ti sembrano indifferenti queste cose, bensì i mali più grandi; e quelle altre non ti sembrano mali, anzi ti sembrano non riguardarci affatto.
Così ti sei abituato fin dall’inizio: «Dove sono? A scuola. E qualcuno mi ascolta? Parlo insieme ai filosofi.» Ma sono uscito dalla scuola: «Via quelle cose da studenti e da sciocchi». Così un amico viene denunciato da un filosofo, così un filosofo fa il parassita,
così si vende per denaro, così in senato uno non dice ciò che pensa. Dentro di lui grida il giudizio,
non una misera e fredda opinioncina, sospesa a un filo da ragionamenti casuali, ma forte, efficace e temprata dall’esercizio nelle azioni.
Osserva te stesso: come reagisci quando senti — non dico che tuo figlio è morto, come potresti sopportarlo? — ma che si è versato il tuo olio, che qualcuno ha bevuto il tuo vino,
così che uno, mentre stai gridando, debba soltanto dirti: «Filosofo, a scuola dici cose diverse. Perché ci inganni? Perché, verme come sei, dici di essere un uomo?»
Vorrei sorprendervi mentre siete a letto con qualcuno, per vedere come vi tendete, quali grida emettete, se ricordate il vostro nome e i discorsi che ascoltate, pronunciate o leggete.
«E che cosa ha a che fare questo con la libertà?» — Nient’altro che questo, che lo vogliate o no voi ricchi.
— «E chi te lo testimonia?» — Chi altri se non voi stessi, che avete un grande padrone e vivete al cenno e al movimento di lui; se soltanto guarda uno di voi con il volto corrugato, vi sentite morire, corteggiate vecchie e vecchi e dite: «Questo non posso farlo, non mi è permesso.»
Perché non ti è permesso? Non stavi poco fa discutendo con me e dicendo di essere libero? «Ma Aprilla me lo ha impedito.» Di’ dunque la verità, schiavo, e non fuggire dai tuoi padroni, non rinnegarli e non osare procurarti un garante della libertà, quando possiedi tante prove della tua schiavitù.
Eppure chi, costretto dall’amore a fare qualcosa contro il proprio giudizio, vede da un lato ciò che è meglio ma non trova la forza di seguirlo, potrebbe sembrare ancora più degno di perdono, in quanto dominato da qualcosa di violento e, in un certo senso, divino.
Ma chi potrebbe sopportare te, innamorato di vecchie e vecchi, che le pulisci il naso, le lavi, le riempi di doni e, mentre sono malate, le servi come uno schiavo e insieme preghi che muoiano, interrogando i medici per sapere se sono ormai in pericolo di vita? O ancora te che, per quelle grandi e venerabili cariche e onori, baci le mani degli schiavi altrui, così da essere schiavo non di uomini liberi, ma di schiavi?
E poi vai in giro con aria solenne perché sei pretore, perché sei console. Non so come hai ottenuto la pretura, da dove hai preso il consolato, chi te lo ha dato.
Io, da parte mia, non vorrei neppure vivere se dovessi vivere grazie a Felicione, sopportando il suo sopracciglio alzato e la sua arroganza servile. So infatti che cosa sia uno schiavo che, come si dice, ha fortuna ed è accecato da essa.
«Tu dunque», dice, «sei libero?» — Lo voglio, per gli dèi, e lo desidero; ma non sono ancora capace di guardare in faccia i miei padroni. Do ancora valore al corpicino, considero importante mantenerlo integro, benché integro neppure lo sia.
Ma posso mostrarti un uomo libero, perché tu non debba più cercare un esempio. Diogene era libero. Da che cosa lo sappiamo? Non perché fosse nato da genitori liberi — non lo era — ma perché era libero lui: aveva eliminato ogni appiglio della schiavitù e non vi era modo di avvicinarsi a lui né punto da cui afferrarlo per ridurlo in schiavitù.
Ogni cosa era per lui facile da sciogliere, ogni cosa soltanto appoggiata. Se ti fossi impadronito dei suoi possedimenti, te li avrebbe lasciati piuttosto che seguirti per essi; se della gamba, avrebbe lasciato la gamba; se dell’intero corpicino, l’intero corpo; e lo stesso per parenti, amici, patria. Sapeva da dove li aveva, da chi e a quali condizioni li aveva ricevuti.
I suoi veri antenati, gli dèi, e la sua vera patria non li avrebbe mai abbandonati, né avrebbe concesso a nessuno di obbedire e sottomettersi a essi più di lui; e nessun altro sarebbe morto più volentieri di lui per la patria.
Non cercava infatti mai di sembrare uno che facesse qualcosa per l’universo, ma ricordava che tutto ciò che accade viene da lì, è fatto per quella patria ed è comandato da colui che la governa.
Perciò guarda che cosa dice e scrive egli stesso: «Per questo, Diogene, ti è possibile parlare come vuoi sia al re dei Persiani sia ad Archidamo degli Spartani.»
Forse perché era nato da genitori liberi? Tutti gli Ateniesi, Spartani e Corinzi, forse perché nati da schiavi, non potevano parlare loro come volevano, ma li temevano e li corteggiavano?
Perché dunque, dice, gli era possibile? «Perché non considero mio il corpicino, perché non ho bisogno di nulla, perché la legge è tutto per me e nient’altro.» Queste erano le cose che gli permettevano di essere libero.
E perché tu non creda che ti mostri l’esempio di un uomo privo di legami, senza moglie, figli, patria, amici o parenti che potessero piegarlo e distrarlo, prendi Socrate e guardalo: aveva moglie e figli, ma come cose altrui; una patria, nei limiti e nel modo dovuti; amici e parenti, ma tutto sottoposto alla legge e all’obbedienza verso di essa.
Perciò, quando bisognava combattere, partiva per primo e là affrontava il pericolo senza risparmiarsi; quando invece i tiranni lo mandarono a prendere Leone, poiché lo riteneva vergognoso, non prese neppure in considerazione di farlo, pur sapendo che, se così fosse capitato, avrebbe dovuto morire.
E che gliene importava? Voleva salvare qualcos’altro: non la carne, ma l’uomo leale, l’uomo rispettoso di sé.
Queste cose non possono essere messe nelle mani altrui né sottomesse. E poi, quando dovette difendersi per la propria vita, si comportò forse come uno che aveva figli, come uno che aveva moglie? No, come uno che è solo. E quando dovette bere il veleno, come si comportò?
Pur potendo salvarsi, e mentre Critone gli diceva: «Fuggi, per i tuoi figli», lo considerò forse un colpo di fortuna? Come avrebbe potuto? Guardava invece a ciò che era decoroso; il resto non lo vedeva neppure, non lo metteva in conto. Diceva infatti di non voler salvare il corpicino, ma quella cosa che cresce e si salva con la giustizia, mentre con l’ingiustizia diminuisce e perisce.
Socrate non si salva vergognosamente: lui che non votò quando gli Ateniesi glielo ordinavano, che disprezzò i tiranni, che teneva simili discorsi sulla virtù e sull’essere uomo buono e virtuoso.
Non è possibile salvarlo vergognosamente: si salva morendo, non fuggendo. Anche il buon attore si salva di più smettendo di recitare quando è il momento che continuando fuori tempo.
«Che ne sarà dunque dei figli?» «Se partissi per la Tessaglia, ve ne prendereste cura; e se parto per l’Ade, non vi sarà nessuno che se ne occupi?» Guarda come vezzeggia e prende in giro la morte.
Se fossimo stati io e te, avremmo subito filosofeggiato dicendo che bisogna ricambiare chi ci fa torto con le stesse cose e avremmo aggiunto: «Se mi salvo, sarò utile a molti uomini; se muoio, a nessuno»; e se fosse stato necessario uscire strisciando da un buco, saremmo fuggiti.
E come avremmo potuto giovare a qualcuno? Dove sarebbero rimasti quelli che eravamo? Oppure, se da vivi eravamo utili, non avremmo giovato molto di più agli uomini morendo quando e come si doveva?
E ancora oggi, benché Socrate sia morto, il ricordo di ciò che fece e disse da vivo è utile agli uomini non meno, anzi forse più.
Esercitati in queste cose, in questi giudizi, in questi ragionamenti; guarda a questi esempi, se vuoi essere libero, se desideri la libertà quanto merita.
E che c’è di strano se compri una cosa tanto grande a un prezzo così grande? Per quella che viene ritenuta libertà, alcuni si impiccano, altri si gettano dai precipizi, e talvolta sono perite intere città.
Per la libertà vera, sicura e inattaccabile, quando Dio ti chiede indietro ciò che ti ha dato, non cederai? Non ti eserciterai, come dice Platone, non soltanto a morire, ma anche a essere torturato, esiliato, frustato e, in una parola, a restituire tutto ciò che appartiene ad altri?
Altrimenti sarai schiavo fra gli schiavi, anche se diventerai console diecimila volte, anche se salirai a palazzo; e comprenderai che forse i filosofi dicono cose paradossali, come diceva anche Cleante, ma non irragionevoli.
Lo saprai infatti nei fatti: queste cose sono vere e ciò che gli uomini ammirano e inseguono non reca alcun beneficio a chi lo ottiene; quelli che non lo hanno ancora ottenuto immaginano invece che, una volta arrivato, avranno con esso tutti i beni. Poi, quando arriva, lo stesso ardore, la stessa agitazione, la stessa nausea, lo stesso desiderio di ciò che manca.
La libertà infatti non si procura soddisfacendo i desideri, ma eliminando il desiderio.
E perché tu sappia che queste cose sono vere, trasferisci su di esse la fatica che hai speso per quelle altre: resta sveglio per acquistare un giudizio che rende liberi,
corteggia un filosofo invece di un vecchio ricco; fatti vedere alla sua porta. Non ti coprirai di vergogna a farti vedere lì, né te ne andrai a mani vuote e senza guadagno, se ti avvicini come si deve. E se non ci credi, prova almeno: non c’è nulla di vergognoso nel tentativo.