Diatriba II.17 — Come applicare le prenozioni ai casi particolari

Libro II · 40 sezioni · II 17
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Qual è il primo compito di chi si dedica alla filosofia? Liberarsi della presunzione: è infatti impossibile cominciare a imparare ciò che si crede già di sapere.
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Quanto a ciò che si deve o non si deve fare, al bene e al male, al bello e al brutto, arriviamo tutti dai filosofi discorrendone in lungo e in largo, lodando e biasimando, accusando e rimproverando, giudicando e distinguendo tra condotte belle e brutte.
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Ma per che cosa ci rivolgiamo ai filosofi? Per ciò che non crediamo di sapere. E che cos’è? Le dottrine. Vogliamo infatti imparare ciò che dicono i filosofi perché ci sembra raffinato e sottile; alcuni, poi, per ricavarne un guadagno.
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È dunque ridicolo credere di voler imparare una cosa e di impararne un’altra, o, in altri termini, di poter progredire in ciò che non si impara.
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A ingannare i più è proprio questo, lo stesso che ingannò anche il retore Teopompo, quando rimprovera perfino Platone perché vuole definire ogni cosa.
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Che cosa dice infatti? «Nessuno di noi, prima di te, diceva “bene” o “giusto”? Oppure pronunciavamo queste parole senza comprenderne il significato, emettendo suoni indistinti e vuoti?»
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Chi ti dice, Teopompo, che non avevamo nozioni naturali e prenozioni di ciascuna di queste cose? Ma non è possibile applicare le prenozioni agli oggetti appropriati senza averle articolate e senza essersi posto proprio questa domanda: quale oggetto va ricondotto a ciascuna di esse?
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Allora di’ cose simili anche contro i medici: chi di noi non parlava di qualcosa di sano o di malsano prima che nascesse Ippocrate? Oppure facevamo risuonare queste parole a vuoto?
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Abbiamo infatti anche una prenozione di ciò che è sano, ma non sappiamo applicarla. Per questo uno dice: «Tienilo a digiuno», un altro: «Dagli da mangiare»; uno dice: «Praticagli un salasso», un altro: «Applicagli le coppette». Qual è la causa? Non forse il fatto che non si sa applicare bene ai casi particolari la prenozione di ciò che è sano?
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Lo stesso vale qui, per le cose della vita. Chi di noi non parla di bene e male, di utile e dannoso? Chi di noi, infatti, non possiede una prenozione di ciascuna di queste cose? Ma è forse articolata e compiuta?
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Mostramelo. «Come posso mostrarlo?» Applicala bene ai casi particolari. Per esempio, Platone riconduce le definizioni alla prenozione dell’utile, tu invece a quella dell’inutile.
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È dunque possibile che abbiate ragione entrambi? Come potrebbe? E alla ricchezza, forse, uno non applica la prenozione del bene e un altro no? E così al piacere, alla salute?
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In generale, se tutti noi che usiamo queste parole conosciamo davvero che cosa significhi ciascuna e non abbiamo bisogno di alcun lavoro per articolare le prenozioni, perché siamo in disaccordo, perché combattiamo, perché ci biasimiamo a vicenda?
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E perché dovrei ora addurre e ricordare la lotta che c’è tra noi? Se tu stesso applichi bene le prenozioni, perché la tua vita scorre male, perché incontri impedimenti?
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Lasciamo per ora il secondo ambito, quello degli impulsi e dell’esercizio accurato dei doveri che li riguarda. Lasciamo anche il terzo, quello degli assensi.
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Ti concedo tutto questo. Fermiamoci al primo, che fornisce una prova quasi tangibile del fatto che non applichiamo bene le prenozioni.
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Ora tu desideri ciò che è possibile e ciò che è possibile per te? Perché allora incontri impedimenti? Perché la tua vita scorre male? Non eviti forse ciò che è inevitabile? Perché allora vi incappi, perché sei infelice? Perché, quando vuoi qualcosa, non accade, e quando non la vuoi, accade?
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Questa è infatti la prova più grande che la vita scorre male e che si è infelici: voglio qualcosa e non accade; che cosa c’è di più misero di me? Non voglio qualcosa e accade; che cosa c’è di più misero di me?
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Medea, non riuscendo a sopportare proprio questo, arrivò a uccidere i figli. Almeno sotto questo aspetto, con grandezza d’animo: aveva infatti la rappresentazione che occorre avere di che cosa significhi per qualcuno non ottenere ciò che vuole.
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«Così mi vendicherò di chi mi ha fatto torto e mi ha oltraggiata.» E che vantaggio ne ricavo, se lui si trova in questa condizione? «Come si può fare, allora? Uccido i figli. Ma punirò anche me stessa.» E che m’importa?
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Questa è la caduta di un’anima dotata di grande vigore. Non sapeva infatti dove risieda il poter fare ciò che vogliamo: che non bisogna ottenerlo dall’esterno, né spostando e riordinando le cose.
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Non desiderare quell’uomo, e nulla di ciò che vuoi mancherà di accadere. Non pretendere a ogni costo che viva con te, non desiderare di restare a Corinto e, in generale, non desiderare altro da ciò che Dio vuole. E chi potrà ostacolarti, chi costringerti? Non più di quanto possa farlo con Zeus.
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Quando hai una guida simile e vuoi e desideri insieme con lui, perché temi ancora di fallire?
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Affida il tuo desiderio e la tua avversione alla povertà e alla ricchezza: fallirai nel desiderio e incapperai in ciò che avversi. Affidali alla salute: sarai infelice; alle cariche, agli onori, alla patria, agli amici, ai figli, in generale a una qualsiasi delle cose estranee alla scelta morale. Affidali invece a Zeus e agli altri dèi;
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consegnali a loro, lascia che siano loro a governarli, che siano schierati dalla loro parte: e in che modo, allora, la tua vita potrà ancora scorrere male?
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Ma se provi invidia, miserabile, compatisci, sei geloso, tremi e non passa un solo giorno senza che tu pianga te stesso e gli dèi, perché continui a dire di essere educato?
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Quale educazione, uomo? Perché ti sei esercitato nei sillogismi, negli argomenti che mutano di significato? Non vuoi, se è possibile, disimparare tutto questo e ricominciare da capo, riconoscendo che finora non hai neppure toccato la questione,
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e poi, partendo da qui, costruire sopra tutto il resto: come fare in modo che nulla accada contro la tua volontà e che nulla di ciò che vuoi manchi di accadere?
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Datemi un solo giovane che sia venuto a scuola con questo proposito, che si sia fatto atleta di questa impresa e dica: «Per me tutto il resto se ne vada pure; mi basta che un giorno mi sia possibile vivere senza impedimenti e senza dolore, tendere il collo di fronte agli eventi da uomo libero e guardare il cielo da amico di Dio, senza temere nulla di ciò che può accadere». Mostratemene uno così, perché io possa dirgli:
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«Vieni, giovane, a ciò che è tuo: a te è destinato adornare la filosofia; tuoi sono questi possedimenti, tuoi questi libri, tuoi questi discorsi.»
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Poi, quando avrà lavorato e lottato fino a padroneggiare questo ambito, torni da me e mi dica: «Voglio essere libero dalle passioni e imperturbabile; ma voglio anche, da uomo pio, filosofo e diligente, sapere quale sia il mio dovere verso gli dèi, verso i genitori, verso i fratelli, verso la patria, verso gli stranieri.»
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Vieni anche al secondo ambito: anche questo è tuo.
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«Ma ormai mi sono esercitato a fondo anche nel secondo ambito. Vorrei però essere sicuro e incrollabile, non soltanto da sveglio, ma anche dormendo, ubriaco e in preda alla malinconia.» Tu sei un dio, uomo, tu hai grandi ambizioni.
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«No; voglio sapere che cosa dice Crisippo nei trattati sul Mentitore.» Non vuoi impiccarti con un proposito simile, disgraziato? E che vantaggio ne avrai? Leggerai tutto piangendo e lo riferirai agli altri tremando.
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È proprio ciò che fate anche voi. «Vuoi che ti legga qualcosa, fratello?» «E tu a me.» «Scrivi magnificamente, uomo.» «E tu splendidamente nello stile di Senofonte; tu in quello di Platone,
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tu in quello di Antistene.» Poi, dopo esservi raccontati a vicenda i vostri sogni, tornate di nuovo alle stesse cose: desiderate allo stesso modo, provate la stessa avversione, avete gli stessi impulsi, gli stessi propositi e le stesse intenzioni, fate le stesse preghiere, vi affannate per le stesse cose. E poi non cercate neppure qualcuno che ve lo ricordi,
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anzi vi irritate se sentite dire queste cose. Poi dite: «Vecchio senza affetto: quando me ne andavo non ha pianto e non ha detto: “Figlio mio, verso quale situazione te ne vai! Se tornerai sano e salvo, accenderò delle lampade.”» Sarebbe questo il comportamento di chi prova affetto?
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Sarà davvero un gran bene se uno come te tornerà sano e salvo, e degno di lampade. Perché tu, naturalmente, devi essere immortale e immune dalle malattie.
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Bisogna dunque, come dico, liberarci di questa presunzione di sapere qualcosa di ciò che è utile e accostarci al ragionamento come ci accostiamo alla geometria e alla musica;
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altrimenti non saremo neppure vicini a progredire, anche se passeremo in rassegna tutte le introduzioni e tutti i trattati di Crisippo, insieme con quelli di Antipatro e di Archedemo.