Entrò da lui un uomo che saliva a Roma per una causa riguardante una carica pubblica. Epitteto gli chiese per quale ragione vi andasse; e quello, a sua volta, gli domandò che cosa pensasse della faccenda.
Diatriba III.9 — A un retore che saliva a Roma per una causa
«Se mi chiedi che cosa farai a Roma», disse, «se avrai successo oppure fallirai, non ho alcun principio da offrirti su questo. Se invece mi chiedi come agirai, posso dirti questo: se hai giudizi retti, agirai bene; se ne hai di cattivi, male. Infatti, per ciascuno, causa di ogni azione è un giudizio.»
«Che cos’è ciò per cui hai desiderato essere eletto patrono dei Cnossi? Il giudizio. Che cos’è ciò per cui ora sali a Roma? Il giudizio. E con l’inverno, il pericolo e le spese?» — «È necessario.» — «Chi te lo dice?»
«Il giudizio. Se dunque i giudizi sono causa di tutto, e uno ha giudizi cattivi, quale è la causa, tale sarà anche ciò che ne deriva.»
«Abbiamo dunque tutti giudizi sani, tu e il tuo avversario? E allora in che cosa differite? Forse i tuoi sono più sani dei suoi? Perché? Perché così ti sembra. Anche a lui sembra lo stesso, e così ai pazzi. Questo è un cattivo criterio.»
«Mostrami invece che hai sottoposto a esame e a cura i tuoi giudizi. Ora navighi verso Roma per essere patrono dei Cnossi, e non ti basta restare a casa con gli onori che già avevi, ma ne desideri uno maggiore e più prestigioso: quando hai mai intrapreso un viaggio del genere per esaminare i tuoi giudizi e, se ne hai qualcuno cattivo, eliminarlo?»
«Da chi sei mai andato per questo? Quale periodo della tua vita hai destinato a tale compito, quale età? Ripercorri i tuoi anni, se ti vergogni di farlo davanti a me: fallo da solo con te stesso.»
«Da bambino esaminavi i tuoi giudizi? Non facevi forse ciò che facevi come fai tutto il resto? E quando poi eri ragazzo, ascoltavi i retori e ti esercitavi tu stesso, che cosa ti sembrava che ti mancasse?»
«E quando eri giovane e già partecipavi alla vita politica, pronunciavi tu stesso arringhe e godevi di buona reputazione, chi ti sembrava ancora tuo pari? E dove avresti sopportato che qualcuno ti esaminasse dicendo che avevi giudizi cattivi?»
«Che cosa vuoi dunque che ti dica?» — «Aiutami nella mia causa.» — «Su questo non ho principi. E tu, se sei venuto da me per questo, non sei venuto da me come da un filosofo, ma come da un erbivendolo o da un calzolaio.»
— «A che cosa servono dunque i principi dei filosofi?» — «A questo: qualunque cosa accada, conservare la nostra facoltà direttiva conforme a natura e condurci così fino alla fine. Ti sembra poco?» — «No, è la cosa più grande.» — «E allora richiede forse poco tempo, e si può acquisire passando di qui? Se puoi, prendilo.»
«Poi dirai: “Ho incontrato Epitteto”, come avresti incontrato una pietra o una statua. Mi hai visto, infatti, e niente di più. Incontra invece un uomo come uomo chi impara a conoscere i suoi giudizi e, a sua volta, gli mostra i propri.»
«Impara a conoscere i miei giudizi, mostrami i tuoi, e allora di’ di avermi incontrato. Mettiamoci alla prova a vicenda: se io ho qualche cattivo giudizio, toglimelo; se ne hai tu, mettilo in mezzo. Questo significa incontrare un filosofo.»
«No: è soltanto una tappa lungo il viaggio e, mentre noleggiamo la nave, possiamo vedere anche Epitteto; vediamo un po’ che cosa dice. Poi, una volta uscito: “Epitteto non valeva nulla, faceva solecismi, parlava da barbaro”. Del resto, per giudicare che cos’altro entrate qui?»
«Ma se mi dedico a queste cose», dice, «non avrò un campo, come non ce l’hai tu; non avrò coppe d’argento, come non ce le hai tu; né bei capi di bestiame, come non ce li hai tu.»
A questo forse basta rispondere: «Ma io non ne ho bisogno. Tu invece, anche se possiedi molto, hai bisogno di altro ancora: che tu lo voglia o no, sei più povero di me.»
— «Di che cosa ho dunque bisogno?» — «Di ciò che a te manca: stabilità, una mente conforme a natura, libertà dal turbamento.»
«Patrono o non patrono, che m’importa? A te importa. Io sono più ricco di te: non sono in ansia per ciò che Cesare penserà di me; per questo non adulo nessuno. Queste cose possiedo al posto degli oggetti d’argento e d’oro. Tu hai suppellettili d’oro, ma sono di coccio la tua ragione, i tuoi giudizi, i tuoi assensi, i tuoi impulsi, i tuoi desideri.»
«Quando invece queste cose in me sono conformi a natura, perché non dovrei dedicarmi anche a perfezionare il ragionamento? Ho tempo libero: la mia mente non è distratta. Che cosa farò, se non sono distratto? Quale occupazione più umana di questa posso avere?»
«Voi, quando non avete nulla da fare, vi agitate, entrate a teatro oppure vi mettete ad analizzare sillogismi; perché il filosofo non dovrebbe perfezionare il proprio ragionamento?»
«Tu hai vasi di cristallo, io il ragionamento del Mentitore; tu vasi di murra, io il ragionamento del Negatore. A te sembra poco tutto ciò che possiedi; a me sembra grande tutto ciò che è mio. Il tuo desiderio è insaziabile, il mio è appagato.»
«Ai bambini che infilano la mano in un vaso dal collo stretto per tirarne fuori fichi e noci succede questo: se riempiono la mano, non riescono più a tirarla fuori, e allora piangono. Lascia andare qualche cosa e la tirerai fuori. Anche tu lascia andare il desiderio: non desiderare molte cose, e ne uscirai.»