Da ciascuna delle cose che accadono nel mondo è facile lodare la Provvidenza, se uno possiede in sé queste due qualità: la capacità di comprendere ciò che accade a ciascuno e la gratitudine.
Diatriba I.6 — Sulla Provvidenza
Altrimenti, uno non vedrà l’utilità di ciò che accade, e l’altro non ne sarà grato neppure se la vede.
Se Dio avesse creato i colori, ma non avesse creato la facoltà di vederli, quale utilità avrebbero avuto?
— Nessuna. — E, viceversa, se avesse creato la facoltà, ma non avesse fatto le cose esistenti tali da poter cadere sotto la facoltà visiva, anche in questo caso quale utilità ci sarebbe stata?
— Nessuna.
— E se avesse creato entrambe queste cose, ma non avesse creato la luce? — Neppure così vi sarebbe stata alcuna utilità. — Chi dunque ha accordato questo a quello e quello a questo? Chi ha accordato la spada al fodero e il fodero alla spada?
Nessuno? Eppure dalla struttura stessa delle cose compiute siamo soliti concludere che sono certamente opera di un artefice e non costruite a caso.
Dunque ciascuna di queste cose rivela l’artefice, mentre le cose visibili, la vista e la luce non lo rivelano?
E il maschio e la femmina, il desiderio reciproco dell’unione e la facoltà di usare gli organi predisposti a questo scopo, neppure queste cose rivelano l’artefice?
Ma ammettiamo pure queste cose. E una struttura della mente tale per cui, davanti agli oggetti sensibili, non ci limitiamo a riceverne l’impronta, ma ne ricaviamo qualcosa, togliamo e aggiungiamo, componiamo certe cose a partire da essi e, per Zeus, passiamo da alcune cose ad altre in qualche modo affini: neppure tutto questo basta a scuotere alcuni e a indurli a non trascurare l’artefice?
Altrimenti ci spieghino che cosa produca ciascuna di queste cose, o come sia possibile che cose così meravigliose e così ben congegnate nascano a caso e spontaneamente.
Che dunque? Queste cose avvengono soltanto in noi? Molte soltanto in noi, quelle di cui l’essere razionale aveva particolare bisogno; ma molte le troverai comuni a noi e agli animali irrazionali.
Ma allora anche quelli comprendono ciò che avviene? Nient’affatto. Una cosa è l’uso, un’altra la comprensione. Dio aveva bisogno che quelli usassero le rappresentazioni, e che noi comprendessimo l’uso che ne facciamo.
Perciò a loro basta mangiare, bere, riposare, accoppiarsi e compiere tutte le altre attività proprie di ciascuno; a noi invece, ai quali ha dato anche la facoltà di comprendere,
queste cose non bastano più: se non agiamo nel modo giusto, ordinatamente e in accordo con la natura e la costituzione di ciascuna cosa, non raggiungeremo il nostro fine.
Infatti, là dove le costituzioni sono diverse, diversi sono anche i compiti e i fini.
Perciò, a ciò la cui costituzione è soltanto fatta per l’uso, basta servirsi delle cose in qualunque modo; ma ciò che possiede anche la comprensione dell’uso, se non vi si aggiunge il modo giusto di usarle, non raggiungerà mai il proprio fine.
Che dunque? Dio ha fatto ciascuno degli altri esseri, uno perché fosse mangiato, un altro perché servisse nell’agricoltura, un altro perché producesse formaggio, un altro ancora per qualche uso simile: a che servirebbe loro comprendere le rappresentazioni e saperle distinguere?
L’uomo invece lo ha introdotto come spettatore di lui e delle sue opere, e non solo come spettatore, ma anche come interprete di esse.
Per questo è vergognoso per l’uomo cominciare e finire dove cominciano e finiscono gli animali irrazionali; deve piuttosto cominciare da dove cominciano loro, ma finire là dove in noi finisce anche la natura.
E la natura finisce nella contemplazione, nella comprensione e in una condotta di vita conforme alla natura.
Badate dunque a non morire senza aver contemplato queste cose.
Eppure andate fino a Olimpia per vedere l’opera di Fidia, e ciascuno di voi ritiene una disgrazia morire senza aver visto cose simili;
ma là dove non c’è nemmeno bisogno di viaggiare, perché siete già qui e vi trovate davanti alle opere, non desidererete contemplarle e comprenderle?
Non vi accorgerete dunque né di chi siete, né per che cosa siete nati, né a che cosa serva questa facoltà di contemplazione che avete ricevuto?
— Ma nella vita accadono cose spiacevoli e difficili. — E a Olimpia non accadono? Non soffrite il caldo? Non siete stretti nella folla? Non vi lavate male? Non vi inzuppate quando piove? Non avete rumore, clamore e tutte le altre seccature?
Ma credo che, mettendo tutto questo a confronto con il valore dello spettacolo, lo sopportiate e lo tolleriate.
E allora, non avete ricevuto facoltà grazie alle quali sopportare tutto ciò che accade? Non avete ricevuto grandezza d’animo? Non avete ricevuto coraggio?
Non avete ricevuto capacità di sopportazione? E che cosa mi importa ancora, se ho grandezza d’animo, di ciò che può accadere? Che cosa mi farà uscire da me o mi turberà, o mi apparirà doloroso? Non userò la facoltà per ciò per cui l’ho ricevuta, ma mi lamenterò e gemerò per ciò che accade?
«Sì, ma mi cola il naso.» Per che cosa hai dunque le mani, schiavo? Non anche per soffiarti il naso?
— È dunque ragionevole che nel mondo ci siano nasi che colano?
— E quanto è meglio soffiarti il naso che accusare! O che cosa credi sarebbe diventato Eracle, se non ci fossero stati un leone come quello, l’Idra, il cervo, il cinghiale e uomini ingiusti e feroci, che egli scacciava e ripuliva?
E che cosa avrebbe fatto, se non fosse esistito nulla del genere? È chiaro che se ne sarebbe rimasto avvolto nelle coperte a dormire. Per prima cosa, dunque, non sarebbe mai diventato Eracle, sonnecchiando per tutta la vita in un simile lusso e tranquillità; e anche se lo fosse diventato, a che cosa sarebbe servito?
Quale uso avrebbe avuto delle sue braccia, della sua forza, della sua capacità di sopportazione e del suo coraggio, se circostanze e occasioni come quelle non lo avessero scosso e allenato?
Che dunque? Doveva procurarsele da sé e cercare da qualche parte un leone, un cinghiale e un’Idra da introdurre nella propria terra?
Sarebbe stata follia e pazzia. Ma, una volta che quelle cose esistevano e gli si presentavano, erano utili per mostrare chi fosse Eracle e per allenarlo.
Su dunque, anche tu, compreso questo, guarda alle facoltà che possiedi e, dopo averle considerate, di’: «Porta pure, Zeus, la circostanza che vuoi: ho infatti da te la preparazione e i mezzi per nobilitare me stesso attraverso ciò che accade.»
No: ve ne state seduti, tremando per ciò che potrebbe accadere e lamentandovi, piangendo e gemendo per ciò che accade; e poi accusate gli dèi.
Che altro infatti consegue a una simile bassezza d’animo, se non anche l’empietà?
Eppure Dio non ci ha soltanto dato queste facoltà, grazie alle quali possiamo sopportare tutto ciò che accade senza esserne abbattuti né spezzati; ma, come si addice a un buon re e a un vero padre, ce le ha date libere da impedimenti, non soggette a costrizione né ostacolo, e le ha poste interamente in nostro potere, senza riservarsi neppure lui alcuna forza con cui impedirle o ostacolarle.
Pur avendo queste facoltà libere e vostre, non le usate e non vi rendete nemmeno conto di ciò che avete ricevuto e da chi,
ma ve ne state seduti a piangere e gemere: alcuni accecati proprio verso colui che ha donato e incapaci di riconoscere il benefattore, altri, per bassezza d’animo, sviati verso rimproveri e accuse contro Dio.
Eppure io ti mostrerò che possiedi mezzi e preparazione per la grandezza d’animo e il coraggio; ma quali mezzi tu abbia per lamentarti e accusare, questo mostramelo tu.