Diatriba II.12 — Sul discutere

Libro II · 25 sezioni · II 12
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Ciò che bisogna imparare per saper usare il ragionamento è stato definito con precisione dai nostri. Ma quanto all’uso appropriato di queste cose, siamo completamente privi di esercizio.
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Prendi uno qualunque di noi e dagli come interlocutore un profano: non sa come trattarlo; dopo averlo smosso appena un po’, se quello risponde fuori strada, non sa più come proseguire con lui. Allora lo insulta o lo deride e dice: «È un profano; non c’è modo di trattare con lui».
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Una guida, invece, quando trova uno che si è smarrito, lo conduce sulla strada giusta; non se ne va dopo averlo deriso o insultato.
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Anche tu mostragli la verità e vedrai che ti seguirà. Ma finché non gliela mostri, non deriderlo: renditi piuttosto conto della tua incapacità.
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Come faceva dunque Socrate? Costringeva il suo stesso interlocutore a testimoniare per lui e non aveva bisogno di nessun altro testimone. Perciò poteva dire: «Lascio perdere tutti gli altri; mi basta sempre come testimone chi mi contraddice. Non chiedo il giudizio degli altri, ma soltanto quello del mio interlocutore».
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Rendeva infatti così evidente ciò che derivava dalle nozioni, che chiunque, accorgendosi della contraddizione, se ne ritraeva.
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Chi prova invidia, forse gioisce? — Niente affatto: piuttosto soffre. Così, partendo dal contrario, conduceva avanti l’interlocutore. E allora? Ti sembra che l’invidia sia dolore per i mali? E quale invidia c’è dei mali?
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Non gli faceva dunque dire che l’invidia è dolore per i beni? E ancora: si potrebbe invidiare qualcuno che non ha nulla a che fare con noi?
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— Niente affatto. E così, dopo aver completato e articolato la nozione, se ne andava; non diceva: «Definiscimi l’invidia», per poi, quando l’altro l’avesse definita, dire: «Hai definito male: il termine definitorio non è convertibile con quello principale»;
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sono termini tecnici e perciò pesanti e difficili da seguire per i profani, dai quali noi non riusciamo a staccarci.
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Ma non siamo affatto capaci di smuoverlo servendoci di argomenti nei quali il profano stesso, seguendo le proprie rappresentazioni, possa concedere qualcosa o respingerla.
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E così, giustamente consapevoli di questa nostra incapacità, ci asteniamo dal farlo, almeno quanti di noi hanno un po’ di cautela.
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I più, invece, avventati, una volta lanciatisi in una cosa del genere, si confondono e confondono gli altri e alla fine, dopo aver insultato ed essere stati insultati, se ne vanno.
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La prima e principale peculiarità di Socrate era questa: non irritarsi mai in una discussione, non proferire mai nulla di offensivo o insultante, ma sopportare chi lo insultava e porre fine alla contesa.
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Se volete sapere quanto fosse capace in questo, leggete il Simposio di Senofonte e vedrete quante contese seppe sciogliere.
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Per questo, a ragione, anche presso i poeti è citato come grandissimo elogio il verso: «Presto e con sapienza pose fine a una grande contesa».
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E allora? Oggi la cosa non è troppo sicura, soprattutto a Roma. Chi vuole farlo infatti non dovrà certo agire in un angolo, ma avvicinarsi, poniamo, a un ricco di rango consolare e chiedergli:
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«Sapresti dirmi a chi hai affidato i tuoi cavalli?» «Certo.» «Forse al primo che capita, inesperto di cavalli?» «Niente affatto.» «E a chi hai affidato l’oro, l’argento o le vesti?» «Neppure queste cose al primo che capita.»
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«E il tuo corpo, hai già pensato di affidarlo a qualcuno perché se ne prenda cura?» «Come no?» «Naturalmente a uno esperto anche in questo, nella ginnastica o nella medicina?» «Certamente.»
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«Sono dunque queste le cose migliori che possiedi, o hai anche qualcos’altro migliore di tutte?» «Che cosa intendi?» «Per Zeus, ciò che si serve proprio di queste cose, valuta ciascuna di esse e delibera.»
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«Intendi forse l’anima?» «Hai capito bene: proprio di questa parlo.» «Per Zeus, mi pare che questa sia di gran lunga la cosa migliore che possiedo.»
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«Sai dunque dirmi in che modo ti sei preso cura dell’anima? Non è infatti verosimile che tu, così sapiente e stimato in città, lasci così, a caso, che la cosa migliore che possiedi resti trascurata e vada in rovina.»
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«Niente affatto.» «Ma te ne sei preso cura da solo? Hai imparato da qualcuno o hai trovato tu stesso il modo?» A questo punto c’è il pericolo che per prima cosa dica:
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«Che t’importa, brav’uomo? Sei forse il mio padrone?» E poi, se insisti a dargli fastidio, che alzi le mani e ti dia dei pugni.
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Un tempo anch’io ero un ammiratore di questo modo di fare, prima di incappare in questi rischi.