Diatriba I.23 — Contro Epicuro

Libro I · 10 sezioni · I 23
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Anche Epicuro riconosce che per natura siamo esseri sociali; ma, una volta posto il nostro bene nel guscio, non può più dire nient’altro.
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D’altra parte tiene fermamente anche a questo: che non bisogna né ammirare né approvare nulla che sia separato dall’essenza del bene; e fa bene a tenerlo fermo.
3
Come potremmo dunque preoccuparci degli altri, se non ci fosse in noi per natura affetto per i figli? Perché sconsigli al saggio di allevare figli? Che cosa temi, che per causa loro cada nel dolore?
4
Ci cade forse per il topo che vive in casa? Che gli importa se un topolino lì dentro si mette a piangere?
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Ma sa che, una volta nato un bambino, non dipende più da noi non amarlo e non prenderci cura di lui.
6
Per questo dice che chi ha senno non si occuperà neppure di politica: sa infatti che cosa deve fare chi si occupa della vita pubblica. Del resto, se hai intenzione di vivere tra gli uomini come in mezzo alle mosche, che cosa te lo impedisce?
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E tuttavia, pur sapendo queste cose, osa dire che non dobbiamo allevare figli. Ma una pecora non abbandona il proprio piccolo, né un lupo; e l’uomo lo abbandona?
8
Che cosa vuoi? Che siamo sciocchi come le pecore? Neppure loro abbandonano i piccoli. Feroci come i lupi? Neppure loro li abbandonano.
9
Su, chi ti dà retta, se vede il proprio bambino caduto a terra che piange?
10
Io credo che, anche se tua madre e tuo padre avessero saputo da un oracolo che un giorno avresti detto queste cose, non ti avrebbero abbandonato.