Diatriba I.24 — Come bisogna lottare contro le circostanze

Libro I · 20 sezioni · I 24
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Sono le circostanze a mostrare gli uomini. Perciò, quando ti capita una circostanza difficile, ricorda che Dio, come un allenatore, ti ha messo di fronte a un giovane avversario robusto.
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«A che scopo?», dice. «Perché tu possa diventare vincitore olimpico; ma senza sudore non si diventa.» A me sembra che nessuno abbia avuto una circostanza migliore di quella che hai avuto tu, se vuoi affrontarla come un atleta affronta un giovane avversario.
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Anche ora noi mandiamo un esploratore a Roma. Ma nessuno manda un esploratore codardo, perché, appena sente un rumore o vede da qualche parte un’ombra, torni di corsa sconvolto dicendo che i nemici sono già arrivati.
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Così anche tu, se tornassi ora a dirci: «Le cose a Roma fanno paura; terribile è la morte, terribile l’esilio, terribile l’insulto, terribile la povertà. Fuggite, uomini, i nemici sono arrivati»,
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ti diremmo: «Vattene, fa’ il profeta per te stesso. Il nostro unico errore è stato mandare un esploratore come te.»
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Diogene, mandato come esploratore prima di te, ci ha riferito tutt’altro. Dice che la morte non è un male, perché non è vergognosa; dice che la cattiva reputazione è rumore di uomini impazziti.
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E che cosa non ha detto questo esploratore sul dolore, sul piacere, sulla povertà! Dice che essere nudi è meglio di qualsiasi veste bordata di porpora; dice che dormire sulla nuda terra è il letto più morbido.
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E come prova di ciascuna di queste cose porta il proprio coraggio, la propria tranquillità, la propria libertà, e poi anche il suo piccolo corpo lucido e ben compatto.
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«Nessun nemico», dice, «è vicino; tutto è pieno di pace.» «Come, Diogene?» «Guarda», dice: «sono forse stato colpito? Sono forse stato ferito? Sono fuggito davanti a qualcuno?»
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Ecco come dev’essere un esploratore. Tu invece torni da noi dicendo ora una cosa ora un’altra. Non vuoi tornare indietro e guardare con maggiore attenzione, senza la tua codardia?
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«Che cosa devo fare, dunque?» Che cosa fai quando scendi da una nave? Ti porti forse via il timone? Ti porti via i remi? Che cosa porti via? Le tue cose: la fiaschetta e la bisaccia. Anche ora, se ricordi quali sono le tue cose, non pretenderai mai quelle altrui.
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Ti dice: «Deponi la veste con la larga fascia.» Ecco quella con la fascia stretta. «Deponi anche questa.» Ecco soltanto il mantello. «Deponi il mantello.»
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Ecco, sono nudo. «Ma susciti invidia contro di me.» Prenditi allora tutto il corpo. Dovrei ancora temere uno davanti al quale posso gettare via il corpo?
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«Ma non mi lascerà come erede.» E allora? Ho forse dimenticato che nessuna di queste cose era mia? Perché dunque le chiamiamo nostre? Come chiamiamo nostro il letto in una locanda. Se l’oste, morendo, lascia i letti a te, li avrai tu; se li lascia a un altro, li avrà lui, e tu cercherai un altro letto.
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E se non ne trovi uno, dormirai semplicemente per terra, tranquillo e russando, ricordandoti che le tragedie hanno luogo tra i ricchi, i re e i tiranni; nessun povero completa una tragedia, se non come membro del coro.
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I re invece cominciano nella prosperità: «Incoronate le dimore!» Poi, verso il terzo o quarto atto: «Ah, Citerone, perché mi accogliesti?» Schiavo, dove sono le corone? Dove il diadema?
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Le guardie non ti sono di alcun aiuto?
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Quando dunque ti avvicini a uno di loro, ricordati di questo: ti avvicini a un personaggio tragico, non all’attore, ma a Edipo stesso.
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«Ma il tale è fortunato: cammina circondato da molti.» Anch’io mi metto in mezzo ai molti e cammino con molti.
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Ma soprattutto ricordati che la porta è aperta. Non essere più codardo dei bambini: come loro, quando il gioco non piace più, dicono «Non gioco più», così anche tu, quando qualcosa ti sembra di questo genere, di’ «Non gioco più» e vattene. Ma se rimani, non lamentarti.