L’inizio della filosofia, almeno per chi vi si accosta come si deve, entrando dalla porta, è la consapevolezza della propria debolezza e incapacità riguardo alle cose necessarie.
Diatriba II.11 — Qual è l’inizio della filosofia
Infatti non veniamo al mondo avendo per natura alcuna nozione di un triangolo rettangolo, di una diesis o di un semitono; ciascuna di queste cose la impariamo attraverso un insegnamento tecnico, e per questo chi non le conosce non crede nemmeno di conoscerle.
Ma quanto al bene e al male, al bello e al brutto, a ciò che conviene e non conviene, alla felicità, a ciò che è appropriato e doveroso, e a che cosa si debba o non si debba fare, chi è venuto al mondo senza possederne una nozione innata?
Per questo tutti usiamo questi termini e cerchiamo di applicare le prenozioni ai casi particolari.
«Ha agito bene», «come si deve», «non come si deve»; «è stato sfortunato», «è stato fortunato»; «è ingiusto», «è giusto». Chi di noi risparmia questi termini? Chi di noi ne rimanda l’uso finché non abbia imparato, come fanno quelli che non sanno quando si tratta di linee o di suoni?
La ragione è che veniamo al mondo già, per natura, come istruiti su alcune cose in questo campo; e, prendendo le mosse da esse, vi abbiamo aggiunto anche la presunzione.
— Perché, dice uno, non so forse che cosa è bello e che cosa è brutto? Non ne ho una nozione? — Ce l’hai. — Non la applico ai casi particolari? — La applichi. — Dunque non la applico bene?
— Qui sta tutta la questione, ed è qui che si aggiunge la presunzione. Infatti, partendo da queste cose su cui c’è accordo, gli uomini procedono verso ciò che è controverso per via di un’applicazione inadeguata.
Perché, se oltre a quelle cose possedessero anche questa capacità, che cosa impedirebbe loro di essere perfetti?
Ora però, poiché ti sembra di applicare correttamente le prenozioni ai casi particolari, dimmi: da dove ricavi questo? — Dal fatto che così mi sembra. — Ma a un altro non sembra così, e anch’egli crede di applicarle bene, non è vero?
— Lo crede. — Potete dunque, su questioni in cui sostenete opinioni contrarie, applicare entrambi correttamente le prenozioni?
— Non possiamo. — Hai dunque qualcosa da mostrarci, per applicarle meglio, che sia superiore al tuo «mi sembra»? Il pazzo fa forse altro che ciò che gli sembra bene? Dunque basta anche a lui questo criterio? — Non basta. — Passa allora a qualcosa di superiore al «mi sembra». Che cos’è?
Ecco l’inizio della filosofia: percepire il conflitto tra gli uomini, ricercarne la causa, condannare e diffidare del semplice «mi sembra», esaminare se questo «mi sembra» sia corretto, e trovare un qualche criterio, come per i pesi abbiamo trovato la bilancia e per il diritto e lo storto la riga.
— Questo è l’inizio della filosofia? È corretto tutto ciò che sembra a tutti? — E come potrebbero essere corrette cose in conflitto tra loro? — Dunque non tutto, ma ciò che sembra a noi.
Perché ciò che sembra a noi dovrebbe valere più di ciò che sembra ai Siri? Più di ciò che sembra agli Egizi? Più di ciò che sembra a me o a un altro qualsiasi? — Per nulla. — Dunque ciò che sembra a ciascuno non basta a stabilire ciò che è; infatti nemmeno per pesi o misure ci accontentiamo della semplice impressione, ma per ciascuna cosa abbiamo trovato un criterio.
Dunque qui non esiste alcun criterio superiore al «mi sembra»? E come sarebbe possibile che le cose più necessarie agli uomini fossero prive di indizi e impossibili da scoprire? — Un criterio c’è, dunque.
— E perché allora non lo cerchiamo, non lo troviamo e, una volta trovato, non lo usiamo poi senza mai trasgredirlo, senza muovere neppure un dito senza di esso?
È questo infatti, credo, che, una volta trovato, libera dalla follia quelli che usano come misura di tutto il solo «mi sembra», affinché d’ora in poi, partendo da cose note e chiaramente distinte, ci serviamo nei casi particolari di prenozioni ben definite.
Qual è l’oggetto che ci sta davanti e sul quale indaghiamo? — Il piacere.
— Portalo al criterio, mettilo sulla bilancia. Il bene deve essere qualcosa in cui valga la pena avere fiducia e confidare? — Deve esserlo. — È dunque giusto avere fiducia in qualcosa di instabile?
— No. — Il piacere è forse qualcosa di stabile? — No. — Allora prendilo, toglilo dalla bilancia e scaccialo ben lontano dal territorio dei beni.
Ma se non hai la vista abbastanza acuta e una sola bilancia non ti basta, portane un’altra. È giusto esaltarsi per il bene? — Sì. — È dunque giusto esaltarsi per un piacere presente? Bada a non dire di sì; altrimenti non ti riterrò più degno nemmeno della bilancia.
Così si giudicano e si pesano le cose, quando i criteri sono pronti;
e filosofare è questo: esaminare e rendere saldi i criteri;
servirsi poi di quelli riconosciuti, questo è compito dell’uomo virtuoso.