Diatriba III.5 — A quelli che tornano a casa a causa della malattia

Libro III · 19 sezioni · III 5
1
«Sono malato qui», dice, «e voglio tornare a casa.»
2
— E a casa eri forse immune dalle malattie? Non esamini se qui stai facendo qualcosa che giovi alla tua scelta morale, perché venga corretta? Se infatti non concludi nulla, sei venuto fin qui inutilmente.
3
Vattene, occupati delle cose di casa. Se il tuo principio direttivo non può raggiungere una condizione conforme a natura, ci riuscirà almeno il campicello; aumenterai il tuo gruzzoletto, assisterai tuo padre nella vecchiaia, frequenterai la piazza, ricoprirai cariche: cattivo come sei, farai male qualunque cosa venga dopo.
4
Se invece ti rendi conto che stai eliminando alcuni cattivi giudizi e ne assumi altri al loro posto, e hai spostato il tuo punto d’appoggio dalle cose che non dipendono dalla scelta morale a quelle che ne dipendono, e se mai dici «Ahimè!», non lo dici per tuo padre o tuo fratello, ma per te stesso, metti ancora in conto la malattia?
5
Non sai che la malattia e la morte devono coglierci mentre stiamo facendo qualcosa? Colgono il contadino mentre coltiva, il marinaio mentre naviga.
6
Tu che cosa vuoi essere colto a fare? Perché dovranno pure coglierti mentre fai qualcosa. Se hai qualcosa di meglio da fare quando ti coglieranno, fai quello.
7
Quanto a me, possa la morte cogliermi mentre non mi occupo d’altro che della mia scelta morale, perché io sia libero dalle passioni, non impedito, non costretto, libero.
8
Vorrei essere trovato mentre mi esercito in queste cose, così da poter dire a Dio: «Ho forse trasgredito qualche tuo comando? Ho forse usato per altri fini i mezzi che mi hai dato? Ho usato diversamente i sensi o le prenozioni? Ti ho mai mosso qualche accusa?
9
Ho mai biasimato il tuo governo? Mi sono ammalato quando hai voluto tu; anche gli altri, certo, ma io volontariamente. Sono diventato povero perché tu lo volevi, ma con gioia. Non ho ricoperto cariche perché tu non lo hai voluto; e non ho mai desiderato una carica. Mi hai mai visto per questo più cupo? Non mi sono forse sempre presentato a te con il volto sereno, pronto a qualunque ordine o segnale?
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Ora vuoi che lasci la festa: me ne vado. Ti rendo ogni grazie, perché mi hai ritenuto degno di partecipare alla festa insieme a te, di vedere le tue opere e di comprendere con te il tuo governo.»
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Possa la morte cogliermi mentre penso queste cose, le scrivo, le leggo.
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«Ma mia madre, quando sono malato, non mi terrà la testa.» — Va’ dunque da tua madre: meriti di essere malato mentre qualcuno ti tiene la testa.
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«Ma a casa stavo disteso su un bel lettino.» — Va’ dunque al tuo lettino; del resto, anche quando stai bene meriti di stare disteso su un lettino simile. Non perdere dunque ciò che puoi fare laggiù.
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Ma che cosa dice Socrate? «Come uno gode nel rendere migliore il proprio campo e un altro il proprio cavallo, così io ogni giorno godo nel vedere me stesso diventare migliore.»
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— Migliore in che cosa? Forse nelle paroline? — Uomo, non dire sciocchezze. — Forse nelle dottrinucole? — Ma che fai? —
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Eppure non vedo di che cos’altro si occupino i filosofi. — Ti sembra dunque cosa da nulla non accusare mai nessuno, né Dio né uomo; non biasimare nessuno; uscire e rientrare sempre con lo stesso volto?
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Queste erano le cose che Socrate sapeva, eppure non disse mai di sapere qualcosa o di insegnarla. Se qualcuno gli chiedeva paroline o dottrinucole, lo mandava da Protagora o da Ippia. Anche se uno fosse venuto a cercare ortaggi, lo avrebbe mandato dal giardiniere. Chi di voi ha dunque questo proposito?
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Se infatti lo aveste, sareste malati volentieri, soffrireste volentieri la fame e morireste volentieri.
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Se qualcuno di voi si è innamorato di una bella ragazza, sa che dico il vero.