Diatriba I.29 — Sulla fermezza

Libro I · 66 sezioni · I 29
1
La natura del bene consiste in un certo tipo di scelta morale, quella del male in un certo tipo di scelta morale.
2
Che cosa sono dunque le cose esterne? Materia per la scelta morale: nel trattare con esse, essa conseguirà il proprio bene o il proprio male. Come conseguirà il bene?
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Se non ammira la materia. Infatti i giudizi sulla materia, se sono corretti, rendono buona la scelta morale; se sono storti e distorti, la rendono cattiva.
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Questa legge ha posto Dio, e dice: «Se vuoi qualcosa di buono, prendilo da te stesso». Tu dici: «No, ma da un altro». No: da te stesso.
5
Perciò, quando il tiranno mi minaccia e mi convoca, dico: «Chi sta minacciando?» Se dice: «Ti metterò in catene», rispondo che minaccia le mie mani e i miei piedi.
6
Se dice: «Ti farò decapitare», dico che minaccia il mio collo. Se dice: «Ti getterò in prigione», minaccia tutto questo povero corpo; e se minaccia l’esilio, è lo stesso.
7
«Dunque non minaccia affatto te?» Se sono persuaso che queste cose non mi riguardano, no; ma se ne temo qualcuna, allora minaccia me.
8
Di chi dunque ho paura? Di chi è padrone? Delle cose che dipendono da me? Non c’è nessuno. Di quelle che non dipendono da me? E che m’importa di esse?
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«Voi filosofi dunque insegnate a disprezzare i re?» Nient’affatto. Chi di noi insegna a contendere con loro per ciò su cui essi hanno autorità?
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Prendi il mio corpo, prendi i miei possedimenti, prendi la mia reputazione, prendi quelli che mi stanno intorno. Se persuado qualcuno a contendere per una di queste cose, allora sì, mi accusi pure.
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«Sì, ma voglio comandare anche sui tuoi giudizi». E chi ti ha dato questa autorità?
12
Come puoi vincere il giudizio di un altro? «Incutendogli paura», dice, «lo vincerò». Non sai che quel giudizio si è vinto da sé, non è stato vinto da altro? Nulla infatti può vincere la scelta morale se non essa stessa.
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Per questo anche la legge di Dio è potentissima e giustissima: il più forte prevalga sempre sul più debole.
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Dieci sono più forti di uno. In che cosa? Nel legarlo, nell’ucciderlo, nel trascinarlo dove vogliono, nel portargli via ciò che possiede. I dieci dunque vincono l’uno in ciò in cui sono più forti.
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In che cosa sono più deboli? Se l’uno ha giudizi corretti e loro no. E allora? Possono vincerlo in questo? Come potrebbero? Se fossimo su una bilancia, non dovrebbe il più pesante far scendere il piatto?
16
«Socrate dunque doveva subire questo dagli Ateniesi?» Schiavo, che cosa intendi dicendo «Socrate»? Di’ le cose come stanno: che il corpo di Socrate fosse portato via e trascinato dai più forti in prigione, che qualcuno desse la cicuta al corpo di Socrate e che quello spirasse?
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Queste cose ti sembrano straordinarie, queste ingiuste, e per queste accusi Dio? Socrate non aveva dunque nulla in cambio di esse? Dov’era per lui la natura del bene?
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A chi dobbiamo prestare ascolto, a te o a lui? E che cosa dice lui? «Anito e Meleto possono uccidermi, ma non danneggiarmi». E ancora: «Se così piace a Dio, così avvenga».
19
Ma mostrami che chi ha giudizi peggiori prevale su chi ne ha di migliori proprio quanto ai giudizi. Non lo dimostrerai, neppure lontanamente. Questa è infatti una legge della natura e di Dio: il più forte prevalga sempre sul più debole. In che cosa? In ciò in cui è più forte.
20
Un corpo è più forte di un altro, molti di uno solo, il ladro di chi non è ladro.
21
Per questo anch’io persi la lampada: perché, quanto al restare sveglio, il ladro era più forte di me. Ma quello ha comprato la lampada a questo prezzo: in cambio di una lampada è diventato ladro, in cambio di una lampada sleale, in cambio di una lampada bestiale. Questo gli è sembrato vantaggioso.
22
Sia pure. Ma qualcuno mi ha afferrato per il mantello e mi trascina in piazza; altri poi gridano: «Filosofo, a che ti sono serviti i tuoi giudizi? Ecco, vieni trascinato in prigione; ecco, stai per essere decapitato».
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E quale insegnamento avrei dovuto ricevere perché, se uno più forte mi afferra per il mantello, io non venga trascinato? Perché, se dieci mi circondano e mi gettano in prigione, io non vi sia gettato?
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Allora non ho imparato nient’altro? Ho imparato a vedere, in tutto ciò che accade, che se non dipende dalla scelta morale, non mi riguarda.
25
In questo dunque non hai tratto beneficio? Perché cerchi il beneficio altrove anziché in ciò che hai imparato?
26
Seduto ormai in prigione, dico: «Quello che grida queste cose non sente nemmeno il significato delle parole, né comprende ciò che si dice, né si è mai curato di sapere che cosa dicano o facciano i filosofi. Lascialo stare».
27
«Ma esci di nuovo dalla prigione». Se non avete più bisogno di me in prigione, esco; se ne avrete di nuovo, rientrerò.
28
Fino a quando? Finché la ragione sceglie che io resti con il corpo; quando non lo sceglie più, prendetelo e state bene.
29
Solo non senza riflettere, non per debolezza, non per un pretesto qualunque. Perché, d’altra parte, Dio non lo vuole: ha bisogno infatti di un mondo così e di uomini così che vivano sulla terra. Ma se dà il segnale del richiamo, come a Socrate, bisogna obbedire a chi dà il segnale come a un comandante.
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Che dunque? Bisogna dire queste cose alla gente? «A che scopo?»
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Non basta esserne persuasi noi stessi? Quando i bambini ci vengono incontro battendo le mani e dicendo: «Oggi sono bei Saturnali!», diciamo forse: «Queste non sono cose buone»? Nient’affatto: battiamo le mani anche noi.
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Così anche tu, quando non riesci a persuadere qualcuno, riconosci che è un bambino e batti le mani con lui; se non vuoi farlo, allora taci.
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Bisogna ricordarsi di queste cose e, quando si è chiamati in una circostanza simile, sapere che è giunto il momento di dimostrare se siamo stati educati.
34
Un giovane che esce dalla scuola e va incontro a una prova è simile a chi si è esercitato a risolvere sillogismi e, se gli si propone uno facile, dice: «Proponetemene piuttosto uno ben intricato, perché possa esercitarmi». Anche gli atleti sono scontenti dei giovani leggeri:
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«Non riesce a sollevarmi», dice. Questo è un giovane promettente. Voi invece no: quando arriva il momento della prova, vi tocca piangere e dire: «Avrei voluto imparare ancora». Imparare che cosa? Se non hai imparato queste cose per mostrarle nei fatti, a che scopo le hai imparate?
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Credo che qualcuno di voi qui seduti frema dentro di sé e dica: «Possibile che a me non capiti ora una prova come quella che è capitata a costui? Che io debba consumarmi seduto in un angolo, quando potrei essere incoronato a Olimpia? Quando qualcuno mi annuncerà una gara simile?» Così dovreste essere tutti.
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Eppure tra i gladiatori di Cesare ce ne sono alcuni che si indignano perché nessuno li fa avanzare né li abbina a un avversario, e pregano Dio e vanno dai sovrintendenti supplicando di poter combattere. E tra voi non si troverà nessuno così?
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Vorrei imbarcarmi proprio per questo, per vedere che cosa fa il mio atleta, come si esercita sulla situazione assegnata.
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«Non voglio», dice, «una situazione simile». Dipende forse da te ricevere la situazione che vuoi? Ti è stato dato un corpo così, genitori così, fratelli così, una patria così, una posizione in essa così; e poi vieni a dirmi: «Cambiami la situazione». E non hai forse i mezzi per servirti di ciò che ti è stato dato?
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Spetta a te proporre, a me svolgere bene l’esercizio. «No, non propormi un argomento di questo tipo, ma di quest’altro; non trarne questa conclusione, ma quest’altra».
41
Forse verrà un tempo in cui gli attori tragici crederanno di essere le maschere, i coturni e la veste di scena. Uomo, queste sono la materia e la situazione che hai.
42
Di’ qualcosa, perché possiamo sapere se sei un attore tragico o un buffone: per tutto il resto, infatti, hanno le stesse cose.
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Perciò, se a un attore tragico si tolgono i coturni e la maschera e lo si fa entrare in scena come una semplice figura, l’attore tragico è perduto o rimane? Se ha la voce, rimane.
44
Lo stesso qui. «Assumi una carica di governo». La assumo e, una volta assunta, mostro come si comporta un uomo educato.
45
«Deponi la toga dal largo bordo e, indossati degli stracci, presentati in un ruolo simile». E allora? Non mi è forse dato di portare in scena una bella voce?
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Come sali dunque ora in scena? Come testimone chiamato da Dio.
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«Vieni tu e rendimi testimonianza: sei degno di essere chiamato da me come testimone. C’è forse qualcosa, tra ciò che è esterno alla scelta morale, che sia bene o male? Faccio forse del male a qualcuno? Ho forse reso il vantaggio di ciascuno dipendente da un altro, anziché da lui stesso?»
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Che testimonianza rendi a Dio? «Mi trovo in mezzo ai mali, Signore, e sono sventurato; nessuno si cura di me, nessuno mi dà nulla; tutti mi biasimano, parlano male di me».
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Questo stai per testimoniare, disonorando la chiamata con cui ti ha chiamato, dopo che ti ha reso un tale onore e ti ha ritenuto degno di essere condotto a una testimonianza così grande?
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«Ma chi ha l’autorità ha pronunciato: “Ti giudico empio e sacrilego”». Che cosa ti è accaduto? «Sono stato giudicato empio e sacrilego».
51
Nient’altro? Nient’altro. E se avesse giudicato una proposizione condizionale e pronunciato la sentenza: «Giudico falsa la proposizione “se è giorno, c’è luce”», che cosa sarebbe accaduto alla proposizione condizionale? Chi viene giudicato qui, chi è stato condannato: la proposizione condizionale o chi si è ingannato su di essa?
52
E dunque chi è costui che ha l’autorità di pronunciarsi su di te? Sa che cosa sono il pio e l’empio? Si è esercitato in questo? L’ha imparato? Dove? Da chi?
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E allora un musicista non si cura di lui se dichiara che la nota più acuta è la più grave, né un geometra se sentenzia che le linee tracciate dal centro alla circonferenza non sono uguali;
54
ma chi è davvero educato si curerà del giudizio di un ignorante quando si pronuncia su ciò che è santo e profano, ingiusto e giusto? Che grande ingiustizia da parte degli educati! È questo dunque che avete imparato qui?
55
Non vuoi lasciare i discorsetti su queste cose agli altri, a ometti pigri, perché se ne stiano seduti in un angolo a ricevere qualche misero compenso o a brontolare perché nessuno dà loro nulla, e invece farti avanti tu e usare ciò che hai imparato?
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Non sono infatti i discorsetti a mancare oggi: i libri degli Stoici ne sono pieni. Che cosa manca dunque? Chi li sappia usare, chi testimoni con i fatti le parole.
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Assumi per me questo ruolo, affinché non dobbiamo più servirci a scuola di esempi antichi, ma abbiamo anche un esempio del nostro tempo.
58
A chi spetta dunque contemplare queste cose? A chi ne ha il tempo. L’uomo infatti è un animale amante della contemplazione.
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Ma è vergognoso contemplarle come fanno gli schiavi fuggitivi: bisogna starsene seduti senza distrazioni e ascoltare ora un attore tragico, ora un citaredo, non fare come loro. Appena uno si è fermato, applaude l’attore tragico e insieme si guarda intorno; poi, se qualcuno grida «Padrone!», subito si agitano e si turbano.
60
È vergognoso che anche i filosofi contemplino così le opere della natura. Che cos’è infatti un padrone? Un uomo non è padrone di un uomo; lo sono morte e vita, piacere e dolore.
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Infatti portami Cesare senza queste cose e vedrai quanto resto saldo. Ma quando viene con esse, tuonando e lampeggiando, e io ne ho paura, che altro faccio se non riconoscere il padrone, come lo schiavo fuggitivo?
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Finché ho una tregua da queste cose, faccio come lo schiavo fuggitivo che si ferma a teatro: mi bagno, bevo, canto, ma tutto con paura e tormento.
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Ma se mi libero dai padroni, cioè da quelle cose per cui i padroni fanno paura, quale problema mi resta ancora, quale padrone?
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Che dunque? Bisogna proclamare queste cose a tutti? «No, ma adattarsi alle persone comuni e dire: “Costui mi consiglia ciò che ritiene buono per sé; lo comprendo”».
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Anche Socrate infatti comprese il carceriere che piangeva perché stava per bere il veleno e disse: «Con quanta nobiltà piange per noi!»
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Gli dice forse: «È proprio per questo che abbiamo mandato via le donne»? No: lo dice ai suoi amici, a quelli capaci di ascoltarlo; con lui invece si comporta come con un bambino.