Per il fatto di ricorrere alla divinazione fuori tempo, trascuriamo molti doveri.
Diatriba II.7 — Come si deve ricorrere alla divinazione
Che cosa può vedere l’indovino più della morte, del pericolo, della malattia o, in generale, di cose del genere?
Se dunque bisogna affrontare un pericolo per un amico, e se è doveroso perfino morire per lui, dove trovo ancora il tempo di ricorrere alla divinazione? Non ho forse dentro di me l’indovino che mi ha detto qual è l’essenza del bene e del male e mi ha spiegato i segni di entrambi?
Che bisogno ho ancora delle viscere o degli uccelli? E sopporto che quello mi dica: «Ti conviene»? Sa forse che cosa conviene?
Sa che cos’è il bene? Ha imparato i segni del bene e del male come ha imparato quelli delle viscere? Se infatti conosce i segni di questi, conosce anche quelli del bello e del turpe, del giusto e dell’ingiusto.
Uomo, dimmi tu che cosa viene indicato: vita o morte, povertà o ricchezza. Ma se queste cose mi convengano oppure no, dovrei chiederlo a te?
Perché non dai il tuo parere nelle questioni di grammatica? E dovrei chiederlo qui, dove tutti gli uomini sbagliamo e siamo in contrasto fra noi?
Per questo rispose bene quella donna che voleva mandare per nave a Gratilla, in esilio, le provviste di un mese, quando qualcuno le disse che Domiziano le avrebbe confiscate: «Preferisco che sia lui a portargliele via piuttosto che io non le mandi».
Che cosa dunque ci spinge a ricorrere così continuamente alla divinazione? La viltà, il timore degli esiti. Per questo aduliamo gli indovini: «Signore, erediterò da mio padre?» «Vediamo; facciamo un altro sacrificio.» «Sì, signore, come vuole la sorte.» Poi, se dice: «Erediterai», lo ringraziamo come se avessimo ricevuto l’eredità da lui. Perciò, alla fine, anche loro si prendono gioco di noi.
Che fare dunque? Bisogna andarci senza desiderio né avversione, come il viandante domanda a chi incontra quale delle due strade conduca alla meta, senza desiderare che vi conduca la destra piuttosto che la sinistra: non vuole infatti prendere una strada particolare, ma quella che conduce.
Così bisognerebbe andare anche da Dio, come da una guida, proprio come usiamo gli occhi: non chiedendo loro di mostrarci certe cose piuttosto che altre, ma accogliendo le rappresentazioni delle cose così come ce le mostrano.
Ora invece, tremando, teniamo per mano l’augure e, invocando Dio, lo supplichiamo:
«Signore, abbi pietà; permettimi di uscirne.» Schiavo, vuoi forse qualcosa di diverso da ciò che è meglio? E che cosa può essere meglio di ciò che sembra bene a Dio?
Perché, per quanto dipende da te, corrompi il giudice e svii il consigliere?