Ciò che in un altro è contrario a natura non diventi per te un male: non sei infatti fatto per abbatterti insieme agli altri né per essere infelice insieme a loro, ma per essere felice insieme a loro.
Diatriba III.24 — Che non bisogna attaccarsi alle cose che non dipendono da noi
Se qualcuno è infelice, ricorda che lo è per causa propria. Dio infatti ha fatto tutti gli uomini per essere felici, per essere saldi.
A questo scopo ha dato loro i mezzi, assegnando a ciascuno alcune cose come proprie e altre come estranee: ciò che può essere impedito, sottratto e costretto non è proprio; ciò che non può essere impedito è proprio. E l’essenza del bene e del male, come era degno di chi si prende cura di noi e ci protegge come un padre, l’ha posta nelle cose che ci sono proprie.
«Ma mi sono allontanato dal tale e lui soffre.» Perché ha considerato proprie le cose altrui? Perché, quando gioiva vedendoti, non pensava anche che sei mortale e che puoi partire? Ora paga il prezzo della propria stoltezza.
E tu perché compiangi te stesso? Non ti sei esercitato neppure tu in queste cose, ma, come donnicciole da nulla, hai vissuto con tutto ciò di cui godevi come se dovessi starci insieme per sempre: luoghi, persone, occupazioni. E ora te ne stai seduto a piangere perché non vedi le stesse persone e non trascorri il tempo negli stessi luoghi.
Questo meriti: essere più misero perfino dei corvi e delle cornacchie, che possono volare dove vogliono, cambiare il luogo dei loro nidi e attraversare i mari senza gemere né rimpiangere ciò che avevano prima.
— «Sì, ma a loro accade perché sono esseri privi di ragione.» — Dunque gli dèi ci hanno dato la ragione perché ci servisse all’infelicità e alla miseria, perché vivessimo da disgraziati e passassimo il tempo a piangere?
Oppure siano tutti immortali, nessuno parta mai, e neppure noi andiamo mai da nessuna parte, ma restiamo come piante radicate al suolo; e se parte qualcuno dei nostri conoscenti, sediamoci a piangere, e poi, se ritorna, mettiamoci a danzare e battere le mani come bambini?
Non è ora che ci svezziamo e ricordiamo ciò che abbiamo ascoltato dai filosofi?
A meno che non li abbiamo ascoltati come fossero incantatori: che questo mondo è una sola città e una sola è la sostanza di cui è composto; che deve esservi un certo ciclo e una successione per cui alcune cose cedono il posto ad altre, alcune si dissolvono e altre sorgono, alcune restano nello stesso luogo e altre si muovono.
E tutto è pieno di amici: anzitutto dèi, poi anche uomini, che per natura sono fatti per essere legati gli uni agli altri; e alcuni devono stare insieme, altri separarsi, rallegrandoci di quelli che sono con noi senza affliggerci per quelli che se ne vanno.
E l’uomo, oltre a essere per natura magnanimo e capace di disprezzare tutto ciò che non dipende dalla scelta morale, ha anche questa caratteristica: non essere radicato né attaccato alla terra, ma spostarsi ora in un luogo ora in un altro, a volte spinto da qualche necessità, a volte anche soltanto per vedere.
Qualcosa del genere accadde anche a Odisseo: «Vide le città di molti uomini e ne conobbe la mente»; e, prima ancora, a Eracle, che percorse tutta la terra abitata «osservando l’arroganza degli uomini e il buon ordine», scacciando e purificando la prima e introducendo al suo posto il secondo.
Eppure quanti amici credi che avesse a Tebe, quanti ad Argo, quanti ad Atene, e quanti ne acquistò andando in giro? Egli si sposava anche quando gli sembrava il momento opportuno, aveva figli e li lasciava senza gemere né rimpiangerli, né come se li abbandonasse orfani.
Sapeva infatti che nessun uomo è orfano, ma che sempre e continuamente vi è un padre che si prende cura di tutti.
Non aveva infatti soltanto sentito dire che Zeus è padre degli uomini: lo considerava e chiamava anche padre proprio, e faceva ciò che faceva guardando a lui. Perciò poteva vivere felicemente ovunque.
Non è mai possibile che felicità e rimpianto per ciò che non è presente si trovino insieme. Chi è felice deve infatti avere tutto ciò che vuole, essere come chi è sazio: non deve esservi in lui né sete né fame.
— «Ma Odisseo desiderava sua moglie e piangeva seduto sugli scogli.» — Tu dunque credi a Omero e ai suoi racconti in ogni cosa? E se davvero piangeva, che altro era se non infelice? E quale uomo buono e virtuoso è infelice?
L’universo sarebbe davvero governato male, se Zeus non si prendesse cura dei propri cittadini affinché siano simili a lui, felici. Ma non è lecito né pio pensare cose del genere.
Se dunque Odisseo piangeva e si lamentava, non era un uomo buono. Chi infatti è buono se non sa chi è? E chi lo sa, se ha dimenticato che ciò che nasce è destinato a perire e che non è possibile che un uomo stia per sempre insieme a un altro?
Desiderare l’impossibile è servile, sciocco, proprio di uno straniero che combatte contro Dio nell’unico modo in cui gli è possibile: con i propri giudizi.
«Ma mia madre geme perché non mi vede.» — Perché non ha imparato questi principi? E non dico che non bisogna prendersi cura che non si lamenti; dico che non bisogna volere a ogni costo ciò che appartiene a un altro.
Il dolore di un altro appartiene a un altro, il mio a me. Il mio dunque lo eliminerò del tutto, perché dipende da me; quello di un altro cercherò di eliminarlo per quanto posso, ma non cercherò di farlo a ogni costo.
Altrimenti combatterò contro Dio, mi opporrò a Zeus, mi schiererò contro di lui nel governo dell’universo. E il prezzo di questa lotta contro Dio e di questa disobbedienza non lo pagheranno i figli dei miei figli, ma io stesso, di giorno e di notte, balzando dal sonno per i sogni, turbato, tremando a ogni notizia e tenendo la mia libertà dalle passioni appesa alle lettere degli altri.
Arriva qualcuno da Roma. «Purché non sia accaduto nulla di male.» Ma quale male può accaderti là dove tu non sei? Arriva qualcuno dalla Grecia. «Purché non sia accaduto nulla di male.» Così ogni luogo può diventare per te causa d’infelicità.
Non ti basta essere infelice là dove ti trovi, ma devi esserlo anche al di là del mare e attraverso le lettere? È così sicura la tua condizione?
— «E allora, se sono morti gli amici che stanno laggiù?» — Che altro è accaduto se non che sono morti dei mortali? E come puoi voler invecchiare e insieme non vedere morire nessuna delle persone che ami?
Non sai che, nel corso di molto tempo, devono necessariamente accadere molte cose diverse: la febbre sarà più forte di uno, un brigante di un altro, un tiranno di un altro ancora?
Tale è ciò che ci circonda e tali sono quelli con cui viviamo: freddo, caldo, cibi inadatti, viaggi per terra e per mare, venti e circostanze diverse; queste cose uccidono uno, esiliano un altro, mandano uno in ambasceria e un altro in guerra.
Siediti dunque atterrito davanti a tutto questo, piangendo, infelice, sventurato, dipendente dagli altri, e non da uno o due, ma da decine di migliaia e decine di migliaia.
Questo hai ascoltato dai filosofi, questo hai imparato? Non sai che la vita è un servizio militare? Uno deve fare la guardia, un altro uscire in ricognizione, un altro combattere; non è possibile che tutti stiano nello stesso luogo, e non sarebbe neppure meglio.
Tu invece, anziché eseguire gli ordini del comandante, protesti quando ti viene imposto qualcosa di più duro e non ti rendi conto di che cosa, per quanto dipende da te, riduci l’esercito: se tutti ti imitassero, nessuno scaverebbe una trincea, nessuno erigerebbe una palizzata, nessuno veglierebbe, nessuno affronterebbe un pericolo, ma ciascuno apparirebbe inutile come soldato.
E ancora, se navigassi come marinaio, resta fermo in un solo posto e aggrappati a quello; se bisogna salire sull’albero, rifiutati; se bisogna correre a prua, rifiutati. E quale comandante della nave ti sopporterà? Non ti getterà fuori come un arnese inutile, nient’altro che un impedimento e un cattivo esempio per gli altri marinai?
Così anche qui: la vita di ciascuno è una specie di servizio militare, e per di più lungo e vario. Devi osservare il compito del soldato e fare ogni cosa a un cenno del comandante;
se possibile, cercando anche di prevedere che cosa vuole. Non vi è infatti alcun paragone tra quel comandante e questo, né per forza né per superiorità di carattere.
Sei stato assegnato a una città dominante, non a qualche oscuro villaggio: sei sempre un senatore. Non sai che un uomo simile deve occuparsi poco delle faccende di casa e stare per lo più lontano, ora esercitando un’autorità, ora sottoposto a un’autorità, ora prestando servizio per qualche magistratura, ora combattendo, ora giudicando? E tu vuoi restare attaccato agli stessi luoghi e mettervi radici come una pianta?
— «Ma è piacevole.» — Chi dice di no? Anche una minestra è piacevole e una bella donna è piacevole. Che altro dicono quelli che fanno del piacere il fine?
Non ti accorgi di quali uomini hai appena parlato con la voce? Di Epicurei e dissoluti. E poi, mentre fai le loro azioni e hai i loro giudizi, ci reciti le parole di Zenone e di Socrate? Non getterai il più lontano possibile queste cose altrui, con cui ti adorni senza che ti appartengano?
Che altro vogliono costoro se non dormire senza impedimenti e senza costrizioni, poi alzarsi con calma, sbadigliare e lavarsi il viso; poi scrivere e leggere ciò che vogliono, quindi chiacchierare di qualcosa, lodati dagli amici qualunque cosa dicano; poi uscire a passeggiare, fare due passi, lavarsi, quindi mangiare e poi dormire — e su quale letto dormano uomini del genere, che bisogno c’è di dirlo? Lo si può immaginare.
Suvvia, mostrami anche tu la vita che rimpiangi, tu ammiratore della verità, di Socrate e di Diogene. Che cosa vuoi fare ad Atene? Proprio queste cose?
Forse altre? Perché dunque dici di essere Stoico? Quelli che si attribuiscono falsamente la cittadinanza romana vengono puniti duramente; e chi si attribuisce falsamente una cosa e un nome così grandi e venerabili dovrebbe andarsene impunito?
O forse questo non è possibile, ma vi è una legge divina, forte e inevitabile, che esige le pene più grandi da chi commette gli errori più grandi?
Che cosa dice infatti? «Chi pretende ciò che non lo riguarda sia millantatore e vanaglorioso; chi disobbedisce al governo divino sia meschino, sia schiavo, si affligga, provi invidia, provi pietà e, per riassumere tutto, sia infelice e si lamenti.»
«Che dunque? Vuoi che faccia la corte al tale? Che vada alla sua porta?» — Se la ragione sceglie questo per la patria, per i parenti, per gli uomini, perché non dovresti andarci? Non ti vergogni di andare alla porta del calzolaio quando hai bisogno di scarpe, né a quella dell’ortolano quando hai bisogno di lattuga; e ti vergogni di andare a quella dei ricchi quando hai bisogno di qualcosa di simile?
— «Sì, perché non ammiro il calzolaio.» — Non ammirare neppure il ricco. — «E non adulerò l’ortolano.» — Non adulare neppure il ricco. — «Come otterrò allora ciò di cui ho bisogno?»
— Ti sto forse dicendo di andarci come se dovessi certamente ottenerlo? Non ti dico soltanto di andarci per fare ciò che si addice a te?
— «Perché dunque andarci ancora?» — Per esserci andato, per aver adempiuto ai compiti del cittadino, del fratello, dell’amico.
E poi ricorda che sei andato da un calzolaio, da un erbivendolo, da uno che non ha potere su nulla di grande o venerabile, anche se vende caro ciò che vende. Vai a comprare lattuga: vale un obolo, non un talento.
Così anche qui. Vale la pena andare alla porta? Sia pure, ci andrò. Vale la pena parlargli? Sia pure, gli parlerò. «Ma bisogna anche baciargli la mano e blandirlo con le lodi.» Via! Questo costa un talento: non conviene né a me né alla città né agli amici perdere, insieme, un buon cittadino e un buon amico.
«Ma sembrerà che tu non ti sia impegnato abbastanza, se non ottieni nulla.» Hai di nuovo dimenticato per che cosa sei venuto? Non sai che l’uomo buono e virtuoso non fa nulla per sembrare, ma per aver agito bene?
— «E quale vantaggio ricava dall’aver agito bene?» — Quale vantaggio ricava chi scrive il nome di Dione dal fatto di scriverlo come si deve? Proprio quello di averlo scritto. — «Dunque nessun premio?» — Cerchi per un uomo buono un premio maggiore del compiere azioni nobili e giuste?
Ai Giochi Olimpici non cerchi nient’altro: ti sembra sufficiente essere incoronato vincitore a Olimpia. Ti sembra dunque così piccolo e senza valore essere un uomo buono e virtuoso e felice?
Introdotto dagli dèi in questa città per queste cose e ormai tenuto a intraprendere le opere di un uomo, rimpiangi ancora la nutrice e la nonna, e donnicciole sciocche che piangono ti piegano e ti rammolliscono? Non smetterai mai di essere un bambino? Non sai che quanto più è vecchio chi fa cose da bambino, tanto più è ridicolo?
«Ad Atene non frequentavi nessuno andando a casa sua?» — «Chi volevo.» — Anche qui, allora, sii disposto a vedere chi vuoi, e vedrai chi vuoi: basta che non lo faccia con bassezza, né con desiderio o avversione, e le tue cose andranno bene.
Ma questo non sta nell’andare né nello stare davanti alle porte, bensì dentro, nei giudizi.
Quando avrai disprezzato le cose esterne che non dipendono dalla scelta morale e non ne avrai considerata nessuna come tua, ma soltanto queste come tue: giudicare bene, formarti un’opinione, muoverti all’azione, desiderare, provare avversione; dove vi sarà ancora posto per l’adulazione, dove per la bassezza? Perché rimpiangi ancora la tranquillità di là, perché i luoghi abituali?
Aspetta un poco e anche questi torneranno a esserti abituali. Poi, se sei tanto ignobile, quando lascerai anche questi, mettiti di nuovo a piangere e gemere.
«Come dunque diventerò affettuoso?» — Come un uomo nobile, come un uomo felice. La ragione infatti non sceglie mai che tu sia meschino, che ti abbatta, che dipenda da un altro o che accusi mai Dio o un uomo.
Diventa affettuoso in questo modo, conservando queste cose; ma se per questa affettuosità — qualunque cosa tu chiami affettuosità — dovrai essere schiavo e infelice, non ti conviene essere affettuoso.
E che cosa impedisce di amare qualcuno come mortale, come persona che può partire? Socrate non amava forse i propri figli? Ma li amava da uomo libero, ricordando che prima di tutto bisogna essere amici degli dèi.
Per questo non trasgredì nulla di ciò che si addice a un uomo buono, né quando si difese, né quando propose la propria pena, né ancora prima quando deliberava in consiglio o combatteva.
Noi invece abbiamo a disposizione ogni genere di pretesto per essere ignobili: chi a causa di un figlio, chi della madre, chi dei fratelli.
Ma non conviene essere infelici a causa di nessuno, bensì felici grazie a tutti, e soprattutto grazie a Dio, che ci ha fatti proprio per questo.
Suvvia, Diogene non amava forse nessuno, lui che era tanto mite e amante degli uomini da assumersi volentieri, per il bene comune degli uomini, tante fatiche e sofferenze del corpo?
Ma come amava? Come doveva amare un servitore di Zeus: prendendosi cura degli uomini e, nello stesso tempo, restando sottomesso a Dio.
Per questo, per lui solo, ogni terra era patria e nessuna lo era in modo esclusivo; fatto prigioniero, non rimpiangeva Atene né i conoscenti e gli amici che vi aveva, ma divenne familiare perfino con i pirati e cercava di correggerli. E, venduto poi a Corinto, vi viveva come prima ad Atene; e se fosse andato fra i Perrebi, avrebbe vissuto allo stesso modo.
Così nasce la libertà. Per questo diceva: «Da quando Antistene mi ha liberato, non sono mai più stato schiavo.»
Come lo liberò? Ascolta che cosa dice: «Mi insegnò quali cose sono mie e quali non lo sono. I possedimenti non sono miei; i parenti, i familiari, gli amici, la reputazione, i luoghi abituali, il modo di vivere: tutto questo appartiene ad altri.»
«Che cosa è dunque tuo?» «L’uso delle rappresentazioni.» Mi mostrò che lo possiedo non impedito e non costretto: nessuno può ostacolarmi, nessuno può costringermi a usarlo diversamente da come voglio.
Chi ha dunque ancora potere su di me? Filippo, Alessandro, Perdicca, il Gran Re? Come potrebbero? Chi infatti deve essere sconfitto da un uomo deve molto prima essere stato sconfitto dalle cose.
Chi dunque non è vinto dal piacere, né dal dolore, né dalla fama, né dalla ricchezza, e può, quando gli pare, consegnare a qualcuno l’intero corpicino e andarsene, di chi è ancora schiavo, a chi è sottomesso?
Ma se viveva con piacere ad Atene ed era vinto da quel modo di vivere, le sue cose sarebbero state in potere di chiunque: il più forte sarebbe stato padrone di renderlo infelice.
Come credi che avrebbe adulato i pirati perché lo vendessero a qualche Ateniese, così da poter rivedere un giorno il bel Pireo, le Lunghe Mura e l’Acropoli?
E in quale condizione li vedresti, schiavo?
Da schiavo e da uomo meschino: e a che ti servirebbe? — «No, li vedrei da uomo libero.» — Mostrami come saresti libero. Ecco: un tale ti ha afferrato, ti porta via dal modo di vivere a cui sei abituato e dice: «Sei mio schiavo: dipende da me impedirti di vivere come vuoi; dipende da me lasciarti libero e umiliarti; quando voglio io, torni a rallegrarti e te ne vai pieno di entusiasmo verso Atene.»
Che cosa dici a colui che ti rende schiavo? Chi puoi procurarti che ti affranchi? Oppure non riesci neppure a guardarlo in faccia e, lasciando perdere tutti i grandi discorsi, lo supplichi perché ti lasci libero?
Uomo, dovresti andare in prigione con gioia, affrettandoti e precedendo quelli che ti ci conducono. E poi tu esiti a vivere a Roma e rimpiangi la Grecia? Quando dovrai morire, ci sommergerai ancora di pianti perché non vedrai più Atene e non passeggerai più nel Liceo?
È per questo che sei partito? È per questo che hai cercato qualcuno da incontrare per riceverne un beneficio? Quale beneficio? Imparare a risolvere più abilmente i sillogismi o a trattare gli argomenti ipotetici? E per questo hai lasciato tuo fratello, la patria, gli amici, i familiari, per tornare dopo aver imparato queste cose?
Dunque non sei partito per acquistare fermezza, né imperturbabilità; non per diventare immune dal danno, così da non biasimare più nessuno, non accusare nessuno, non poter essere danneggiato da nessuno e conservare così senza impedimenti le tue relazioni?
Bella merce sei andato a esportare: sillogismi, argomenti mutevoli e ipotetici. E, se ti pare, siediti nel mercato e mettili in vendita con un cartello, come i venditori di farmaci.
Non rinnegherai persino di conoscere ciò che hai imparato, per non screditare i principi mostrandoli inutili? Che male ti ha fatto la filosofia? In che cosa ti ha offeso Crisippo, perché tu dimostri con i fatti che le sue fatiche sono inutili? Non ti bastavano i mali che avevi laggiù, tutte le cause di dolore e di pianto che avevi anche senza partire, e te ne sei aggiunte altre?
E se avrai ancora altri conoscenti e amici, avrai più ragioni per lamentarti; e lo stesso se ti attaccherai a un altro paese. Perché dunque vivi? Per aggiungere dolore a dolore, così da essere infelice per tutti?
E poi chiami questo affetto? Quale affetto, uomo? Se è un bene, non può diventare causa di alcun male; se è un male, non ho nulla a che fare con esso. Io sono fatto per i miei beni, non per i miei mali.
Qual è dunque l’esercizio per questo? Anzitutto quello più alto e fondamentale, da praticare subito come sulla soglia: quando ti attacchi a qualcosa, non attaccarti a nulla come se non potesse esserti tolto, ma a qualcosa della stessa specie di una pentola o di un bicchiere di vetro, così che, quando si rompe, ricordandoti che cos’era, non ti turbi.
Così anche qui: se baci tuo figlio, tuo fratello o un amico, non lasciare mai che la rappresentazione si sviluppi senza limite né che l’espansione dell’animo proceda quanto vuole; tirala indietro, frenala, come quelli che stanno dietro ai trionfatori e ricordano loro che sono uomini.
Ricorda anche tu a te stesso qualcosa del genere: ami un mortale, non ami nulla che sia veramente tuo; ti è stato dato per il momento, non come qualcosa che non possa esserti tolto né per sempre, ma come un fico o un grappolo d’uva nella stagione stabilita dell’anno. Se li desideri d’inverno, sei uno stolto.
Così, se rimpiangi tuo figlio o il tuo amico quando non ti sono dati, sappi che desideri un fico d’inverno. Come l’inverno sta al fico, così ogni circostanza determinata dall’ordine dell’universo sta alle cose che, in quella circostanza, vengono tolte.
E inoltre, proprio mentre godi di qualcuno, contrapponi a te stesso le rappresentazioni opposte. Che male c’è, mentre baci tuo figlio, nel sussurrargli: «Domani morirai»; e così all’amico: «Domani partirai, tu o io, e non ci vedremo più»?
— «Ma sono parole di cattivo augurio.» — Anche alcune formule magiche lo sono; ma poiché giovano, non me ne curo: basta che giovino. E tu chiami di cattivo augurio qualcosa che non sia segno di un male?
Di cattivo augurio è la viltà, di cattivo augurio è l’ignobiltà, il pianto, il dolore, la spudoratezza: questi nomi sono di cattivo augurio. E tuttavia non bisogna esitare a pronunciarli, se serve a guardarsi dalle cose che indicano.
E tu chiami di cattivo augurio una parola che indica un fatto naturale? Di’ allora che è di cattivo augurio anche mietere le spighe: significa infatti la distruzione delle spighe, ma non quella del mondo. Di’ che sono di cattivo augurio anche la caduta delle foglie, il fico che diventa fico secco e l’uva che diventa uva passa.
Tutte queste cose sono infatti trasformazioni da uno stato precedente in un altro: non distruzione, ma una certa ordinata amministrazione e un governo. Questo è partire: un piccolo cambiamento;
questo è morire: un cambiamento più grande da ciò che ora è, non verso ciò che non è, ma verso ciò che ora non è.
— «Dunque non sarò più?» — Non sarai più ciò che sei ora, ma qualcos’altro di cui il mondo avrà allora bisogno. Anche tu infatti sei nato non quando lo hai voluto tu, ma quando il mondo ha avuto bisogno di te.
Per questo l’uomo buono e virtuoso, ricordando chi è, da dove è venuto e da chi è stato generato, si preoccupa soltanto di questo: come adempiere il proprio posto con ordine e obbedienza a Dio.
«Vuoi ancora che io esista? Rimarrò come uomo libero, come uomo nobile, come tu hai voluto: sei tu infatti che mi hai reso non impedito nelle cose che sono mie.»
«Ma non hai più bisogno di me? Bene: fino a ora sono rimasto per te, per nessun altro, e ora, obbedendoti, me ne vado.»
«Come me ne vado? Di nuovo come tu hai voluto: libero, tuo servitore, consapevole dei tuoi ordini e dei tuoi divieti.»
«E finché rimango nelle tue cose, chi vuoi che io sia? Un governante o un privato, un senatore o un semplice cittadino, un soldato o un generale, un educatore o un capofamiglia? Qualunque posto e qualunque rango tu mi affidi, come dice Socrate, morirò diecimila volte prima di abbandonarlo.»
«E dove vuoi che io sia? A Roma, ad Atene, a Tebe o a Giaro? Soltanto ricordati di me là dove mi poni.»
«Se mi mandi in un luogo in cui agli uomini non è possibile vivere secondo natura, uscirò dalla vita non disobbedendo a te, ma riconoscendo che mi dai il segnale del richiamo. Non ti abbandono — non sia mai — ma comprendo che non hai più bisogno di me.»
«Se invece mi è concesso vivere secondo natura, non cercherò un altro luogo da quello in cui sono né altri uomini da quelli con cui mi trovo.»
Queste cose siano a portata di mano di notte e di giorno; queste scrivi, queste leggi; di queste parla, con te stesso e con un altro: «Hai qualcosa che possa aiutarmi su questo?» E poi va’ da un altro e da un altro ancora.
E se accade qualcosa di quelle che chiamiamo cose non volute, anzitutto ti alleggerirà subito questo pensiero: non è accaduto nulla di inatteso.
È infatti una grande cosa, in ogni circostanza, poter dire: «Sapevo di aver generato un mortale». Così dirai anche: «Sapevo di essere mortale, sapevo di poter partire, sapevo di poter essere scacciato,
sapevo di poter essere mandato in prigione». Poi, se ti rivolgi a te stesso e cerchi l’ambito da cui proviene ciò che è accaduto, subito ricorderai che proviene dall’ambito delle cose che non dipendono dalla scelta morale, delle cose che non sono mie. Che cosa ha dunque a che fare con me? E poi la cosa più importante: chi l’ha mandato?
Il governante o il generale, la città, la legge della città. Dammelo dunque: devo infatti obbedire sempre alla legge, in ogni cosa.
E poi, quando la rappresentazione ti morde — questo infatti non dipende da te — combattila con la ragione, vincila, non lasciarle acquistare forza né trascinarti alle conseguenze, costruendo immagini di tutto ciò che vuole e come vuole.
Se sei a Giaro, non figurarti la vita di Roma, tutti i piaceri che avevi quando vi abitavi e tutti quelli che avresti tornando; concentrati invece su questo: come deve vivere a Giaro, con fermezza, chi vive a Giaro. E se sei a Roma, non figurarti la vita di Atene, ma esercitati soltanto su quella che hai lì.
Poi, al posto di tutti gli altri piaceri, introduci questo: quello che nasce dal renderti conto che obbedisci a Dio e che compi non a parole, ma nei fatti, le opere dell’uomo buono e virtuoso.
Che cosa grande è infatti poter dire a se stessi: «Ciò di cui gli altri parlano solennemente nelle scuole e che sembra paradossale, io ora lo metto in pratica. Essi stanno seduti a spiegare le mie virtù, discutono di me e mi celebrano;
e Zeus ha voluto che io ne ricevessi la prova da me stesso e che lui stesso sapesse se possiede un soldato come si deve, un cittadino come si deve; e mi presenta agli altri uomini come testimone riguardo alle cose che non dipendono dalla scelta morale: guardate che temete senza ragione, che desiderate invano ciò che desiderate. Non cercate i beni fuori di voi, cercateli in voi stessi; altrimenti non li troverete.»
«Per questo ora mi conduce qui, ora mi manda là; mi mostra agli uomini povero, privo di cariche, malato; mi manda a Giaro, mi conduce in prigione. Non perché mi odi — non sia mai: chi odia il migliore dei propri servitori? — né perché mi trascuri, lui che non trascura neppure la più piccola cosa, ma perché mi esercita e si serve di me come testimone davanti agli altri.»
Assegnato a un servizio simile, mi preoccupo ancora di dove sono, con chi sono o di che cosa dicono di me? Non sono forse interamente rivolto a Dio, ai suoi ordini e ai suoi comandi?
Se avrai sempre queste cose fra le mani, le eserciterai dentro di te e le terrai a portata di mano, non avrai mai bisogno di qualcuno che ti consoli o ti dia forza.
Non è infatti vergognoso non avere di che mangiare; è vergognoso non avere una ragione sufficiente per vivere senza paura e senza dolore.
E se una volta avrai conquistato la libertà dal dolore e dalla paura, vi sarà ancora per te qualche tiranno o guardia del corpo o qualche uomo di Cesare? Ti morderà una nomina a qualche incarico, o ti morderanno quelli che sacrificano sul Campidoglio per le loro nomine, te che hai ricevuto da Zeus un’autorità così grande?
Soltanto non metterla in mostra né vantartene, ma mostrala con i fatti; e anche se nessuno se ne accorge, ti basti essere tu stesso sano e felice.