Diatriba I.9 — Come procedere dalla nostra parentela con Dio alle conseguenze

Libro I · 34 sezioni · I 9
1
Se sono vere le cose che i filosofi dicono sulla parentela tra Dio e gli uomini, che altro resta agli uomini se non fare come Socrate: non rispondere mai, a chi domanda di quale paese siamo, «ateniese» o «corinzio», ma «cittadino del mondo»?
2
Perché infatti dici di essere ateniese e non soltanto di provenire da quell’angolo in cui, alla nascita, è stato gettato il tuo corpicino?
3
Non è forse chiaro che ti chiami ateniese o corinzio a partire da ciò che è più autorevole e comprende non soltanto quell’angolo, ma anche tutta la tua casa e, in generale, il luogo da cui la stirpe dei tuoi antenati è giunta fino a te?
4
Chi dunque ha compreso l’ordine del mondo e ha imparato che la comunità più grande, più autorevole e più comprensiva di tutte è quella formata dagli uomini e da Dio, e che da lui sono discesi i semi non soltanto in mio padre o in mio nonno, ma in tutto ciò che nasce e cresce sulla terra, e soprattutto negli esseri razionali,
5
poiché soltanto questi sono per natura capaci di comunione con Dio, essendogli congiunti nella convivenza attraverso la ragione,
6
perché non dovrebbe chiamarsi cittadino del mondo? Perché non figlio di Dio? E perché dovrebbe temere qualcosa di ciò che accade tra gli uomini?
7
Se la parentela con Cesare o con qualche altro potente di Roma basta a farci vivere sicuri, al riparo dal disprezzo e senza timore di nulla, avere Dio come creatore, padre e custode non ci libererà forse dai dolori e dalle paure?
8
— «E da dove mangerò», dice, «se non possiedo nulla?» — E gli schiavi, e i fuggiaschi? Su che cosa fanno affidamento quando lasciano i padroni? Sui campi? Sugli schiavi? Sull’argenteria? Su nulla, se non su se stessi; e tuttavia il cibo non viene loro meno.
9
E il nostro filosofo dovrà invece viaggiare confidando negli altri e appoggiandosi a loro, senza prendersi cura di se stesso, ed essere peggiore e più vile degli animali irrazionali, ciascuno dei quali basta a se stesso e non manca né del cibo che gli è proprio né di un modo di vivere adatto e conforme alla natura?
10
Io credo invece che il vecchio dovrebbe starsene qui non per escogitare il modo in cui voi non abbiate pensieri meschini né facciate su voi stessi ragionamenti bassi e ignobili,
11
ma per evitare che sorgano giovani tali che, riconosciuta la loro parentela con gli dèi e compreso che questi legami cui siamo attaccati — il corpo, i suoi possedimenti e tutto ciò che per causa loro ci è necessario per l’amministrazione e la vita quotidiana — siano pesi dolorosi e inutili, vogliano gettarli via e andarsene dai loro parenti.
12
Questa sarebbe la lotta che dovrebbe sostenere il vostro maestro ed educatore, se davvero ne aveste uno: voi dovreste venire da lui dicendo: «Epitteto, non sopportiamo più di essere legati a questo corpicino, di nutrirlo, abbeverarlo, farlo riposare e pulirlo, e poi, a causa sua, compiacere questo e quello.
13
Non sono forse indifferenti queste cose e non hanno nulla a che fare con noi? E la morte non è forse un male? E non siamo in qualche modo parenti di Dio e venuti da lui?
14
Lasciaci andare là da dove siamo venuti; lasciaci finalmente liberarci da questi legami che ci tengono appesi e ci appesantiscono.
15
Qui ci sono briganti, ladri, tribunali e quelli che si chiamano tiranni, convinti di avere qualche potere su di noi attraverso il corpicino e i suoi possedimenti. Lasciaci mostrare loro che non hanno potere su nessuno.»
16
E io, da parte mia, direi: «Uomini, aspettate Dio. Quando egli darà il segnale e vi congederà da questo servizio, allora andate da lui; per ora sopportate di abitare in questo luogo nel quale egli vi ha assegnati.
17
Breve è davvero il tempo di questa dimora, e facile da sopportare per chi è disposto così. Quale tiranno, quale ladro, quali tribunali sono ancora temibili per chi ha ridotto a nulla il corpo e i suoi possedimenti? Restate, non andatevene senza ragione.»
18
Qualcosa del genere dovrebbe venire dall’educatore rivolto ai giovani di buona natura.
19
Ma ora che cosa accade? Morto è l’educatore, morti siete voi. Quando oggi vi siete saziati, ve ne state seduti a piangere per il domani: da dove mangerete?
20
Schiavo, se avrai, avrai; se non avrai, te ne andrai. La porta è aperta. Perché piangi? Dove c’è ancora posto per le lacrime? Quale occasione resta per l’adulazione? Perché uno dovrebbe invidiare un altro? Perché dovrebbe ammirare chi possiede molto o chi detiene il potere, soprattutto se è anche forte e iracondo?
21
Che cosa infatti potranno farci? Di ciò che possono fare non ci importerà; ciò che ci importa, non possono farlo. Chi potrà dunque dominare un uomo disposto così?
22
Come si comportava Socrate rispetto a queste cose? Come avrebbe potuto altrimenti, se non come si addice a chi è convinto di essere parente degli dèi?
23
«Se ora mi diceste», dice, «che mi lasciate libero a condizione che non tenga più quei discorsi che finora ho tenuto e non importuni più né i giovani né i vecchi,
24
vi risponderei che siete ridicoli: pretendete che, se il vostro generale mi avesse assegnato un posto, io dovessi mantenerlo e custodirlo e scegliere di morire diecimila volte piuttosto che abbandonarlo; ma se Dio ci ha assegnati a un certo luogo e modo di vivere, allora dovremmo abbandonarli.»
25
Questo è un uomo veramente parente degli dèi.
26
Noi invece pensiamo a noi stessi come se fossimo ventri, intestini e organi genitali: per questo temiamo, desideriamo; aduliamo quelli che possono aiutarci in queste cose e temiamo gli stessi.
27
Un uomo mi chiese di scrivere a Roma in suo favore, perché ai più sembrava sfortunato: prima era stato illustre e ricco, poi aveva perduto tutto e viveva qui.
28
Io scrissi per lui con tono umile. Ma, letta la lettera, me la restituì e disse: «Volevo ricevere da te un aiuto, non essere compatito; non mi è accaduto alcun male.»
29
Così anche Rufo, per mettermi alla prova, era solito dirmi: «Ti accadrà questo e quest’altro per colpa del padrone.»
30
E quando io gli rispondevo: «Sono cose umane», replicava: «Perché allora dovrei ancora pregarlo, se posso riceverle da te?»
31
Infatti, ciò che uno possiede da se stesso, è superfluo e vano riceverlo da un altro.
32
Io dunque, potendo ricavare da me stesso grandezza d’animo e nobiltà, dovrei ricevere da te un campo, denaro o qualche carica? Niente affatto. Non sarò tanto insensibile ai miei veri possedimenti.
33
Ma quando uno è vile e meschino, che altro si può fare per lui se non scrivere lettere come per un morto: «Concedici il cadavere del tale e un sestario di povero sangue»?
34
Perché, in verità, uno così è un cadavere e un sestario di sangue, e nulla di più. Se fosse qualcosa di più, capirebbe che nessuno è infelice per causa di un altro.