Diatriba II.1 — Che la fiducia non è incompatibile con la cautela

Libro II · 40 sezioni · II 1
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Forse ad alcuni sembra paradossale ciò che i filosofi sostengono; tuttavia esaminiamo, per quanto possiamo, se sia vero che bisogna fare ogni cosa insieme con cautela e con fiducia.
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La cautela infatti sembra in qualche modo contraria alla fiducia, e i contrari non possono affatto coesistere.
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Ciò che a molti appare paradossale in questa materia mi sembra dipendere da qualcosa del genere: se pretendessimo di usare cautela e fiducia riguardo alle stesse cose, giustamente ci accuserebbero di voler unire ciò che non può stare insieme.
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Ma, così come stanno le cose, che cosa c’è di assurdo in ciò che si dice? Se sono valide le cose dette e dimostrate molte volte, cioè che l’essenza del bene sta nell’uso delle rappresentazioni, e così pure quella del male, mentre ciò che non dipende dalla scelta morale non può assumere né la natura del male né quella del bene,
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che cosa sostengono di paradossale i filosofi, se dicono: «Dove sono le cose che non dipendono dalla scelta morale, lì abbi fiducia; dove sono le cose che dipendono dalla scelta morale, lì abbi cautela»?
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Se infatti il male sta in una cattiva scelta morale, è giusto usare cautela soltanto riguardo a queste cose; se invece ciò che non dipende dalla scelta morale e non è in nostro potere non ci riguarda, verso queste cose bisogna usare fiducia.
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E così saremo insieme cauti e fiduciosi e, per Zeus, fiduciosi proprio grazie alla cautela. Infatti, poiché staremo in guardia contro i veri mali, ci accadrà di avere fiducia di fronte a ciò che non è tale.
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Noi invece facciamo come i cervi. Quando i cervi hanno paura e fuggono dalle piume, dove si dirigono e verso che cosa si ritirano come verso un luogo sicuro? Verso le reti; e così muoiono, avendo scambiato ciò che dovevano temere con ciò verso cui dovevano avere fiducia.
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Così anche noi: dove usiamo la paura? Verso le cose che non dipendono dalla scelta morale. E in quali cose, al contrario, ci comportiamo con fiducia, come se non vi fosse nulla di terribile? Nelle cose che dipendono dalla scelta morale.
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Essere ingannati, agire avventatamente, fare qualcosa di spudorato o desiderare qualcosa con una brama vergognosa non ci importa affatto, purché riusciamo bene nelle cose che non dipendono dalla scelta morale. Ma dove ci sono morte, esilio, dolore o cattiva reputazione, lì ci ritiriamo, lì ci prende il panico.
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Perciò, come è naturale per chi sbaglia proprio sulle cose più importanti, trasformiamo la fiducia naturale in temerarietà, disperazione, insolenza e spudoratezza, e la cautela, che per natura è anche senso del pudore, in viltà e bassezza, piene di paure e turbamenti.
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Se infatti uno trasferisce la cautela là dove sono la scelta morale e gli atti della scelta morale, non appena vorrà stare in guardia avrà anche l’avversione rivolta a ciò che dipende da lui; se invece la trasferisce alle cose che non sono in nostro potere e non dipendono dalla scelta morale, avendo l’avversione rivolta a ciò che è in potere di altri, necessariamente avrà paura, sarà instabile e turbato.
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Non sono infatti la morte o il dolore a essere terribili, ma l’aver paura del dolore o della morte. Per questo lodiamo chi ha detto: «Non è terribile morire, ma morire vergognosamente.»
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Bisognava dunque rivolgere la fiducia verso la morte e la cautela verso la paura della morte; ora invece facciamo il contrario: verso la morte rivolgiamo la fuga, mentre verso il giudizio che ne abbiamo mostriamo noncuranza, trascuratezza e indifferenza.
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Socrate, facendo bene, chiamava queste cose spauracchi. Come infatti ai bambini le maschere sembrano terribili e spaventose per inesperienza, così anche noi proviamo qualcosa di simile di fronte alle cose, per nessun’altra ragione che quella per cui i bambini reagiscono agli spauracchi.
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Che cos’è infatti un bambino? Ignoranza. Che cos’è un bambino? Mancanza d’istruzione. Perché, nelle cose che conosce, non è affatto inferiore a noi.
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Che cos’è la morte? Uno spauracchio. Girala e guardala bene: ecco, non morde. Il corpo deve separarsi dal soffio vitale, come già prima ne era separato, ora oppure più tardi. Perché dunque ti irriti, se accade ora? Se non ora, sarà più tardi.
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Perché? Perché il ciclo del cosmo deve compiersi: ha infatti bisogno di ciò che è presente, di ciò che deve venire e di ciò che ha già compiuto il suo corso.
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Che cos’è il dolore? Uno spauracchio. Giralo e guardalo bene. La carne viene scossa duramente, poi di nuovo dolcemente. Se non ti conviene sopportarlo, la porta è aperta; se ti conviene, sopportalo.
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La porta infatti deve restare aperta per ogni cosa; e così non abbiamo problemi.
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Qual è dunque il frutto di questi giudizi? Quello che deve essere il più bello e il più appropriato per chi davvero si educa: imperturbabilità, assenza di paura, libertà.
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Su queste cose infatti non bisogna credere ai più, i quali dicono che soltanto agli uomini liberi è consentito ricevere un’educazione, ma piuttosto ai filosofi, i quali dicono che soltanto gli educati sono liberi.
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«Come sarebbe?» Così. Ora, che cos’è la libertà se non poter vivere come vogliamo? Null’altro. Ditemi dunque, uomini: volete vivere sbagliando? «Non vogliamo.» Nessuno dunque, finché sbaglia, è libero.
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Volete vivere nella paura? Volete vivere nel dolore? Volete vivere turbati? «Niente affatto.» Nessuno dunque, se ha paura, soffre o è turbato, è libero; chi invece si è liberato dai dolori, dalle paure e dai turbamenti, per la stessa via si è liberato anche dalla schiavitù.
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Come potremo dunque ancora credervi, carissimi legislatori? «Non permettiamo che ricevano un’educazione se non gli uomini liberi.» I filosofi infatti dicono: «Non permettiamo che siano liberi se non gli educati»; vale a dire: Dio non lo permette.
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«Quando dunque uno libera il proprio schiavo davanti al pretore, non ha fatto nulla?» «Ha fatto qualcosa.» «Che cosa?» «Ha liberato il proprio schiavo davanti al pretore.» «Nient’altro?» «Sì: deve anche pagare per lui la tassa del cinque per cento.»
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«E allora chi ha subito questo non è diventato libero?» «Non più di quanto sia diventato imperturbabile.»
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Tu infatti, che puoi liberare gli altri, non hai forse alcun padrone? Non il denaro, non una ragazza, non un ragazzo, non il tiranno, non qualche amico del tiranno? Perché dunque tremi quando vai incontro a una circostanza del genere?
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Per questo dico spesso: esercitatevi in queste cose e tenetele a portata di mano, sapendo verso che cosa bisogna avere fiducia e verso che cosa bisogna essere cauti: fiducia verso ciò che non dipende dalla scelta morale, cautela verso ciò che dipende dalla scelta morale.
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«Ma non ti ho letto ciò che ho scritto e tu non hai visto che cosa faccio.»
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«In che cosa?» «In certe belle frasette.» Tieniti le tue frasette. Mostrami come stai quanto al desiderio e all’avversione: se non fallisci ciò che vuoi, se non incappi in ciò che non vuoi. Quanto a quei periodetti, se hai senno, un giorno o l’altro li prenderai e li cancellerai.
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«Ma allora Socrate non scriveva?» E chi mai scrisse tanto? Ma come? Poiché non poteva avere sempre qualcuno che mettesse alla prova i suoi giudizi o che, a turno, si lasciasse mettere alla prova, egli stesso esaminava e metteva alla prova se stesso e si esercitava sempre praticamente su una qualche prenozione.
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Questo scrive un filosofo. Le belle frasette e quella strada di cui parlo le lascia ad altri: agli insensibili o ai beati, a quelli che hanno tempo libero perché sono imperturbabili, oppure a quelli che per stoltezza non tengono conto di nessuna conseguenza.
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E ora che l’occasione ti chiama, andrai a mostrare proprio quelle cose, a leggere e a pavoneggiarti? «Guarda come compongo dialoghi.»
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No, uomo; mostra piuttosto questo: «Guarda come, desiderando, non fallisco ciò che desidero. Guarda come, provando avversione, non incappo in ciò che voglio evitare. Porta la morte e lo saprai; porta i dolori, porta la prigione, porta la cattiva reputazione, porta una condanna.»
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Questa è la dimostrazione di un giovane uscito dalla scuola. Il resto lascialo agli altri; nessuno ti senta mai dire una parola al riguardo e, se qualcuno ti loda per queste cose, non sopportarlo: cerca invece di sembrare nessuno e di non sapere nulla.
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Mostrati sapiente soltanto in questo: come fare a non fallire mai ciò che desideri e a non incappare mai in ciò che vuoi evitare.
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Altri si esercitino nelle cause giudiziarie, altri nei problemi, altri nei sillogismi; tu esercitati a morire, a essere incatenato, a essere torturato, a essere esiliato.
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Tutto questo con fiducia, confidando in colui che ti ha chiamato a queste prove, in colui che ti ha giudicato degno di questo posto, nel quale, una volta schierato, mostrerai che cosa può fare la facoltà razionale che ci governa quando si contrappone alle forze che non dipendono dalla scelta morale.
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E così quel paradosso non sembrerà più né impossibile né paradossale: bisogna essere insieme cauti e fiduciosi, fiduciosi verso ciò che non dipende dalla scelta morale, cauti nelle cose che dipendono dalla scelta morale.