Entrato un Romano con il figlio, dopo che ebbe ascoltato una lettura, Epitteto disse: «Questo è il metodo dell’insegnamento», e tacque.
Diatriba II.14 — A Nasone
Ma poiché quello lo invitava a proseguire, disse: «Ogni arte, quando viene insegnata, comporta fatica per chi ne è profano e inesperto».
I prodotti delle arti, invece, mostrano subito la propria utilità, lo scopo per cui sono stati fatti, e la maggior parte di essi ha anche qualcosa di attraente e piacevole.
Per esempio, assistere e seguire come qualcuno impara il mestiere di calzolaio è poco piacevole; ma la scarpa è utile e, a guardarla, non è affatto sgradevole.
Anche l’apprendimento del mestiere di falegname è molto noioso per un profano che vi assista; l’opera, invece, mostra l’utilità dell’arte.
Lo vedrai molto più chiaramente nella musica: se assisti a una lezione, l’apprendimento ti sembrerà la cosa più sgradevole di tutte; e tuttavia i risultati della musica sono piacevoli e gradevoli da ascoltare anche per chi non ne sa nulla.
Anche qui immaginiamo che il compito di chi pratica la filosofia sia qualcosa del genere: deve accordare la propria volontà a ciò che accade, così che nulla di ciò che accade avvenga contro il nostro volere, né, quando qualcosa non avviene, noi vogliamo che avvenga.
Da ciò deriva, per chi vi è riuscito, di non fallire nel desiderio e di non incorrere in ciò che avversa, e di attraversare la vita senza dolore, senza paura e senza turbamento, vivendo con gli altri e conservando le relazioni sia naturali sia acquisite: di figlio, di padre, di fratello, di cittadino, di marito, di moglie, di vicino, di compagno di viaggio, di governante e di governato.
Questo, dunque, immaginiamo sia il compito di chi pratica la filosofia. Subito dopo ci chiediamo come sia possibile realizzarlo.
Vediamo che il falegname diventa falegname imparando certe cose, e il timoniere diventa timoniere imparandone altre. Forse dunque anche qui non basta voler diventare un uomo buono e virtuoso, ma occorre imparare qualcosa? Cerchiamo allora che cosa.
I filosofi dicono che bisogna anzitutto imparare questo: che Dio esiste e provvede all’universo, e che non gli si può nascondere non solo ciò che si fa, ma neppure ciò che si pensa o si concepisce; poi, quale sia la natura degli dèi.
Quali infatti si scopriranno essere, chi vuole piacere loro e obbedire deve necessariamente cercare, per quanto può, di rendersi simile a loro.
Se il divino è fedele, anche lui deve essere fedele; se è libero, anche lui libero; se benefico, anche lui benefico; se magnanimo, anche lui magnanimo. Come imitatore di Dio, dunque, deve fare e dire tutto ciò che segue da questo.
Da dove bisogna dunque cominciare? — Se accetti di entrare nella discussione, ti dirò che anzitutto devi comprendere i termini. — Dunque io adesso non comprendo i termini?
— Non li comprendi. — Come faccio allora a usarli? — Come gli analfabeti usano le parole scritte e come gli animali usano le rappresentazioni: una cosa è l’uso, un’altra la comprensione.
Se invece credi di comprenderli, proponi il termine che vuoi e mettiamoci alla prova, per vedere se davvero lo comprendiamo.
— Ma è spiacevole essere confutato quando si è ormai anziani e magari si sono già compiute tre campagne militari.
— Lo so anch’io. Perché ora sei venuto da me come se non avessi bisogno di nulla. E che cosa potresti mai immaginare che ti manchi? Sei ricco, hai figli, forse anche una moglie e molti servi; Cesare ti conosce, a Roma hai molti amici, adempi ai tuoi doveri, sai ricambiare chi ti fa del bene e fare del male a chi ti fa del male.
Che cosa ti manca? Se dunque ti mostrerò che ti mancano proprio le cose più necessarie e importanti per la felicità, e che fino a oggi ti sei occupato di tutto più che di ciò di cui dovevi occuparti, e aggiungerò il colmo: che non sai né che cosa sia Dio, né che cosa sia l’uomo, né che cosa sia il bene, né che cosa sia il male,
forse l’ignoranza delle altre cose è sopportabile; ma se ti dico che ignori te stesso, come potrai sopportarmi, sottoporti alla confutazione e restare?
In nessun modo: te ne vai subito, irritato. Eppure quale male ti ho fatto? A meno che anche lo specchio non faccia male all’uomo brutto, perché gli mostra com’è; o che il medico non insulti il malato quando gli dice: «Uomo, ti sembra di non avere nulla, e invece hai la febbre. Oggi digiuna, bevi acqua». E nessuno dice: «Che terribile insulto!»
Ma se dici a qualcuno: «I tuoi desideri sono infiammati, le tue avversioni sono meschine, i tuoi propositi incoerenti, i tuoi impulsi contrari alla natura, le tue opinioni infondate e false», quello esce subito dicendo: «Mi ha insultato».
Le cose umane sono così, come in una fiera: vi si conducono animali, anche buoi, perché siano messi in vendita; e la maggior parte degli uomini viene, chi per comprare e chi per vendere. Pochi invece vengono per osservare la fiera: come si svolge, perché, chi l’ha istituita e a quale scopo.
Così anche qui, in questa fiera: alcuni, come gli animali, non si interessano di nulla più che dell’erba. Tutti voi che vi affaccendate intorno a possedimenti, campi, servi e cariche, infatti, non avete davanti altro che erba.
Pochi sono invece gli uomini che partecipano alla fiera come amanti dello spettacolo: «Che cos’è dunque il cosmo? Chi lo governa? Nessuno?»
E com’è possibile che una città o una casa non possano durare neppure per poco tempo senza qualcuno che le governi e se ne curi, mentre una costruzione così grande e bella sarebbe amministrata con tanto ordine a caso e come capita?
Dunque qualcuno governa. Ma chi è e come governa? E noi, chi siamo, essendo stati generati da lui, e per quale compito? Abbiamo forse qualche legame e qualche relazione con lui, oppure nessuna?
È questo ciò che accade a quei pochi; e ormai dedicano il loro tempo soltanto a questo: conoscere la fiera e poi andarsene.
E allora? Sono derisi dai più; proprio come là gli spettatori sono derisi dai mercanti. E se gli animali avessero una qualche consapevolezza, riderebbero di chi ammira qualunque altra cosa oltre all’erba.