Le cose a cui uno si dedica con impegno, naturalmente le ama. Forse dunque gli uomini si dedicano con impegno ai mali? Niente affatto. Forse a ciò che non li riguarda per nulla? Neppure a questo.
Diatriba II.22 — Sull’amicizia
Resta dunque che si dedichino soltanto ai beni; e se vi si dedicano, li amano anche.
Chi dunque conosce i beni saprà anche amare; ma chi non sa distinguere i beni dai mali e ciò che non è né bene né male dagli uni e dagli altri, come potrebbe ancora saper amare? Amare, dunque, appartiene soltanto al saggio.
«E come?», dice. «Io, pur essendo stolto, amo mio figlio.»
Per gli dèi, mi meraviglia anzitutto che tu abbia ammesso di essere stolto. Che cosa ti manca infatti? Non usi i sensi, non distingui le rappresentazioni, non dai al corpo il nutrimento adatto, un riparo, un’abitazione?
Perché dunque ammetti di essere stolto? Perché, per Zeus, spesso sei sconvolto dalle rappresentazioni e turbato, e la loro plausibilità ti vince; ora giudichi buone certe cose, poi cattive le stesse cose, e in seguito né l’una né l’altra; e in generale ti addolori, hai paura, provi invidia, ti turbi, muti. Per questo ammetti di essere stolto.
E nell’amore, invece, non muti? Ricchezza, piacere e, in generale, le cose stesse le giudichi ora buone, ora cattive; ma gli stessi uomini non li giudichi ora buoni, ora cattivi? Non sei ora ben disposto verso di loro, ora ostile, ora li lodi, ora li biasimi? «Sì, anche questo mi accade.»
«E allora? Chi si è ingannato su qualcuno ti sembra suo amico?» «Non proprio.» «E chi lo ha scelto con un sentimento mutevole può essergli davvero benevolo?» «Neppure lui.» «E chi ora insulta qualcuno e poi lo ammira?»
«Neppure lui.» «E allora? Non hai mai visto cagnolini che si fanno festa e giocano fra loro, tanto da dire che nulla è più amichevole? Ma per vedere che cos’è l’amicizia, getta della carne in mezzo e lo saprai.»
Metti anche fra te e tuo figlio un campicello, e vedrai quanto presto tuo figlio vorrà sotterrarti e tu pregherai che muoia. E poi dirai: «Che figlio ho allevato! Da tempo vuole portarmi alla tomba».
Metti in mezzo una ragazza graziosa, e la ami tu, vecchio, e la ama anche quel giovane. Se poi si tratta di un po’ di reputazione, lo stesso. E se bisogna affrontare un pericolo, dirai le parole del padre di Admeto: «Tu vuoi vedere la luce, e credi che tuo padre non lo voglia?»
Credi che quello non amasse suo figlio quando era piccolo, che non fosse in ansia quando aveva la febbre e che non dicesse spesso: «Magari avessi io la febbre al suo posto»? Ma quando la situazione arrivò davvero e si fece vicina, guarda quali parole pronunciano.
Eteocle e Polinice non erano figli della stessa madre e dello stesso padre? Non erano stati allevati insieme, non avevano vissuto, bevuto e dormito insieme, non si erano baciati molte volte? Tanto che, credo, se qualcuno li avesse visti, avrebbe riso dei filosofi per i loro paradossi sull’amicizia.
Ma quando fra loro cadde, come un pezzo di carne, il potere regale, guarda che cosa dicono: «Dove ti schiererai davanti alle torri?» «Perché me lo chiedi?» «Mi schiererò contro di te per ucciderti.» «Anch’io desidero la stessa cosa.» E formulano preghiere di questo genere.
In generale infatti — non ingannatevi — ogni essere vivente è legato a nulla quanto al proprio interesse. Tutto ciò che gli appare d’intralcio a questo, sia esso fratello, padre, figlio, amato o amante, lo odia, lo respinge, lo maledice.
Per natura, infatti, non ama nulla quanto il proprio interesse: questo è per lui padre, fratello, parenti, patria e Dio.
Quando dunque gli dèi ci sembrano ostacolare in questo, insultiamo anche loro, abbattiamo le loro statue e incendiamo i loro templi, come Alessandro ordinò di incendiare i templi di Asclepio quando morì il suo amato.
Per questo, se uno pone nello stesso luogo il proprio interesse, il sacro, il bello morale, la patria, i genitori e gli amici, tutte queste cose si salvano; se invece pone da una parte il proprio interesse e dall’altra gli amici, la patria, i parenti e la giustizia stessa, tutte queste cose periscono, schiacciate dal peso dell’interesse.
Dove infatti si trovano l’«io» e il «mio», là necessariamente tende l’essere vivente. Se li pone nella carne, lì sta ciò che domina; se nella scelta morale, lì; se nelle cose esterne, lì.
Se dunque io sono là dove si trova la scelta morale, soltanto così sarò anche l’amico, il figlio e il padre che devo essere. Sarà infatti nel mio interesse conservarmi fedele, rispettoso, tollerante, capace di rinunciare e di collaborare, e custodire le relazioni.
Se invece colloco me stesso in un luogo e il bello morale in un altro, allora acquista forza il ragionamento di Epicuro, secondo cui il bello morale o non esiste affatto o consiste soltanto in ciò che gode di buona reputazione.
Per questa ignoranza entrarono in conflitto Ateniesi e Spartani, e i Tebani con entrambi, e il Gran Re con la Grecia, e i Macedoni con gli uni e gli altri, e ora i Romani con i Geti; e ancora prima, per le stesse ragioni, avvennero i fatti di Ilio.
Alessandro era ospite di Menelao e, se qualcuno li avesse visti trattarsi con cordialità, non avrebbe creduto a chi avesse detto che non erano amici. Ma fu gettata fra loro una piccola porzione, una graziosa donnina, e per lei scoppiò una guerra.
E ora, quando vedi amici o fratelli che sembrano andare d’accordo, non pronunciare subito alcun giudizio sulla loro amicizia, neppure se giurano o dicono che è impossibile separarsi l’uno dall’altro.
La facoltà direttiva dell’uomo dappoco non è affidabile: è instabile, priva di criterio, vinta ora da una rappresentazione, ora da un’altra.
Ma non esaminare ciò che esaminano gli altri, se sono nati dagli stessi genitori, se sono cresciuti insieme e hanno avuto lo stesso pedagogo; esamina soltanto questo: dove pongono il proprio interesse, nelle cose esterne o nella scelta morale?
Se nelle cose esterne, non chiamarli amici, non più di quanto li chiameresti fedeli, saldi, coraggiosi o liberi; anzi, se hai senno, non chiamarli neppure uomini.
Non è infatti un giudizio umano quello che li fa mordere e insultare a vicenda, appostarsi nei luoghi deserti o nelle piazze come sui monti e mostrare nei tribunali comportamenti da briganti; né quello che li rende intemperanti, adulteri e corruttori, né tutto il resto che gli uomini commettono gli uni contro gli altri per quest’unico giudizio: collocare se stessi e ciò che è proprio di loro nelle cose che non dipendono dalla scelta morale.
Se invece senti dire che questi uomini ritengono davvero che il bene si trovi soltanto là dove è la scelta morale, dove è il retto uso delle rappresentazioni, non preoccuparti più se sono padre e figlio, fratelli, se hanno studiato insieme per molto tempo o sono compagni; saputo soltanto questo, afferma con fiducia che sono amici, così come che sono fedeli e giusti.
Dove potrebbe infatti esservi amicizia se non dove vi sono fedeltà, rispetto, condivisione del bello morale e di null’altro?
«Ma mi ha servito per tanto tempo: non mi amava?» Da dove lo sai, schiavo, se non ti ha servito come pulisce con la spugna le proprie scarpe o come si cura di una bestia? Da dove sai se, quando avrai perso l’utilità di un utensile, non ti getterà via come un piatto rotto?
«Ma è mia moglie e abbiamo vissuto insieme tanto tempo.» E quanto tempo visse Erifile con Anfiarao, essendo anche madre dei suoi figli, e di molti?
Ma fra loro comparve una collana. E che cos’è una collana? Il giudizio che si ha su cose di questo genere. Quello era l’elemento bestiale, quello che spezzava l’amicizia, che non permetteva alla moglie di essere moglie né alla madre di essere madre.
Chiunque di voi si sia impegnato a essere lui stesso amico di qualcuno o ad acquistarsi un amico, recida questi giudizi, li odi, li scacci dalla propria anima.
E così, anzitutto, sarà amico di se stesso: non si insulterà, non combatterà con se stesso, non si pentirà, non torturerà se stesso;
poi lo sarà anche di un altro: con chi gli somiglia sarà semplice in tutto; verso chi è diverso sarà tollerante, mite, benevolo, indulgente come verso chi ignora, come verso chi sbaglia sulle cose più importanti; non sarà duro con nessuno, sapendo bene ciò che dice Platone: che ogni anima è privata della verità contro la propria volontà.
Se invece non fate questo, farete pure tutto ciò che fanno gli amici: berrete insieme, vivrete sotto la stessa tenda, navigherete insieme, sarete nati dagli stessi genitori — anche i serpenti lo sono — ma amici non sarete né loro né voi, finché conserverete questi giudizi bestiali e impuri.