Anche coloro che contraddicono sono costretti a servirsi di ciò che è sano ed evidente. E si potrebbe quasi considerare questa la prova più forte che qualcosa è evidente: che anche chi lo contraddice si trovi costretto a servirsene.
Diatriba II.20 — Contro gli Epicurei e gli Accademici
Per esempio, se qualcuno negasse che esista una verità universale, è chiaro che dovrebbe formulare l’affermazione contraria: «Non esiste alcuna verità universale». Schiavo, neppure questa, allora.
Che altro significa infatti, se non: «Se qualcosa è universale, è falso»?
E ancora, se uno si presentasse dicendo: «Sappi che nulla è conoscibile, ma tutto è incerto», o un altro: «Credimi e ne trarrai beneficio: non bisogna credere a nessuno», o ancora un altro: «Impara da me, uomo, che non è possibile imparare nulla; io ti dico questo e te lo insegnerò, se vuoi»,
in che cosa differiscono costoro da quelli — quali? — che si definiscono Accademici? «Uomini, assentite al fatto che nessuno dà assenso; credeteci: nessuno crede a nessuno.»
Così anche Epicuro, quando vuole eliminare la naturale comunanza degli uomini fra loro, si serve proprio di ciò che sta eliminando.
Che cosa dice infatti? «Non lasciatevi ingannare, uomini, non lasciatevi sviare né trarre in errore: non esiste una naturale comunanza fra gli esseri razionali; credetemi. Quelli che dicono il contrario vi ingannano e vi traggono in errore con falsi ragionamenti.»
E che cosa te ne importa? Lascia che ci inganniamo. Forse starai peggio se tutti noi altri ci convinceremo che esiste fra noi una naturale comunanza e che bisogna custodirla in ogni modo? Starai anzi molto meglio e più al sicuro.
Uomo, perché ti preoccupi di noi? Perché vegli per noi, perché accendi la lampada, perché ti alzi, perché scrivi libri tanto grandi? Per evitare che qualcuno di noi si inganni sugli dèi credendo che si prendano cura degli uomini, o che qualcuno ritenga che l’essenza del bene sia qualcosa di diverso dal piacere?
Se le cose stanno così, buttati a dormire e fa’ la vita del verme, della quale ti sei giudicato degno: mangia, bevi, accoppiati, defeca e russa.
Che cosa ti importa di come gli altri giudicheranno queste cose, se in modo corretto oppure no? Che cosa abbiamo a che fare con te? Ti curi forse delle pecore perché si offrono a noi per essere tosate, munte e infine macellate?
Non sarebbe anzi desiderabile, se gli uomini potessero, ammaliati e incantati dagli Stoici, sonnecchiare e offrire se stessi a te e ai tuoi simili per essere tosati e munti?
Queste cose avresti dovuto dirle ai tuoi compagni epicurei, non nasconderle proprio a loro; anzi, avresti dovuto convincere anzitutto loro che siamo per natura esseri sociali e che l’autocontrollo è un bene, così che tutto fosse salvaguardato per te.
Oppure questa comunanza bisogna rispettarla verso alcuni e non verso altri? Verso chi, dunque, bisogna rispettarla? Verso quelli che a loro volta la rispettano o verso quelli che la violano? E chi la viola più di voi che avete adottato queste dottrine?
Che cosa dunque lo svegliava dal sonno e lo costringeva a scrivere ciò che scriveva? Che altro, se non la più potente fra tutte le cose umane, la natura, che lo trascinava verso ciò che essa vuole, contro la sua volontà e mentre gemeva?
Poiché ti sembrano vere queste dottrine antisociali, scrivile, lasciale anche agli altri, veglia per esse e diventa tu stesso, con i fatti, accusatore dei tuoi stessi giudizi.
Diciamo poi che Oreste, inseguito dalle Erinni, si destava dal sonno; ma non erano forse più dure per costui le sue Erinni e le sue dee della vendetta? Lo svegliavano mentre dormiva e non gli permettevano di stare tranquillo, ma lo costringevano a proclamare i propri mali, come la follia e il vino fanno con i sacerdoti di Cibele.
Tanto forte e invincibile è la natura umana. Come potrebbe una vite muoversi non da vite ma da olivo, o un olivo, a sua volta, non da olivo ma da vite? È impossibile, inconcepibile.
Così non è possibile neppure eliminare completamente da un uomo gli impulsi umani; e neppure coloro che vengono castrati possono recidere gli impulsi maschili.
Allo stesso modo Epicuro ha reciso tutto ciò che è proprio dell’uomo, del capofamiglia, del cittadino e dell’amico, ma non ha potuto recidere le inclinazioni umane: non gli era possibile, non più di quanto quei miserabili Accademici possano eliminare o accecare le proprie sensazioni, sebbene si siano dati da fare più di ogni altra cosa proprio per questo.
Che disgrazia è mai questa? Uno ha ricevuto dalla natura misure e criteri per riconoscere la verità e, invece di impegnarsi ad aggiungere e perfezionare ciò che manca, fa esattamente il contrario: se possiede qualcosa che permette di riconoscere la verità, cerca di strapparselo via e distruggerlo.
Che cosa dici, filosofo? Come ti appaiono la pietà e la santità? «Se vuoi, dimostrerò che sono un bene.» Sì, dimostralo, affinché i nostri concittadini, richiamati all’attenzione, onorino il divino e smettano finalmente di trascurare le cose più importanti. «Hai dunque le dimostrazioni?» «Le ho, e te ne sono grato.»
«Poiché dunque queste ti piacciono tanto, prendi ora le contrarie: gli dèi non esistono; e, se anche esistono, non si curano degli uomini e noi non abbiamo nulla in comune con loro; e questa pietà e santità di cui parla la maggior parte degli uomini è un’invenzione menzognera di impostori e sofisti o, per Zeus, di legislatori, destinata a incutere timore e a trattenere chi commette ingiustizia.»
Bene, filosofo: hai giovato ai nostri concittadini, hai riconquistato i giovani che già inclinavano al disprezzo delle cose divine.
E allora? Queste cose non ti piacciono? Prendi ora anche questo: come la giustizia non sia nulla, come il senso del pudore sia stoltezza, come il padre non sia nulla e il figlio non sia nulla.
Bene, filosofo: continua, persuadi i giovani, così ne avremo di più che provano e dicono le stesse cose che tu provi e dici. Da questi discorsi sono cresciute le nostre città ben governate; grazie a questi discorsi è sorta Sparta; Licurgo, con le sue leggi e la sua educazione, inculcò loro queste convinzioni: che essere schiavi non è più disonorevole che onorevole, né essere liberi è più onorevole che disonorevole. Quelli che morirono alle Termopili morirono per questi giudizi; e per quali altri discorsi gli Ateniesi abbandonarono la città?
E poi quelli che dicono queste cose si sposano, fanno figli, partecipano alla vita politica e si fanno sacerdoti e interpreti. Di chi? Di dèi che non esistono. E interrogano essi stessi la Pizia per apprendere cose false e spiegano agli altri gli oracoli. Che enorme impudenza e impostura!
Uomo, che cosa fai? Ogni giorno confuti te stesso e non vuoi abbandonare questi freddi argomenti? Quando mangi, dove porti la mano? Alla bocca o all’occhio? Quando ti lavi, dove entri? Hai mai chiamato una pentola «tegame» o un mestolo «spiedo»?
Se fossi schiavo di uno di costoro, anche se dovessi essere scorticato ogni giorno da lui, lo tormenterei. «Ragazzo, metti un po’ d’olio nel bagno.» Io ci metterei salsa di pesce e gliela verserei sulla testa. «Che cos’è questo?» «Mi è sorta una rappresentazione dell’olio indistinguibile da questa, perfettamente simile, per la tua buona sorte.»
«Portami qui il decotto d’orzo.» Gli porterei un piatto colmo di salsa di pesce all’aceto. «Non avevo chiesto il decotto d’orzo?» «Sì, padrone: questo è decotto d’orzo.» «Questo non è salsa di pesce all’aceto?» «Perché dovrebbe esserlo più che decotto d’orzo? Prendilo e annusalo, prendilo e assaggialo. Da dove sai che i nostri sensi non ci ingannano?»
Se avessi tre o quattro compagni di schiavitù d’accordo con me, lo farei arrivare, scoppiando dalla rabbia, a impiccarsi oppure a cambiare idea. Ora invece si prendono gioco di noi, servendosi di tutto ciò che la natura ci dà e distruggendolo a parole.
Uomini davvero riconoscenti e rispettosi: non fosse altro, mangiano pane ogni giorno e osano dire che non sappiamo se esistano Demetra, Core o Plutone.
Per non dire che godono della notte e del giorno, dei mutamenti delle stagioni, degli astri, del mare, della terra e della cooperazione degli uomini, senza che nessuna di queste cose li induca neppure un poco a prestarvi attenzione; cercano soltanto di vomitare il loro problemino e, dopo aver esercitato lo stomaco, andarsene al bagno.
Che cosa diranno, su che cosa, a chi, e quale effetto avranno su di loro questi discorsi, non se ne sono preoccupati neppure minimamente: che un giovane di buona indole, ascoltando questi discorsi, possa subirne l’influsso e, dopo averlo subito, distruggere tutti i semi della propria nobiltà;
che possiamo offrire a un adultero un pretesto per perdere ogni vergogna riguardo a ciò che fa; che qualcuno che sottrae denaro pubblico possa trovare in questi discorsi qualche argomento ingegnoso; che qualcuno che trascura i propri genitori possa trarne un’ulteriore dose di sfrontatezza.
Che cosa dunque, secondo te, è bene o male, vergognoso o bello? Questo o quello? E allora? C’è ancora qualcuno fra costoro che contraddice un altro, che dà o riceve ragioni, o che cerca di persuaderlo a cambiare opinione?
Per Zeus, si potrebbe sperare molto più di persuadere a cambiare idea uomini dissoluti che persone così completamente assordate e accecate rispetto ai propri mali.