— Dov’è il bene? — Nella scelta morale. — Dov’è il male? — Nella scelta morale. — Dov’è ciò che non è né l’uno né l’altro? — Nelle cose che non dipendono dalla scelta morale.
Diatriba II.16 — Che non ci esercitiamo a usare i giudizi sul bene e sul male
E allora? Qualcuno di noi se ne ricorda fuori da questi discorsi? Qualcuno si esercita da sé a rispondere agli eventi in questo modo, come alle domande: «È giorno?» «Sì.» «E notte?» «No.» «E le stelle sono in numero pari?» «Non saprei dirlo.»
Quando ti si presenta del denaro, ti sei esercitato a dare la risposta dovuta: «Non è un bene»? Ti sei allenato a queste risposte o soltanto ai sofismi?
Che cosa ti meraviglia, dunque, se là dove ti sei esercitato diventi migliore di te stesso, mentre là dove non ti sei esercitato rimani quello di prima?
Perché infatti l’oratore, pur sapendo di aver scritto bene, di aver imparato a memoria ciò che ha scritto e presentandosi con una voce gradevole, continua tuttavia a essere in ansia? Perché non gli basta essersi esercitato.
Che cosa vuole dunque? Essere lodato dai presenti. A saper declamare, dunque, si è allenato; rispetto alla lode e al biasimo, invece, non si è allenato.
Quando mai infatti ha sentito da qualcuno che cosa sia la lode, che cosa il biasimo, quale sia la natura dell’una e dell’altro? Quali lodi si debbano cercare o quali biasimi evitare? Quando mai si è esercitato in un esercizio coerente con questi discorsi?
Che cosa ti meraviglia ancora, dunque, se là dove ha imparato supera gli altri, mentre là dove non si è esercitato è uguale ai più?
Come il citarodo: sa suonare la cetra, canta bene, ha un bel portamento, e tuttavia quando entra in scena trema. Queste cose infatti le conosce; ma che cosa sia una folla, che cosa siano le grida di una folla e il suo scherno, non lo sa.
E non sa neppure che cosa sia l’ansia stessa, se dipenda da noi o sia cosa altrui, se sia possibile farla cessare oppure no. Perciò, se viene lodato, esce gonfio; se invece viene deriso, quella vescica gonfia viene bucata e si affloscia.
Qualcosa del genere accade anche a noi. Che cosa ammiriamo? Le cose esterne. Di che cosa ci preoccupiamo? Delle cose esterne. E poi ci domandiamo perché abbiamo paura o perché siamo in ansia?
Che altro può accadere, quando riteniamo mali le cose che ci sovrastano? Non possiamo non avere paura, non possiamo non essere in ansia.
E poi diciamo: «Signore Dio, come posso non essere in ansia?» Stolto, non hai le mani? Non te le ha fatte Dio? Siediti allora a pregare che non ti coli il naso; piuttosto soffiati il naso e non lamentarti.
E dunque? In questo non ti ha dato nulla? Non ti ha dato perseveranza, non ti ha dato grandezza d’animo, non ti ha dato coraggio? Con mani così forti cerchi ancora qualcuno che ti soffi il naso?
Ma noi queste cose non le esercitiamo e non vi prestiamo attenzione. Datemi uno a cui importi come compie ciò che compie, che badi non a ottenere qualcosa, ma al proprio modo di agire. Chi, mentre cammina, bada al proprio modo di camminare? Chi, mentre delibera, bada alla deliberazione stessa e non a ottenere ciò su cui delibera?
E se ottiene ciò che vuole, si esalta e dice: «Come abbiamo deliberato bene! Non ti dicevo, fratello, che era impossibile che, una volta riflettuto noi su qualcosa, non andasse proprio così?» Se invece le cose vanno diversamente, il poveretto si abbatte e non trova neppure che cosa dire di ciò che è accaduto. Chi di noi, per questo, si è rivolto a un indovino?
Chi di noi non ha passato la notte in un santuario per decidere come agire? Chi? Datemene uno, perché possa vedere quest’uomo che cerco da tanto tempo, veramente nobile e ben disposto per natura: giovane o vecchio, datemelo.
Che cosa ci meraviglia ancora, dunque, se riguardo alle cose con cui abbiamo a che fare siamo allenati, ma nel modo di agire siamo meschini, indecorosi, buoni a nulla, codardi, incapaci di sopportare la fatica, dei falliti completi? È perché non ce ne importa e non ci esercitiamo.
Se invece non temessimo la morte o l’esilio, ma la paura stessa, ci eserciteremmo a non cadere in quelle cose che ci appaiono mali.
Ora, a scuola, siamo pronti e loquaci, e se capita una piccola questione su una di queste cose siamo capaci di svolgerne tutte le conseguenze; ma trascinaci alla pratica e ci troverai miseri naufraghi. Sopraggiunga una rappresentazione sconvolgente e saprai in che cosa ci siamo esercitati e per che cosa ci siamo allenati.
Così, per mancanza di esercizio, aggiungiamo sempre qualcosa e immaginiamo le cose più grandi di quanto sono.
Io, per esempio, quando sono in mare, appena mi sporgo a guardare il fondo o mi volto intorno sul mare aperto e non vedo terra, perdo la testa e mi immagino che, se naufragassi, dovrei bere tutto quel mare: non mi viene in mente che mi bastano tre sestari. Che cosa mi sconvolge, dunque? Il mare? No, il giudizio.
Di nuovo, quando c’è un terremoto, mi immagino che l’intera città stia per crollarmi addosso. Non basta forse una piccola pietra a farmi schizzare fuori il cervello?
Che cosa, dunque, ci pesa e ci fa perdere la testa? Che altro, se non i giudizi? Chi se ne va e si separa dalle persone familiari, dagli amici, dai luoghi e dalla vita consueta, da che cosa è oppresso se non da un giudizio?
I bambini, almeno, quando piangono perché la nutrice si è allontanata per poco, appena ricevono un dolcetto se ne dimenticano.
Vuoi dunque che anche noi assomigliamo ai bambini? No, per Zeus. Non voglio infatti che sia un dolcetto a produrre questo effetto su di me, ma giudizi corretti.
Quali sono? Quelli in cui un uomo deve esercitarsi tutto il giorno: non attaccarsi a nulla di ciò che è altrui, né a un compagno né a un luogo né alle palestre, e neppure al proprio corpo; ricordarsi invece della legge e tenerla davanti agli occhi. E qual è la legge divina?
Conservare ciò che è nostro, non pretendere ciò che è altrui; usare ciò che ci viene dato, non desiderare ciò che non ci viene dato; e quando qualcosa ci viene tolto, restituirlo con facilità e subito, grati per il tempo in cui ne abbiamo fatto uso, se non vuoi piangere per la nutrice e per la mamma.
Che differenza fa da che cosa uno si lascia dominare e da che cosa dipende? In che cosa sei migliore di chi piange per una ragazzina, se ti affliggi per una palestrina, qualche portichetto, dei giovanotti e una vita del genere?
Un altro viene a lamentarsi perché non berrà più l’acqua di Dirce. E l’acqua Marcia è forse peggiore di quella di Dirce? «Ma a quella ero abituato.»
Ti abituerai anche a questa. E poi, se ti attaccherai anche a questa, piangi di nuovo anche per questa e cerca di comporre un verso simile a quello di Euripide: «Le terme di Nerone e l’acqua Marcia». Guarda come nasce la tragedia quando cose ordinarie capitano a uomini stolti.
«Quando rivedrò Atene e l’Acropoli?» Disgraziato, non ti basta ciò che vedi ogni giorno? Hai qualcosa di migliore o di più grande da vedere del sole, della luna, delle stelle, di tutta la terra, del mare?
E se davvero comprendi colui che governa il tutto e lo porti dentro di te, desideri ancora sassolini e una bella roccia? E quando dovrai lasciare il sole stesso e la luna, che farai?
Ti siederai a piangere come i bambini? Che cosa facevi dunque a scuola, che cosa ascoltavi, che cosa imparavi? Perché ti attribuivi il nome di filosofo, quando potevi scrivere ciò che era vero: «Ho studiato qualche introduzione e letto opere di Crisippo, ma non ho neppure varcato la soglia di un filosofo»?
Che parte ho infatti io di ciò che ebbe Socrate, che morì in quel modo e in quel modo visse? Di ciò che ebbe Diogene?
Riesci a immaginare uno di loro che pianga o si indigni perché non vedrà più questa o quella persona, perché non sarà più ad Atene o a Corinto ma, se così capita, a Susa o a Ecbatana?
Chi infatti può lasciare il banchetto quando vuole e smettere di giocare, continua forse a soffrire mentre vi rimane? Non vi resta piuttosto come a un gioco, finché si diverte?
Un uomo così sopporterebbe facilmente un esilio perpetuo, o anche una condanna a morte.
Non vuoi ormai essere svezzato come i bambini e accostarti a un cibo più solido, senza più piangere «mamma» e «nutrice», lamenti da vecchie?
«Ma andandomene le farò soffrire.» Tu le farai soffrire? Nient’affatto: le farà soffrire la stessa cosa che fa soffrire te, il giudizio. Che cosa devi fare allora? Togli il tuo; quanto al loro, se fanno bene, lo toglieranno da sé; altrimenti si lamenteranno per colpa propria.
Uomo, come si dice, compi ormai uno sforzo disperato per la serenità, per la libertà, per la grandezza d’animo. Alza finalmente il collo come chi si è liberato dalla schiavitù,
osa alzare lo sguardo verso Dio e dire: «D’ora in poi usami come vuoi; sono d’accordo con te, sono tuo; non rifiuto nulla di ciò che ti sembra bene. Conducimi dove vuoi; mettimi addosso la veste che vuoi. Vuoi che governi, che viva da privato, che resti, che vada in esilio, che sia povero, che sia ricco? Io ti difenderò davanti agli uomini riguardo a tutte queste condizioni; mostrerò qual è la natura di ciascuna.»
No.
Siediti invece nel ventre di un bue e aspetta la tua mamma finché ti sazi. Se Eracle fosse rimasto seduto accanto a quelli di casa, chi sarebbe stato? Euristeo, non Eracle. E dimmi: viaggiando per il mondo quanti conoscenti ebbe, quanti amici? Ma nulla gli era più caro di Dio; per questo fu creduto figlio di Zeus, e lo era. Obbedendo dunque a lui, andava in giro a ripulire il mondo dall’ingiustizia e dall’illegalità.
Ma tu non sei Eracle e non puoi ripulire i mali altrui, e neppure Teseo, per ripulire quelli dell’Attica: ripulisci i tuoi. Da qui, dalla tua mente, scaccia, al posto di Procuste e Scirone, tristezza, paura, desiderio, invidia, gioia per le disgrazie altrui, avidità di denaro, mollezza, intemperanza.
Ma non è possibile scacciare queste cose in altro modo se non guardando soltanto a Dio, legandosi soltanto a lui e consacrandosi ai suoi comandi. Se invece vuoi qualcos’altro,
seguirai piangendo e gemendo chi è più forte di te, cercando sempre fuori la serenità e senza riuscire mai a essere sereno. Perché la cerchi là dove non è, trascurando di cercarla là dove è.