Riguardo agli dèi, alcuni dicono che il divino non esiste affatto; altri che esiste, ma è inerte e incurante e non provvede a nulla.
Diatriba I.12 — Sull’accettare di buon grado
Altri ancora dicono che esiste e provvede, ma solo alle cose grandi e celesti, e a nulla di ciò che è sulla terra; altri che provvede anche alle cose terrene e umane, ma soltanto in generale e non anche a ciascuno individualmente.
Altri infine, tra i quali erano anche Odisseo e Socrate, dicono: «Non ti sfuggo neppure quando mi muovo».
Prima di tutto, dunque, è necessario esaminare ciascuna di queste posizioni, per vedere se sia fondata oppure no. Se infatti gli dèi non esistono, come può avere senso che il nostro fine sia seguire gli dèi?
E se esistono, ma non si curano di nulla, anche così come potrà avere senso?
Ma se pure esistono e si curano delle cose, e tuttavia da loro non giunge nulla agli uomini, e per Zeus neppure a me, come può avere senso anche così?
L’uomo buono e virtuoso, dopo aver esaminato tutte queste cose, ha dunque sottomesso il proprio giudizio a colui che governa l’universo, come i buoni cittadini alla legge della città.
Chi si educa deve accostarsi all’educazione con questo proposito: «Come potrei seguire gli dèi in ogni cosa? Come potrei accettare di buon grado il governo divino? E come potrei diventare libero?»
Libero, infatti, è colui al quale tutto accade secondo la propria scelta morale e che nessuno può ostacolare.
E allora? La libertà è follia? Niente affatto. Follia e libertà non coincidono.
«Ma io voglio che avvenga tutto ciò che mi pare, comunque mi paia».
Sei pazzo, sei fuori di senno. Non sai che la libertà è qualcosa di bello e degno di valore? Ma che io voglia a caso e che le cose avvengano secondo ciò che a caso mi è sembrato, questo rischia non solo di non essere bello, ma di essere la cosa più vergognosa di tutte.
Come facciamo, infatti, con la grammatica? Voglio forse scrivere come voglio il nome di Dione? No: imparo invece a volerlo scrivere come si deve. E con la musica? Allo stesso modo.
E in generale, ovunque vi sia un’arte o una scienza? Se così non fosse, conoscere qualcosa non avrebbe alcun valore, se la conoscenza si adattasse alla volontà di ciascuno.
Dunque proprio qui soltanto, nella cosa più grande e sovrana, la libertà, mi è concesso volere a caso? Niente affatto. Educarsi significa invece imparare a volere ogni cosa così come accade. E come accade? Come l’ha disposta colui che dispone.
Egli ha disposto che vi siano estate e inverno, fecondità e sterilità, virtù e vizio e tutte le opposizioni di questo genere per l’armonia dell’universo; e a ciascuno di noi ha dato un corpo, le parti del corpo, dei possedimenti e dei compagni.
Ricordando dunque quest’ordine, dobbiamo accostarci all’educazione non per cambiare le condizioni date — non ci è concesso, né sarebbe meglio — ma perché, stando le cose intorno a noi così come stanno e come è nella loro natura, noi manteniamo il nostro giudizio accordato a ciò che accade.
Che dunque? È possibile sfuggire agli uomini? E come sarebbe possibile? Oppure, vivendo con loro, cambiarli? E chi ce ne dà il potere?
Che cosa resta allora, o quale mezzo si trova per rapportarci a loro? Questo: che essi facciano ciò che pare loro, e noi nondimeno ci manteniamo secondo natura.
Tu invece sei insofferente e scontento: se sei solo, chiami questo solitudine; se sei con gli uomini, li chiami gente che trama contro di te e briganti; e biasimi anche i tuoi genitori, i figli, i fratelli e i vicini.
Dovresti invece, quando rimani solo, chiamare questo quiete e libertà e considerarti simile agli dèi; e quando sei con molti, non chiamarlo folla, tumulto o fastidio, ma festa e assemblea, e così accogliere tutto di buon grado. Qual è dunque il castigo per chi non accoglie le cose così?
Essere come sono. A uno pesa essere solo? Se ne stia nella solitudine. A uno pesano i genitori? Sia un cattivo figlio e si lamenti. Gli pesano i figli?
Sia un cattivo padre. Gettalo in prigione. Quale prigione? Quella in cui già si trova. Infatti vi sta controvoglia; e dove uno sta controvoglia, quello per lui è prigione. Per questo Socrate non era in prigione: vi stava volontariamente.
«Dunque devo avere una gamba storpia?» Schiavo, e per una sola gambetta te la prendi con il mondo? Non la cederai all’universo? Non te ne distaccherai? Non la restituirai con gioia a chi te l’ha data?
E ti adirerai e sarai scontento di quanto Zeus ha disposto, di ciò che egli ha stabilito e ordinato insieme alle Moire, presenti e intente a filare il filo della tua nascita?
Non sai quanto piccola parte sei rispetto all’universo? Questo, però, quanto al corpo; perché quanto alla ragione non sei affatto inferiore agli dèi né più piccolo: la grandezza della ragione non si giudica dalla lunghezza o dall’altezza, ma dai giudizi.
Non vuoi dunque collocare il bene proprio là dove sei uguale agli dèi?
«Povero me, ho un padre così e una madre così». E allora? Ti era forse concesso presentarti prima, scegliere e dire: «Il tale si unisca alla tale a quest’ora, perché io possa nascere»?
Non ti era concesso. Era necessario che i tuoi genitori esistessero prima di te e che poi tu nascessi. Da quali genitori?
Da quelli che erano così come erano. E allora? Dal momento che sono così, non ti è dato alcun mezzo? Se ignorassi a che scopo possiedi la facoltà della vista, saresti infelice e miserabile se chiudessi gli occhi quando ti si presentano i colori; e poiché possiedi grandezza d’animo e nobiltà di fronte a ciascuna di queste cose, ma ignori di possederle, non sei ancora più infelice e miserabile? Ti si presentano cose adatte alla facoltà che possiedi;
e tu proprio allora la distogli, quando dovresti tenerla aperta e vigile.
Non ringrazi piuttosto gli dèi perché ti hanno lasciato al di sopra di quelle cose che non hanno neppure posto in tuo potere, e ti hanno reso responsabile soltanto di ciò che è in tuo potere? Quanto ai genitori, ti hanno lasciato senza responsabilità;
così quanto ai fratelli, al corpo, ai possedimenti, alla morte, alla vita.
Di che cosa dunque ti hanno reso responsabile? Dell’unica cosa che è in tuo potere: dell’uso che si deve fare delle rappresentazioni.
Perché dunque ti tiri addosso le cose di cui non sei responsabile? Questo significa procurarsi problemi da soli.