Diatriba III.21 — Contro quelli che si accingono troppo facilmente a fare i sofisti

Libro III · 24 sezioni · III 21
1
Dopo aver appreso i principi in forma nuda e cruda, vogliono subito vomitarli, come chi ha lo stomaco malato vomita il cibo.
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Prima digeriscili, e poi non vomitarli così; altrimenti diventano davvero vomito, una cosa impura e immangiabile.
3
Ma, una volta assimilati, mostraci qualche cambiamento nella tua facoltà direttiva, come gli atleti mostrano nelle spalle gli effetti di ciò con cui si sono allenati e nutriti, e come chi ha appreso un’arte mostra gli effetti di ciò che ha imparato.
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Il falegname non viene a dire: «Ascoltatemi mentre discorro di falegnameria»; prende in appalto una casa, la costruisce e così mostra di possedere l’arte.
5
Fa’ anche tu qualcosa del genere: mangia da uomo, bevi da uomo, vestiti, sposati, abbi figli, partecipa alla vita politica; sopporta gli insulti, sopporta un fratello irragionevole, sopporta tuo padre, tuo figlio, un vicino, un compagno.
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Mostraci queste cose, perché possiamo vedere che hai davvero imparato qualcosa dai filosofi. No: «Venite ad ascoltarmi mentre espongo commenti». Va’ via, cerca qualcuno su cui vomitarli.
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«Eppure io vi spiegherò gli scritti di Crisippo come nessun altro; ne analizzerò il testo con la massima chiarezza, e magari aggiungerò anche qualche argomentazione di Antipatro e Archedemo.»
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È dunque per questo che i giovani devono lasciare la patria e i propri genitori, per venire ad ascoltarti mentre spieghi le tue paroline?
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Non dovrebbero tornare capaci di sopportare, di collaborare con gli altri, liberi dalle passioni, imperturbabili, provvisti di un simile viatico per la vita, grazie al quale possano sopportare bene ciò che accade e trarne dignità?
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E come potresti trasmettere loro ciò che tu non possiedi? Hai forse fatto altro, fin dall’inizio, che consumarti su queste questioni: come si risolvono i sillogismi, come quelli che mutano, come quelli che arrivano alla conclusione mediante domande?
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«Ma il tale ha una scuola: perché non dovrei averne anch’io?» Queste cose non si fanno a caso, schiavo, né come capita: occorrono anche un’età adatta, una vita adatta e Dio come guida.
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No: nessuno salpa da un porto senza aver sacrificato agli dèi e averli invocati come aiutanti, né gli uomini seminano senza aver prima invocato Demetra; e chi mette mano a un’impresa così grande potrà farlo con sicurezza senza gli dèi? E quelli che si rivolgeranno a lui potranno farlo con buon esito?
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Che altro fai, uomo, se non profanare i misteri e dire: «A Eleusi c’è un edificio, ed eccone uno anche qui. Là c’è uno ierofante: ne farò uno anch’io. Là c’è un araldo: ne nominerò uno anch’io. Là c’è un portatore di fiaccola: ne avrò uno anch’io. Là ci sono fiaccole: anche qui. Le parole sono le stesse: che differenza c’è tra ciò che avviene qui e ciò che avviene là?»
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Uomo empissimo, non c’è alcuna differenza? Queste cose giovano forse anche fuori luogo e fuori tempo? E invece avvengono con sacrifici e preghiere, dopo essersi purificati e dopo essersi predisposti nell’animo sapendo che ci si accosterà a riti sacri e antichi. È così che i misteri diventano utili,
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è così che arriviamo a comprendere che tutte queste cose furono istituite dagli antichi per l’educazione e la correzione della vita.
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Tu invece le divulghi e le profani fuori tempo e fuori luogo, senza sacrifici, senza purificazione; non hai la veste che deve avere lo ierofante, né la capigliatura, né la fascia che deve avere, né la voce, né l’età; non ti sei purificato come lui, ma hai imparato soltanto le parole e le reciti. Sono forse sacre le parole di per se stesse?
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Bisogna accostarsi a queste cose in un altro modo. L’impresa è grande, è iniziatica; non è una cosa qualsiasi né è concessa a chiunque.
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E forse non basta neppure essere sapienti per occuparsi dei giovani: occorrono anche una certa prontezza e un’attitudine a questo compito, per Zeus, e una certa costituzione fisica; e soprattutto occorre che Dio consigli di assumere questo ruolo,
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come consigliò a Socrate il ruolo di confutare, a Diogene quello regale e ammonitore, a Zenone quello di insegnare e formulare dottrine.
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Tu invece apri un ambulatorio senza possedere altro che medicine, senza sapere né esserti preoccupato di sapere dove e come vadano applicate.
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«Ecco, quello ha questi colliri; li ho anch’io.» Ma possiedi anche la capacità di usarli? Sai anche quando, come e a chi gioveranno?
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Perché dunque giochi d’azzardo con le cose più importanti, perché agisci alla leggera, perché ti metti a fare qualcosa che non ti compete affatto? Lascialo a chi ne è capace, a chi dà lustro alla filosofia. Non aggiungere anche tu, per colpa tua, vergogna alla filosofia e non diventare uno di quelli che screditano questa attività.
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Se invece i principi ti divertono, siediti e rigirateli per conto tuo. Ma non chiamarti mai filosofo, né tollerare che un altro ti chiami così; di’ piuttosto: «Si sbaglia. Io infatti non desidero diversamente da prima, non rivolgo i miei impulsi verso altre cose, non do assenso a cose diverse e, in generale, nell’uso delle rappresentazioni non sono affatto cambiato rispetto alla mia condizione precedente.»
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Pensa e parla così di te stesso, se vuoi giudicarti secondo il tuo vero valore; altrimenti continua a giocare d’azzardo e a fare ciò che fai. È questo, infatti, che ti si addice.