Diatriba IV.5 — Contro i litigiosi e feroci

Libro IV · 37 sezioni · IV 5
1
L’uomo buono e virtuoso non litiga con nessuno e, per quanto può, non permette neppure a un altro di litigare.
2
Anche di questo, come delle altre cose, abbiamo davanti a noi l’esempio della vita di Socrate, che non soltanto evitava ovunque le liti, ma non permetteva neppure agli altri di litigare.
3
Guarda nel Simposio di Senofonte quante liti ha sciolto; e poi come sopportò Trasimaco, Polo e Callicle; come sopportava la moglie e come il figlio, quando questi cercava di confutarlo e cavillava con lui.
4
Ricordava infatti con grande sicurezza che nessuno è padrone della facoltà direttiva di un altro. Perciò non voleva altro che ciò che era suo.
5
E che cos’è questo? Non che il tale o il tal altro agisca secondo natura — questo appartiene a un altro —, ma che, mentre quelli fanno ciò che è loro proprio come pare a loro, egli nondimeno mantenga e conduca se stesso secondo natura, facendo soltanto ciò che è suo, anche allo scopo che essi possano trovarsi secondo natura.
6
Questo infatti è ciò che l’uomo buono e virtuoso ha sempre davanti a sé. Ottenere un comando militare? No; ma, se gli viene dato, conservare in questa materia la propria facoltà direttiva. Sposarsi? No; ma, se gli viene dato il matrimonio, conservare se stesso in questa materia in una condizione conforme a natura.
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Se invece vuole che il figlio o la moglie non sbaglino, vuole che ciò che appartiene a un altro non appartenga a un altro. Ed essere educati significa proprio questo: imparare quali cose sono nostre e quali altrui.
8
Dove rimane dunque spazio per la lite in chi si trova in questa disposizione? Si meraviglia forse di qualcosa che accade? Gli sembra forse qualcosa di nuovo? Non si aspetta forse dai cattivi cose peggiori e più dure di quelle che effettivamente gli capitano? Non considera forse un guadagno tutto ciò che essi lasciano al di qua del peggio?
9
Il tale ti ha insultato. Molte grazie a lui, perché non ti ha colpito. «Ma mi ha anche colpito.» Molte grazie, perché non ti ha ferito. «Ma mi ha anche ferito.» Molte grazie, perché non ti ha ucciso.
10
Quando infatti ha imparato, e da chi, che l’uomo è un animale mite, che è fatto per amare i propri simili e che l’ingiustizia stessa è un grave danno per chi la commette? Dal momento che non lo ha imparato né ne è convinto, perché non dovrebbe seguire ciò che gli appare conveniente?
11
Il vicino ha lanciato delle pietre. Hai forse sbagliato tu? «Ma si sono rotti gli oggetti in casa.» Sei dunque un oggetto?
12
No, sei la tua scelta morale. Che cosa ti è dato dunque fare davanti a questo? Se sei un lupo, mordere a tua volta e lanciare ancora più pietre; se invece cerchi ciò che spetta a un uomo, esamina il tuo deposito, guarda con quali facoltà sei venuto al mondo. Forse con quella bestiale? Con quella vendicativa?
13
Quando è infelice un cavallo? Quando è privato delle facoltà che gli sono proprie per natura; non quando non sa cantare come un gallo, ma quando non sa correre. E un cane? Quando non sa volare?
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No, quando non sa seguire una traccia. Non sarà dunque infelice allo stesso modo anche l’uomo, non perché non sa strangolare leoni o abbracciare statue — non ha infatti ricevuto dalla natura facoltà destinate a questo —, ma perché ha perduto l’equità e la lealtà?
15
È per quest’uomo che bisognerebbe riunirsi a piangere, per vedere in quali mali è caduto: per Zeus, non per chi è nato o per chi è morto, ma per chi, mentre è vivo, ha perduto ciò che gli è proprio; non il patrimonio paterno, il campicello, la casetta, la locanda e gli schiavi — nulla di questo è infatti propriamente dell’uomo, ma tutto è altrui, servile, soggetto ad altri, dato ora a uno ora a un altro dai padroni —,
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ma le qualità umane, i caratteri con cui è venuto al mondo impressi nella mente, come quelli che cerchiamo anche nelle monete: se li troviamo, accettiamo la moneta; se non li troviamo, la gettiamo via.
17
Di chi porta l’impronta questa moneta da quattro assi? Di Traiano? Prendila. Di Nerone? Buttala via: non è valida, è corrotta. Così anche qui. Quale impronta portano i suoi giudizi? Mitezza, socievolezza, capacità di sopportare, amore per gli altri? Prendilo: lo accolgo, ne faccio un cittadino, lo accolgo come vicino, come compagno di viaggio.
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Bada soltanto che non porti l’impronta di Nerone. È forse irascibile, rancoroso, incline a lamentarsi? Se gli gira, spacca la testa a chi incontra.
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Perché dunque dicevi che è un uomo? Forse ogni essere viene giudicato soltanto dalla forma esteriore? In questo caso di’ che anche una mela di cera è una mela.
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Deve averne anche l’odore e il sapore; il contorno esteriore non basta. Così, per fare un uomo, non bastano il naso e gli occhi, ma occorre che abbia giudizi umani.
21
Questo non ascolta ragione, non segue il ragionamento quando viene confutato: è un asino. In quest’altro è morto il rispetto di sé: è inutile, tutto fuorché un uomo. Quest’altro cerca chi possa prendere a calci o mordere: dunque non è neppure pecora o asino, ma non so quale bestia selvatica.
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«Che dunque? Vuoi che mi lascino disprezzare?» — Da chi? Da quelli che sanno? E come potrebbero disprezzare chi è mite e rispettoso di sé, se lo sanno? «Ma da quelli che non sanno.» E che te ne importa? Nessun altro artigiano si preoccupa del giudizio di chi non conosce la sua arte. — «Ma mi assaliranno ancora di più.»
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— Che cosa intendi per «me»? Può qualcuno danneggiare la tua scelta morale o impedirle di usare secondo natura le rappresentazioni che le si presentano?
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— No. — Perché dunque ti turbi ancora e vuoi mostrarti terribile? Non dovresti piuttosto farti avanti in mezzo agli altri e proclamare che vivi in pace con tutti gli uomini, qualunque cosa facciano, e soprattutto ridere di quelli che credono di poterti danneggiare? «Questi schiavi non sanno né chi sono né dove si trovano il mio bene e il mio male; non hanno accesso alle cose mie.»
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Così anche gli abitanti di una città fortificata ridono degli assedianti: «Perché costoro si affannano per nulla? Le nostre mura sono sicure, abbiamo viveri per moltissimo tempo e tutto il resto dell’equipaggiamento».
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Sono queste cose a rendere una città fortificata e imprendibile; l’anima di un uomo, invece, non la rende tale altro che i giudizi. Quale muro infatti è così forte, quale corpo così duro come il diamante, quale patrimonio impossibile da sottrarre, quale dignità così al riparo dagli attacchi?
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Tutto, dovunque, è mortale e facile da prendere; e chi si attacca in qualunque modo a queste cose deve necessariamente turbarsi, temere il peggio, avere paura, piangere, avere desideri che non raggiungono il loro scopo e avversioni che incappano in ciò che vogliono evitare.
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E non vogliamo rendere sicura l’unica difesa che ci è stata data? Non vogliamo, staccandoci dalle cose mortali e servili, lavorare su quelle immortali e libere per natura? Non ricordiamo che nessuno danneggia né giova a un altro, ma è il giudizio su ciascuna di queste cose a danneggiare: questo sconvolge, questo è lite, questo discordia, questo guerra?
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Ciò che rese Eteocle e Polinice nemici non fu altro che questo: il giudizio sulla tirannide e il giudizio sull’esilio, che l’una fosse il più grande dei beni e l’altro il peggiore dei mali.
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Questa è infatti la natura di ogni essere: perseguire il bene, fuggire il male, e considerare nemico e insidiatore chi ci toglie l’uno e ci mette davanti il contrario, fosse anche un fratello, un figlio o un padre.
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Nulla infatti ci è più affine del bene. Se dunque queste cose sono beni e mali, non vi è più padre amico dei figli né fratello del fratello, ma tutto è ovunque pieno di nemici, insidiatori e calunniatori.
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Se invece il solo bene è una scelta morale quale deve essere e il solo male una scelta morale quale non deve essere, dove rimane ancora spazio per la lite, dove per l’insulto? Per quali cose? Per quelle che non ci riguardano? Contro chi? Contro quelli che non sanno, che sono infelici, che si ingannano sulle cose più importanti?
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Ricordando questo, Socrate viveva nella propria casa sopportando una moglie durissima e un figlio irragionevole. Dura in che cosa? Nel versargli sulla testa tutta l’acqua che voleva, nel calpestare la focaccia. E che importa a me, se giudico che queste cose non mi riguardano?
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Questo invece è il mio compito, e né un tiranno potrà impedirmelo se lo voglio, né un padrone, né la moltitudine contro uno solo, né il più forte contro il più debole: Dio infatti ha dato a ciascuno questa facoltà senza impedimenti.
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Questi giudizi producono amicizia in casa, concordia nella città, pace fra i popoli, gratitudine verso Dio e sicurezza ovunque, perché si tratta di cose altrui, di cose che non valgono nulla per noi.
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Noi però siamo capaci di scrivere e leggere queste cose e di lodarle quando vengono lette; quanto a esserne convinti, non ci siamo neppure vicini.
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Perciò ciò che si dice degli Spartani, «leoni in casa, ma a Efeso volpi», si adatterà anche a noi: leoni a scuola, fuori volpi.