Diatriba I.5 — Contro gli Accademici

Libro I · 10 sezioni · I 5
1
«Se qualcuno», dice, «si oppone a ciò che è assolutamente evidente, non è facile trovare un argomento con cui fargli cambiare idea.»
2
E questo non accade né per la forza di costui né per la debolezza di chi insegna; ma quando uno, dopo essere stato confutato, si pietrifica, come si può ancora trattare con lui mediante il ragionamento?
3
Le pietrificazioni sono di due tipi: una dell’intelletto, l’altra del senso del pudore, quando uno si ostina a non assentire a ciò che è evidente e a non recedere dalle contraddizioni.
4
La maggior parte di noi teme l’insensibilità del corpo e escogiterebbe ogni mezzo per non incorrere in qualcosa del genere; ma non ci importa nulla che sia l’anima a diventare insensibile.
5
E, per Zeus, anche riguardo all’anima stessa, se uno è ridotto in uno stato tale da non riuscire a seguire nulla né a comprendere nulla, pensiamo che stia male; ma se in qualcuno si spegne il senso del pudore e della vergogna, questo lo chiamiamo perfino forza. «Ti rendi conto di essere sveglio?»
6
«No», dice, «perché neppure quando, nel sonno, mi sembra di essere sveglio, me ne rendo conto.» Dunque questa rappresentazione non differisce in nulla da quella? «In nulla.» Devo ancora discutere con costui?
7
E quale fuoco o quale ferro dovrei applicargli, perché si accorga di essere morto? Sente, ma fa finta di non sentire: è ancora peggiore di un morto. Costui non vede la contraddizione: sta male.
8
Quest’altro la vede, ma non ne è mosso e non progredisce: sta ancora peggio.
9
In lui sono stati recisi il senso del pudore e della vergogna; la facoltà razionale non è stata recisa, ma si è inselvatichita.
10
Dovrei chiamare questa forza? Niente affatto, a meno di chiamare forza anche quella dei dissoluti, per cui fanno e dicono in pubblico qualunque cosa passi loro per la testa.