Mentre uno leggeva gli argomenti ipotetici, disse: «Anche negli argomenti ipotetici c’è questa regola: accettare ciò che segue dall’ipotesi. Ma molto prima viene questa regola di vita: fare ciò che segue dalla natura.»
Diatriba I.26 — Qual è la legge della vita
Se infatti vogliamo, in ogni materia e circostanza, mantenere ciò che è conforme a natura, è chiaro che in ogni caso dobbiamo mirare a non lasciarci sfuggire ciò che ne consegue e a non accettare ciò che vi contraddice.
Perciò i filosofi ci esercitano dapprima nelle questioni teoriche, dove è più facile, e poi ci conducono a quelle più difficili. Là infatti non c’è nulla che ci trascini in senso contrario e ci impedisca di seguire ciò che viene insegnato; nelle questioni della vita, invece, molte cose ci distraggono. È dunque ridicolo chi dice di voler cominciare proprio da quelle:
non è facile infatti cominciare dalle cose più difficili.
E questa difesa bisognerebbe presentare ai genitori che si indignano perché i figli studiano filosofia: «Dunque sbaglio, padre, e non so che cosa mi compete e che cosa mi conviene fare. Se questo non si può né imparare né insegnare, perché mi rimproveri? Se invece si può insegnare, insegnamelo tu; e se tu non puoi, lasciami imparare da quelli che dicono di saperlo.
Che cosa credi, infatti? Che io cada volontariamente nel male e manchi il bene? Non sia mai. Qual è dunque la causa dei miei errori?»
«L’ignoranza.» Non vuoi dunque che mi liberi dell’ignoranza? A chi mai l’ira ha insegnato l’arte di governare una nave o la musica? E credi che imparerò l’arte di vivere grazie alla tua ira?
Solo chi si è accostato alla filosofia con un simile proposito può parlare così.
Se invece uno legge queste cose e frequenta i filosofi soltanto per mostrare a un banchetto di conoscere gli argomenti ipotetici, che altro sta facendo se non cercare l’ammirazione di un senatore che gli siede accanto?
Là infatti si trovano davvero le grandi materie su cui esercitarsi, e le ricchezze di qui, là, sembrano giocattoli. Per questo là è difficile dominare le proprie rappresentazioni, dove sono grandi le cose che possono scuoterle.
Conosco uno che, piangendo e abbracciando le ginocchia di Epafrodito, diceva di essere rovinato: non gli era rimasto infatti altro che un milione e mezzo.
E che fece Epafrodito? Rise di lui, come avreste fatto voi? No; anzi, pieno di stupore, disse: «Poveretto! E come hai fatto a tacere? Come hai resistito?»
Dopo aver messo in difficoltà quello che leggeva gli argomenti ipotetici, mentre il maestro che gli aveva assegnato la lettura rideva, disse a quest’ultimo: «Ridi di te stesso. Non hai esercitato prima il giovane, né hai verificato se fosse capace di seguire queste cose; lo usi semplicemente come lettore.»
«E allora», disse, «a una mente che non è capace di seguire la conclusione di un ragionamento complesso affidiamo il compito di lodare, di biasimare, di giudicare ciò che è fatto bene o male? E se biasima qualcuno, quello se ne preoccupa; se loda qualcuno, quello si esalta? Eppure in cose tanto piccole non riesce a vedere ciò che segue?»
Questo dunque è l’inizio del filosofare: rendersi conto di come sta la propria facoltà direttrice. Dopo aver riconosciuto che è debole, non vorrà più servirsene per le cose più grandi.
Ora invece alcuni, incapaci perfino di inghiottire un boccone, comprano un trattato e si mettono a divorarlo. Per questo vomitano o fanno indigestione; poi vengono coliche, diarree e febbri. Avrebbero dovuto fermarsi a vedere se ne erano capaci.
Nelle questioni teoriche è facile confutare chi non sa; nelle questioni della vita, invece, nessuno si offre alla confutazione, e odiamo chi ci confuta.
Socrate diceva che una vita non esaminata non va vissuta.