Diatriba II.15 — Contro quelli che persistono ostinatamente nelle proprie decisioni

Libro II · 20 sezioni · II 15
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Quando alcuni ascoltano questi discorsi, secondo cui bisogna essere saldi e la scelta morale è per natura libera e non soggetta a costrizione, mentre tutte le altre cose sono soggette a impedimenti e costrizioni, schiave e altrui, immaginano di dover restare irremovibilmente fedeli a qualunque decisione abbiano preso.
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Ma anzitutto dev’essere sana la decisione presa. Voglio infatti che nel corpo ci sia vigore, ma quello di chi è sano, di chi si allena.
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Se invece mi mostri il vigore di un delirante e te ne vanti, ti dirò: «Uomo, cerca qualcuno che ti curi. Questo non è vigore, ma debolezza».
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In modo diverso, qualcosa di simile accade anche nell’anima a quelli che fraintendono questi discorsi. Per esempio, un mio compagno decise senza alcun motivo di lasciarsi morire di fame.
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Lo venni a sapere quando era già al terzo giorno di digiuno e, andato da lui, gli chiesi che cosa fosse successo.
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— «Ho deciso», disse. — Ma che cosa, tuttavia, ti ha persuaso? Se infatti hai deciso rettamente, eccoci qui seduti accanto a te e ti aiutiamo a uscire dalla vita; se invece hai deciso irragionevolmente, cambia decisione.
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— «Bisogna attenersi alle decisioni prese.» — Che fai, uomo? Non a tutte, ma a quelle giuste. Altrimenti, se ora ti convincessi che è notte, se così ti pare non cambiare idea, ma resta fermo e di’ che bisogna attenersi alle decisioni prese.
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Non vuoi stabilire anzitutto il principio e il fondamento, esaminare se la decisione è sana oppure no, e poi costruirvi sopra il vigore e la fermezza?
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Se invece poni come base qualcosa di marcio e cedevole, che nemmeno regge come costruzione, quanto più numerose e pesanti saranno le cose che vi porrai sopra, tanto più rapidamente crollerà.
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Senza alcun motivo ci sottrai alla vita un uomo caro e familiare, concittadino della stessa città, tanto della grande quanto della piccola;
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e poi, mentre commetti un omicidio e fai morire un uomo che non ha fatto nulla di male, dici che bisogna attenersi alle decisioni prese.
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E se mai ti venisse in mente di uccidere me, dovresti attenerti alla decisione presa?
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Quello, dunque, si lasciò persuadere a fatica. Ma alcuni di quelli di oggi è impossibile farli cambiare idea. Così mi sembra di sapere ora ciò che prima ignoravo, che cosa significhi il detto comune: «Un folle non lo persuadi né lo spezzi».
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Che non mi capiti mai di avere per amico uno stolto che si crede sapiente. Nulla è più difficile da trattare. «Ho deciso.» Anche i pazzi decidono; ma quanto più saldamente giudicano reali cose che non esistono, tanto più elleboro occorre loro.
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Non vuoi comportarti come un malato e chiamare il medico? «Sono malato, signore; aiutami. Esamina che cosa devo fare: a me spetta obbedirti.»
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Così anche qui: «Non so che cosa debba fare; sono venuto per impararlo.» No: «Parlami delle altre cose. Su questo ho deciso.»
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Di quali altre cose? Che cosa c’è infatti di più grande o più importante che persuaderti che non basta aver preso una decisione e non cambiarla?
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Questo è vigore da pazzi, non vigore sano. «Voglio morire, se mi costringi a questo.» Perché, uomo? Che cosa è successo? «Ho deciso.» Meno male che non hai deciso di uccidere me.
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«Non accetto denaro.» Perché? «Ho deciso.» Sappi che, con lo stesso vigore che ora usi per non accettarlo, nulla impedisce che un giorno tu inclini irragionevolmente ad accettarlo e dica di nuovo: «Ho deciso»,
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proprio come in un corpo malato, in cui gli umori scorrono ora da una parte, ora dall’altra. Così anche un animo debole non sa da che parte finirà per inclinare; e quando a questa inclinazione e a questo slancio si aggiunge anche vigore, allora il male diventa senza rimedio e incurabile.