Le rappresentazioni ci si presentano in quattro modi: o una cosa è e appare così com’è; o non è e neppure appare che sia; o è e non appare; o non è e appare.
Diatriba I.27 — In quanti modi si presentano le rappresentazioni e quali aiuti bisogna preparare contro di esse
Colpire nel segno in tutti questi casi è compito di chi è educato. Qualunque sia ciò che ci mette in difficoltà, è contro quello che bisogna applicare l’aiuto. Se a metterci in difficoltà sono i sofismi pirroniani e accademici, applichiamo l’aiuto contro quelli;
se è la plausibilità delle cose, per cui alcune ci appaiono beni pur non essendolo, cerchiamo lì l’aiuto; se è l’abitudine a metterci in difficoltà, bisogna cercare di trovare l’aiuto contro di essa.
Quale aiuto si può dunque trovare contro l’abitudine?
L’abitudine contraria. Senti la gente comune dire: «Poveretto, è morto; suo padre e sua madre sono distrutti; è stato stroncato, e per di più prematuramente e in terra straniera».
Ascolta i discorsi contrari, strappati a queste espressioni, opponi all’abitudine l’abitudine contraria. Contro i ragionamenti sofistici bisogna avere gli strumenti logici e l’esercizio e la pratica in essi; contro la plausibilità delle cose, bisogna avere prenozioni evidenti, ben ripulite e pronte all’uso.
Quando la morte appare un male, bisogna avere pronto questo: che i mali vanno evitati e che la morte è necessaria. Che cosa farò, infatti?
Dove potrò sfuggirle? Ammettiamo che io sia Sarpedone, figlio di Zeus, per poter dire con tanta nobiltà: «Andando là, voglio o distinguermi io stesso o offrire a un altro l’occasione di distinguersi; se non posso compiere io stesso qualcosa di buono, non impedirò a un altro di compiere qualcosa di nobile». Ammettiamo che queste cose siano al di sopra delle nostre forze: quell’altra non è alla nostra portata?
E dove sfuggirò alla morte? Indicatemi il paese, indicatemi uomini presso i quali possa andare e ai quali essa non si avvicini, indicatemi un incantesimo. Se non ne ho uno, che cosa volete che faccia?
Non posso evitare la morte; non eviterò almeno di temerla, ma morirò tra lamenti e tremori? Perché questa è l’origine di una passione: volere che qualcosa avvenga e che invece non avvenga.
Perciò, se posso modificare le cose esterne secondo la mia volontà, le modifico; se non posso, voglio cavare gli occhi a chi me lo impedisce.
Per natura, infatti, l’uomo non sopporta di essere privato del bene né di incorrere nel male.
Alla fine, quando non posso né modificare le cose né cavare gli occhi a chi mi ostacola, me ne sto seduto e gemo e insulto chi posso, Zeus e gli altri dèi: se infatti non si curano di me, che ho a che fare io con loro?
«Sì, ma sarai empio». E in che cosa starò peggio di come sto ora? In generale, bisogna ricordare questo: se ciò che è pio e ciò che è utile non coincidono, la pietà non può conservarsi in nessuno. Non ti sembrano cose urgenti?
Venga pure il pirroniano e l’accademico e mi affronti. Quanto a me, non ho tempo per queste cose né sono in grado di difendere l’esperienza comune.
Se avessi una causa perfino per un campicello, chiamerei qualcun altro a difendermi. Di che cosa dunque mi accontento su questo punto?
Come si produca la percezione, se attraverso tutto il corpo o da una sua parte, forse non so darne ragione, ed entrambe le ipotesi mi lasciano perplesso. Ma che io e tu non siamo la stessa persona, lo so con assoluta precisione.
Come lo so? Quando voglio ingoiare qualcosa, non porto il boccone là, ma qui; quando voglio prendere del pane, non prendo mai la scopa, ma vado sempre verso il pane come verso un bersaglio.
E voi stessi che negate i sensi fate forse diversamente? Chi di voi, volendo andare alle terme, è finito in un mulino?
— E allora? Non bisogna, per quanto possiamo, occuparci anche di queste cose: preservare l’esperienza comune, fortificarci contro gli argomenti che la attaccano?
— E chi lo nega? Ma lo faccia chi può, chi ne ha il tempo. Chi invece trema, è turbato e ha il cuore spezzato dentro, deve dedicare il suo tempo a qualcos’altro.