Esamina, tra le cose che ti eri proposto all’inizio, quali hai mantenuto e quali no; e come, ricordando le une, ti rallegri, mentre per le altre ti rammarichi. E, se è possibile, recupera anche quelle che hai perduto.
Diatriba III.25 — A quelli che abbandonano i propri propositi
Chi combatte la battaglia più grande non deve infatti tirarsi indietro, ma deve anche ricevere dei colpi.
La gara che ci sta davanti non riguarda infatti la lotta o il pancrazio, dove tanto chi riesce quanto chi non riesce può essere uomo di grandissimo o di scarso valore e, per Zeus, può essere felicissimo o infelicissimo; qui la gara riguarda la buona sorte e la felicità stesse.
E allora? Anche se qui ci siamo arresi, nessuno ci impedisce di tornare a combattere; e non bisogna aspettare altri quattro anni perché tornino i Giochi Olimpici. Appena ti sei ripreso, hai recuperato te stesso e vi metti lo stesso impegno, puoi tornare a combattere. E se ti arrendi di nuovo, puoi ricominciare di nuovo; e se una volta vinci, sei come chi non si è mai arreso.
Bada soltanto che, per la forza dell’abitudine, tu non cominci a trovare perfino piacevole fare così; altrimenti finirai per andare in giro come un cattivo atleta, sconfitto in tutto il circuito delle gare, simile alle quaglie fuggite dal combattimento.
«Mi vince la rappresentazione di una bella ragazza. E allora? Non sono forse stato vinto anche l’altro giorno? Mi viene voglia di biasimare qualcuno. Non l’ho forse già biasimato l’altro giorno?»
Ci parli così come se ne fossi uscito senza danno. È come se uno dicesse al medico che gli vieta di fare il bagno: «Ma non ho forse fatto il bagno l’altro giorno?» E se il medico potesse rispondergli: «E allora, dopo il bagno, che cosa ti è successo? Non ti è venuta la febbre? Non ti è venuto mal di testa?»
E tu, quando l’altro giorno hai biasimato qualcuno, non hai compiuto l’azione di un maligno, di un chiacchierone? Non hai nutrito questa tua disposizione aggiungendole le azioni che le sono proprie? E quando sei stato vinto dalla ragazza, te ne sei andato senza danno? Perché dunque mi parli di ciò che hai fatto l’altro giorno?
Avresti dovuto, credo, ricordartene come gli schiavi ricordano le percosse, e astenerti dagli stessi errori.
Ma non è la stessa cosa: là infatti è il dolore a produrre il ricordo; negli errori, invece, quale dolore, quale pena vi è? Quando mai ti sei abituato a fuggire l’agire male?