Diatriba IV.6 — A quelli che si affliggono perché vengono compatiti

Libro IV · 38 sezioni · IV 6
1
«Mi affliggo», dice, «perché vengo compatito.» — Il fatto che tu venga compatito è opera tua o di quelli che ti compatiscono? E ancora: dipende da te farlo cessare? — «Dipende da me, se mostro loro che non sono degno di compassione.»
2
— Ma questo, non essere degno di compassione, lo possiedi già oppure no? — «Mi sembra di sì. Ma costoro non mi compatiscono per le cose per cui, semmai, sarebbe giusto farlo, cioè per i miei errori, bensì per la povertà, per il non avere cariche, per le malattie, le morti e altre cose simili.»
3
— Sei dunque preparato a convincere la gente che nessuna di queste cose è un male e che è possibile essere felici anche da poveri, senza cariche e senza onori, oppure a mostrarti loro ricco e investito di autorità?
4
La seconda via è propria di un millantatore, di uno sciocco, di un uomo che non vale nulla. E guarda quali mezzi richiede questa finzione: dovrai procurarti degli schiavi, possedere qualche oggetto d’argento e mostrarlo in pubblico, se possibile più volte sempre lo stesso cercando di nascondere che è lo stesso; avere vestiti lucenti e tutto il resto dell’apparato; far vedere che sei onorato da uomini importanti; cercare di cenare da loro, o almeno di far credere che vi ceni; e ricorrere anche a qualche artificio riguardo al corpo, per apparire più bello e più nobile di quanto sei.
5
Queste cose dovrai escogitare, se vuoi prendere la seconda via per non essere compatito. La prima invece è irrealizzabile e lunga: tentare proprio ciò che Zeus non ha potuto fare, convincere tutti gli uomini di quali siano i beni e i mali.
6
Forse ti è stato dato questo potere? Ti è stato dato soltanto di convincere te stesso. E non ti sei ancora convinto; e ora pretendi di convincere gli altri?
7
Chi infatti vive con te da tanto tempo quanto tu vivi con te stesso? Chi ha su di te una forza persuasiva pari alla tua? Chi è meglio disposto verso di te e più vicino a te di quanto tu lo sia a te stesso?
8
Come mai dunque non sei ancora riuscito a convincerti e a imparare? Non è tutto sottosopra? Era forse questo ciò per cui ti sei dato da fare: non imparare a essere libero dal dolore, imperturbabile, non umiliato e libero?
9
Non hai dunque sentito che una sola è la via che conduce a questo: lasciare andare ciò che non dipende dalla scelta morale, rinunciarvi e riconoscerlo come altrui?
10
Che un altro abbia una certa opinione di te, a quale genere di cose appartiene? — «A ciò che non dipende dalla scelta morale.» — Dunque non ti riguarda? — «Per nulla.» — E se ancora ne sei punto e turbato, credi davvero di essere convinto su che cosa siano i beni e i mali?
11
Non vuoi dunque lasciare stare gli altri e diventare tu stesso discepolo e maestro di te stesso? Gli altri vedranno se conviene loro trovarsi e vivere contro natura; quanto a me, nessuno mi è più vicino di me stesso.
12
Che cosa significa dunque che ho ascoltato i discorsi dei filosofi e do loro assenso, ma nei fatti non sono diventato affatto più leggero? Sono forse così privo di attitudine? Eppure, nelle altre cose che ho voluto imparare, non mi sono mostrato affatto privo di attitudine: ho imparato rapidamente a leggere e scrivere, a lottare, la geometria e a risolvere sillogismi.
13
Forse dunque la ragione non mi ha convinto? Eppure fin dall’inizio non ho esaminato e scelto altre cose quanto queste, e ancora oggi leggo su queste cose, ascolto queste cose, scrivo queste cose. Fino a ora non abbiamo trovato un ragionamento più forte di questo.
14
Che cosa mi manca dunque? Forse non sono stati eliminati i giudizi contrari? Forse le opinioni stesse sono prive di esercizio e non sono abituate ad affrontare le azioni, ma, come piccole armi riposte, si sono arrugginite e non riescono neppure più ad adattarsi a me?
15
Eppure né nella lotta né nello scrivere o leggere mi accontento di aver imparato: giro in ogni modo i sillogismi che mi vengono proposti, ne intreccio altri e faccio lo stesso con quelli mutevoli.
16
Ma i principi necessari, quelli dai quali si può partire per diventare liberi dal dolore, dalla paura e dalle passioni, non impediti e liberi, questi non li esercito né pratico secondo l’esercizio che loro conviene.
17
E poi mi importa che cosa diranno gli altri di me, se sembrerò loro degno di considerazione, se sembrerò felice?
18
Disgraziato, non vuoi guardare che cosa dici tu di te stesso? Che cosa appari a te stesso? Come sei nel giudicare, nel desiderare, nell’avversione; come nell’impulso, nella preparazione, nel proposito e nelle altre attività propriamente umane?
19
E invece ti importa se gli altri ti compatiscono? — «Sì, ma vengo compatito senza meritarlo.» — Dunque questo ti addolora? E chi si addolora è degno di compassione? — «Sì.» — Come puoi allora essere compatito senza meritarlo? Proprio con ciò che provi riguardo alla compassione ti rendi degno di essere compatito.
20
Che cosa dice dunque Antistene? Non hai mai sentito? «È cosa regale, o Ciro, agire bene ed essere trattati male a parole.»
21
Ho la testa sana e tutti credono che abbia mal di testa. Che me ne importa? Non ho la febbre e mi compatiscono come se l’avessi: «Poveretto, da quanto tempo non smetti di avere la febbre!» Anch’io, con aria triste, dico: «Sì, davvero, è ormai molto tempo che sto male. Che cosa accadrà? Come vorrà Dio». E intanto rido tra me di quelli che mi compatiscono.
22
Che cosa impedisce di fare lo stesso anche qui? Sono povero, ma ho un giudizio retto sulla povertà. Che me ne importa dunque se mi compatiscono per la povertà? Non ho una carica, altri sì; ma sul ricoprire una carica e sul non ricoprirla ho il giudizio che devo avere.
23
Se la vedranno quelli che mi compatiscono. Io però non ho fame, né sete, né freddo; ma, poiché loro hanno fame o sete per certe cose, pensano che anche io le abbia. Che cosa dovrei fare per loro? Andare in giro proclamando: «Non sbagliatevi, uomini, io sto bene: non mi importa della povertà, né del non avere cariche, né in generale di altro che di giudizi retti. Questi li possiedo senza impedimenti e non mi curo più di nulla»?
24
Ma che chiacchiera è questa? Come posso avere giudizi retti, se non mi basta essere ciò che sono, ma sono in ansia per ciò che sembro?
25
«Ma gli altri otterranno di più e saranno preferiti.» — Che cosa vi è di più ragionevole del fatto che quelli che si sono impegnati in qualcosa abbiano di più proprio in ciò in cui si sono impegnati? Loro si sono impegnati nelle cariche, tu nei giudizi; loro nella ricchezza, tu nell’uso delle rappresentazioni.
26
Guarda se hanno più di te in ciò per cui tu ti sei impegnato e loro invece non si curano: se danno assenso meglio di te secondo le misure naturali, se i loro desideri falliscono meno dei tuoi, se le loro avversioni incappano meno in ciò che vogliono evitare; se mirano meglio nel proposito, nell’intenzione e nell’impulso ad agire; se conservano ciò che conviene come uomini, come figli, come genitori e poi, via via, nelle altre relazioni.
27
Se invece loro hanno cariche e tu no, non vuoi dire a te stesso la verità: che tu non fai nulla per ottenerle, mentre loro fanno tutto? Sarebbe del tutto irragionevole che chi si prende cura di qualcosa ne ottenesse meno di chi la trascura.
28
— «No, ma poiché io mi curo dei giudizi retti, è più ragionevole che sia io a ricoprire una carica.» — Nell’ambito di cui ti curi, cioè nei giudizi. Ma là dove altri si sono curati più di te, lascia loro il posto. Sarebbe come se, poiché hai giudizi retti, pretendessi di colpire meglio il bersaglio degli arcieri o di lavorare il bronzo meglio dei fabbri.
29
Lascia dunque l’impegno per i giudizi e dedicati a quelle cose che vuoi acquisire; e allora piangi, se non ti riesce: meriti infatti di piangere.
30
Ora invece dici di occuparti di altre cose e di curarti di altre cose; e la gente comune dice bene che un’attività non si combina con un’altra.
31
Uno, alzatosi all’alba, cerca chi salutare a casa sua, a chi dire qualcosa di gradito, a chi mandare un dono, come piacere al ballerino, come, sparlando dell’uno con l’altro, guadagnarsi il favore di ciascuno.
32
Quando prega, prega per queste cose; quando sacrifica, sacrifica per queste cose. Il precetto di Pitagora «Non accogliere il sonno sulle morbide palpebre» lo ha applicato proprio a queste.
33
«Dove ho trasgredito?» Nelle cose che riguardano l’adulazione. «Che cosa ho fatto? Mi sono forse comportato da uomo libero, da uomo nobile?» E se trova qualcosa del genere, rimprovera e accusa se stesso: «Che bisogno avevi di dire anche questo? Non potevi mentire? Anche i filosofi dicono che nulla impedisce di dire il falso.»
34
Tu invece, se davvero non ti curi d’altro che del retto uso delle rappresentazioni, appena ti alzi al mattino considera: «Che cosa mi manca per la libertà dalle passioni? Che cosa per l’imperturbabilità? Chi sono? Forse un corpicino, forse dei possedimenti, forse reputazione? Nulla di tutto questo. Che cosa dunque? Sono un essere razionale.»
35
Quali sono dunque le sue esigenze? Ripercorri le azioni compiute: «Dove ho trasgredito rispetto alla serenità? Che cosa ho fatto di non amichevole, di non socievole o di ingrato? Che cosa non ho compiuto di ciò che dovevo in queste cose?»
36
Essendovi dunque una differenza così grande fra ciò che voi desiderate, le vostre attività e le vostre preghiere, vuoi ancora ottenere quanto loro proprio nelle cose di cui tu non ti sei curato e loro sì?
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E poi ti meravigli che ti compatiscano e ti irriti? Loro invece non si irritano se sei tu a compatirli. Perché? Perché loro sono convinti di possedere dei beni, mentre tu non ne sei convinto.
38
Per questo tu non ti accontenti delle cose tue, ma desideri le loro; loro invece si accontentano delle proprie e non desiderano le tue. Se infatti fossi davvero convinto che, quanto ai beni, sei tu ad aver raggiunto lo scopo e che loro invece si sono smarriti, non penseresti neppure a ciò che dicono di te.