Diatriba III.19 — Qual è l’atteggiamento dell’uomo comune e del filosofo

Libro III · 6 sezioni · III 19
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La prima differenza tra l’uomo comune e il filosofo è questa: il primo dice «Ahimè, per il mio bambino, per mio fratello; ahimè, per mio padre»; il secondo, se mai è costretto a dire «Ahimè»,
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si ferma e aggiunge: «Per causa mia». Nulla infatti che non dipenda dalla scelta morale può impedire o danneggiare la scelta morale, se non essa stessa.
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Se dunque anche noi ci orienteremo in questa direzione, così che, quando le cose ci vanno male, accusiamo noi stessi e ricordiamo che nulla è causa di turbamento o instabilità se non un giudizio, vi giuro per tutti gli dèi che abbiamo fatto progressi.
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Ora invece abbiamo preso fin dall’inizio un’altra strada. Quando eravamo ancora bambini, se inciampavamo distrattamente, la nutrice non rimproverava noi, ma picchiava la pietra. Che cosa aveva fatto la pietra? Doveva forse spostarsi per la stoltezza del tuo bambino?
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E ancora, se uscendo dal bagno non trovavamo da mangiare, il pedagogo non frenava mai il nostro desiderio, ma picchiava il cuoco. Uomo, ti abbiamo forse nominato pedagogo di quello? No, del nostro bambino: correggi lui, giova a lui.
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Così, anche da adulti, ci mostriamo bambini. È infatti bambino nella musica chi non conosce la musica, nelle lettere chi non conosce le lettere, nella vita chi è privo di educazione.