Diatriba I.28 — Che non bisogna adirarsi con gli uomini e quali sono le cose piccole e grandi fra gli uomini

Libro I · 33 sezioni · I 28
1
Che cosa causa l’assenso a qualcosa? Il fatto che appaia essere così.
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Non è dunque possibile dare assenso a ciò che appare non essere così. Perché? Perché questa è la natura della mente: assentire al vero, respingere il falso e, riguardo a ciò che è incerto, sospendere l’assenso.
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Quale prova ne abbiamo? Prova, se puoi, a credere adesso che è notte. Non è possibile. Prova a non credere che è giorno. Non è possibile. Prova a credere o a non credere che le stelle siano in numero pari. Non è possibile.
4
Quando dunque qualcuno dà assenso al falso, sappi che non voleva dare assenso al falso: ogni anima, infatti, è privata della verità contro la propria volontà, come dice Platone; ma il falso gli è sembrato vero.
5
Su, e nelle azioni che cosa abbiamo di analogo a ciò che qui sono il vero e il falso? Ciò che è doveroso e ciò che è contrario al dovere, ciò che conviene e ciò che non conviene, ciò che si addice a me e ciò che non mi si addice, e cose simili.
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È dunque possibile che uno giudichi che qualcosa gli convenga e tuttavia non la scelga? Non è possibile.
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Come si spiega allora quella che dice: «So quali mali sto per compiere, ma la passione è più forte dei miei propositi»? Perché ritiene proprio questo, assecondare la passione e vendicarsi del marito, più vantaggioso che salvare i figli.
8
«Sì, ma si è ingannata». Mostrale chiaramente che si è ingannata e non lo farà; finché però non glielo mostri, che cosa può seguire se non ciò che le appare?
9
Nient’altro. Perché dunque ti adiri con lei, perché quella poveretta si è smarrita sulle cose più importanti ed è diventata una vipera anziché un essere umano? Non dovresti semmai piuttosto compatirla, come compatiamo i ciechi e gli zoppi, così anche coloro che sono accecati e storpiati nelle facoltà più importanti?
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Chi dunque ricorda chiaramente questo, che per l’uomo misura di ogni azione è ciò che gli appare — e dunque o gli appare correttamente o erroneamente: se correttamente, non è da biasimare; se erroneamente, è lui stesso a subirne il danno, perché non può essere uno quello che si è ingannato e un altro quello che ne è danneggiato —, non si adirerà con nessuno, non se la prenderà con nessuno, non insulterà nessuno, non biasimerà nessuno, non odierà nessuno e non si scontrerà con nessuno.
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Dunque anche azioni così grandi e terribili hanno questa origine, ciò che appare? Questa e nessun’altra.
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L’Iliade non è altro che rappresentazione e uso delle rappresentazioni. Ad Alessandro parve di dover portar via la moglie di Menelao; a Elena parve di doverlo seguire.
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Se dunque a Menelao fosse parso che fosse un guadagno essere privato di una moglie simile, che cosa sarebbe accaduto? Sarebbe scomparsa non solo l’Iliade, ma anche l’Odissea. —
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— Dunque cose tanto grandi dipendono da una cosa così piccola? — Ma quali chiami «tanto grandi»? Guerre, lotte intestine, morti di molti uomini e distruzioni di città? E che cosa hanno di grande queste cose? — Nulla? —
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E che cosa c’è di grande nel morire di molti buoi e molte pecore, e nel bruciare e distruggere molti nidi di rondini o di cicogne?
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— Dunque queste cose sono simili a quelle? — Del tutto simili. Sono andati perduti corpi di uomini; anche di buoi e di pecore. Sono state bruciate casette di uomini; anche nidi di cicogne.
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Che cosa c’è di grande o terribile? Oppure mostrami in che cosa differiscono, in quanto abitazione, una casa d’uomo e un nido di cicogna.
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— Dunque una cicogna e un uomo sono simili? — Che dici? Quanto al corpo, sono del tutto simili. [Soltanto che le case degli uomini si costruiscono con travi, tegole e mattoni, quella della cicogna con ramoscelli e fango.]
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— Dunque l’uomo non differisce in nulla dalla cicogna? — Non sia mai; ma non differisce in queste cose. — In che cosa allora differisce?
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— Cerca e troverai che differisce in altro. Guarda se non sia nel comprendere ciò che fa, guarda se non sia nella natura sociale, nella fedeltà, nel senso del pudore, nella fermezza, nell’intelligenza.
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Dove stanno dunque il grande male e il grande bene negli uomini? Là dove sta la differenza. Se questa differenza si conserva e rimane ben difesa, e non si corrompono il senso del pudore, la fedeltà e l’intelligenza, allora anche l’uomo si conserva; se invece qualcuna di queste cose va perduta ed è espugnata, allora anche lui va perduto. È qui che stanno le grandi cose.
22
Alessandro sbagliò forse gravemente quando, come si racconta, arrivarono i Greci, quando devastavano Troia e quando morivano i suoi fratelli?
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Per nulla: nessuno infatti sbaglia per l’azione di un altro; allora venivano devastati nidi di cicogna. Il suo errore fu quando perse il senso del pudore, la fedeltà, l’ospitalità, la dignità.
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Quando sbagliò Achille? Quando morì Patroclo? Non sia mai. Ma quando si adirava, quando piangeva per una ragazzetta, quando dimenticava di essere lì non per procurarsi amanti, ma per combattere.
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Questi sono gli errori umani, questo è l’assedio, questa la distruzione: quando vengono abbattuti i giudizi corretti, quando vengono corrotti.
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— Dunque, quando le donne vengono trascinate via, i bambini fatti prigionieri e gli uomini stessi massacrati, queste cose non sono mali?
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— Da dove viene il giudizio che vi aggiungi? Insegnalo anche a me. — No; ma tu, da dove dici che non sono mali?
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— Torniamo ai criteri; tira fuori le prenozioni. Per questo non ci si può meravigliare abbastanza di quel che accade. Quando vogliamo giudicare dei pesi, non giudichiamo a caso; quando si tratta di ciò che è diritto o storto, non giudichiamo a caso;
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in generale, ogni volta che ci importa conoscere ciò che è vero in un certo ambito, nessuno di noi farà mai nulla a caso.
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Là invece dove si trova la prima e unica causa dell’agire bene o sbagliare, del vivere serenamente o nell’affanno, dell’essere sfortunati o fortunati, soltanto lì agiamo a caso e precipitosamente. Da nessuna parte qualcosa di simile a una bilancia, da nessuna parte qualcosa di simile a una riga: qualcosa mi appare e subito agisco secondo ciò che mi è apparso.
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Sono forse migliore di Agamennone o di Achille, perché loro, seguendo ciò che appare loro, compiano e subiscano mali simili, mentre per me ciò che appare non debba bastare?
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E quale tragedia ha un’altra origine? Che cos’è l’Atreo di Euripide? Ciò che appare. Che cos’è l’Edipo di Sofocle? Ciò che appare. E Fenice?
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Ciò che appare. E Ippolito? Ciò che appare. Che cosa vi sembra dunque il non prendersi alcuna cura di questo? E come si chiamano quelli che seguono tutto ciò che appare? — Pazzi. — E noi facciamo forse qualcosa di diverso?