Diatriba III.22 — Sul cinismo

Libro III · 109 sezioni · III 22
1
Uno dei suoi discepoli, che sembrava incline ad abbracciare la vita cinica, gli domandò quale dovesse essere il Cinico e quale fosse la prenozione di questa condizione. «Lo esamineremo con calma», disse.
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«Per ora posso dirti questo: chi si accinge a un’impresa tanto grande senza Dio è inviso a Dio e non vuole altro che comportarsi sconvenientemente in pubblico.»
3
Infatti neppure in una casa ben governata uno entra e dice a se stesso: «Devo essere io l’amministratore». Altrimenti il padrone, voltandosi e vedendolo impartire ordini con aria solenne, lo trascina fuori e lo fa frustare.
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Lo stesso accade anche in questa grande città. Anche qui vi è infatti un padrone di casa che assegna a ciascuno il proprio compito.
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«Tu sei il sole: puoi, percorrendo il tuo giro, fare l’anno e le stagioni, far crescere e nutrire i frutti, suscitare e placare i venti e riscaldare in giusta misura i corpi degli uomini. Va’, percorri il tuo giro e così metti in movimento ogni cosa, dalle più grandi alle più piccole.»
6
«Tu sei un vitello: quando appare un leone, fa’ ciò che ti compete; altrimenti te ne pentirai. Tu sei un toro: avvicinati e combatti, perché questo ti spetta, ti si addice e sei capace di farlo.»
7
«Tu puoi guidare l’esercito contro Ilio: sii Agamennone. Tu puoi combattere in duello con Ettore: sii Achille.»
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«Ma se Tersite si facesse avanti e pretendesse il comando, o non lo otterrebbe, oppure, ottenutolo, si coprirebbe di vergogna davanti a molti testimoni.»
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Anche tu dunque rifletti attentamente sull’impresa: non è come ti sembra.
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«Ora porto un mantello e allora ne avrò uno; già ora dormo sul duro e allora dormirò sul duro; prenderò anche una bisaccia e un bastone, andrò in giro e comincerò a chiedere l’elemosina e a insultare quelli che incontro; se vedrò qualcuno depilarsi con la pece, lo rimprovererò, e così se si è acconciato i capelli o passeggia vestito di porpora.»
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Se ti immagini che la cosa sia qualcosa del genere, stattene lontano: non avvicinarti, non fa per te.
12
Se invece te la rappresenti quale essa è e tuttavia non ti ritieni indegno, considera a quale grande impresa ti accingi.
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Anzitutto, nelle cose che riguardano te stesso, non devi più mostrarti in nulla simile a come sei ora: non accusare Dio né uomo; devi eliminare del tutto il desiderio e trasferire l’avversione soltanto a ciò che dipende dalla scelta morale; non vi sia in te ira, risentimento, invidia, pietà; non ti sembri bella una ragazza, né un po’ di fama, né un ragazzetto, né un dolcetto.
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Devi infatti sapere questo: gli altri uomini, quando fanno qualcosa del genere, si proteggono con muri, case e oscurità e hanno molti mezzi per nascondersi. Uno chiude la porta, mette qualcuno davanti alla camera: «Se viene qualcuno, di’ che è fuori, che non ha tempo».
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Il Cinico, invece, al posto di tutte queste cose deve avere davanti a sé il rispetto di sé; altrimenti, nudo e all’aperto, si comporterà in modo sconveniente. Questo è per lui la casa, questa la porta, questi quelli che stanno davanti alla camera, questa l’oscurità.
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Non deve infatti voler nascondere nulla di ciò che fa — altrimenti è finito, ha perduto il Cinico, l’uomo che vive all’aperto, l’uomo libero; ha cominciato a temere qualcosa di esterno, ha cominciato ad aver bisogno di chi lo nasconda — né, quando vuole, può farlo. Dove infatti potrebbe nascondersi, e come?
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E se per caso viene colto in fallo colui che è educatore di tutti, il pedagogo comune, quali conseguenze dovrà necessariamente subire?
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E chi teme queste cose può ancora avere il coraggio di sorvegliare gli altri uomini con tutta l’anima?
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È impossibile, non può essere. Anzitutto dunque devi rendere pura la tua facoltà direttiva e assumere questa posizione:
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«Ora la mia materia è la mia mente, come per il falegname il legno e per il calzolaio le pelli; il mio compito è il retto uso delle rappresentazioni.»
21
«Il corpicino non mi riguarda; le sue parti non mi riguardano. La morte? Venga quando vuole, sia dell’intero corpo sia di una sua parte.»
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«L’esilio? E dove può cacciarmi qualcuno? Fuori dal mondo non può. Dovunque vada, là vi sono il sole, la luna, le stelle, i sogni, i presagi e il rapporto con gli dèi.»
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Eppure, dopo essersi preparato così, il vero Cinico non può accontentarsi di questo: deve sapere di essere stato mandato da Zeus come messaggero agli uomini riguardo ai beni e ai mali, per mostrare loro che si sono smarriti e cercano l’essenza del bene e del male là dove non è, mentre non pensano al luogo in cui è;
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e di essere una spia, come Diogene, condotto da Filippo dopo la battaglia di Cheronea, fu preso per una spia. Il Cinico infatti è davvero una spia che osserva quali cose siano amiche e quali nemiche degli uomini.
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Dopo averle esaminate con precisione, deve tornare a riferire la verità, senza lasciarsi atterrire dalla paura fino a indicare come nemici quelli che non lo sono, né lasciarsi in altro modo turbare o confondere dalle rappresentazioni.
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Deve dunque essere capace, se capita, di alzare la voce e, salendo come su una scena tragica, dire con Socrate: «Uomini, dove vi lasciate trascinare? Che fate, disgraziati? Come ciechi vi aggirate su e giù; prendete un’altra strada dopo aver abbandonato quella giusta; cercate la serenità e la felicità là dove non sono e non credete neppure a chi ve le indica.»
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«Perché le cercate fuori di voi? Non sono nel corpo. Se non credete, guardate Mirone, guardate Ofellio. Non sono nei possedimenti. Se non credete, guardate Creso, guardate i ricchi di oggi: di quanti lamenti è piena la loro vita! Non sono nel potere. Altrimenti dovrebbero essere felici quelli che sono stati consoli due o tre volte; ma non lo sono.»
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A chi crederemo su questo? A voi che guardate da fuori ciò che possiedono e siete abbagliati dalla rappresentazione, oppure a loro stessi?
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Che cosa dicono? Ascoltateli quando gemono, quando sospirano, quando ritengono che proprio a causa dei consolati, della fama e del prestigio la loro vita sia più misera e più pericolosa.
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«Non è neppure nella regalità. Altrimenti sarebbero stati felici Nerone e Sardanapalo. Ma neppure Agamennone era felice, benché fosse ben più nobile di Sardanapalo e Nerone. Mentre gli altri russano, che cosa fa lui? “Dalla testa si strappava molte chiome fin dalle radici.” E che cosa dice egli stesso? “Vado errando così, sono sconvolto; il cuore mi balza fuori dal petto.” Disgraziato, che cosa delle tue cose sta male?»
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«I possedimenti? No. Il corpo? No. Sei anzi ricco d’oro e di bronzo. Che cosa dunque hai che non va? Proprio ciò che hai trascurato e lasciato corrompere: quella facoltà con cui desideriamo, proviamo avversione, ci muoviamo all’azione e ce ne asteniamo.»
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«In che modo è stata trascurata? Ignora l’essenza del bene, alla quale è per natura destinata, e quella del male; ignora che cosa le appartiene e che cosa le è estraneo. E quando qualcosa di estraneo va male, dice: “Ahimè, i Greci sono in pericolo!”»
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Povera facoltà direttiva, la sola lasciata senza cura e senza rimedio! «Saranno uccisi dai Troiani e moriranno.» E se i Troiani non li uccidono, non moriranno? «Sì, ma non tutti insieme.» Che differenza fa? Se morire è un male, è ugualmente un male morire tutti insieme o uno alla volta. Sta forse per accadere altro che la separazione del corpicino e dell’anima?
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Null’altro. E se i Greci periscono, la porta per te è chiusa? Non puoi morire? Puoi. Perché dunque ti affliggi? Ahimè, un re che possiede lo scettro di Zeus! Un re sventurato non esiste, non più di quanto esista un dio sventurato.
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Che cosa sei dunque? In verità un pastore: piangi infatti come i pastori quando un lupo porta via una delle loro pecore. E pecore sono anche questi uomini sui quali comandi.
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E perché mai sei partito in guerra? Era forse in pericolo il vostro desiderio, la vostra avversione, il vostro impulso ad agire o il vostro trattenervi dall’azione? «No», dice, «ma è stata rapita la donnicciola di mio fratello.»
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Non è dunque un grande guadagno essere liberati da una donnicciola adultera? «Dovremmo allora lasciarci disprezzare dai Troiani?» Ma chi sono? Uomini assennati o stolti? Se assennati, perché fate loro guerra? Se stolti, che ve ne importa?
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«Dove si trova dunque il bene, dal momento che non è in queste cose? Diccelo, signore, messaggero e spia.» Là dove non credete che sia e dove non volete neppure cercarlo. Se infatti voleste, lo trovereste dentro di voi e non andreste errando fuori né cerchereste come vostre le cose che appartengono ad altri.
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Rivolgetevi a voi stessi, imparate a conoscere le prenozioni che possedete. Come vi rappresentate il bene? Come ciò che scorre senza ostacoli, ciò che rende felici, ciò che non può essere impedito. Suvvia, non ve lo rappresentate anche come qualcosa di naturalmente grande? Non ve lo rappresentate come degno di valore? Come incapace di nuocere?
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In quale materia bisogna dunque cercare ciò che scorre senza ostacoli e non può essere impedito? In quella schiava o in quella libera? In quella libera. Il corpicino lo avete libero o schiavo? «Non lo sappiamo.» Non sapete che è schiavo della febbre, della gotta, dell’oftalmia, della dissenteria, del tiranno, del fuoco, del ferro, di tutto ciò che è più forte?
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«Sì, è schiavo.» Come può dunque essere privo di impedimenti qualcosa che appartiene al corpo? E come può essere grande o degno di valore ciò che per natura è morto, terra e fango? Che dunque? Non avete nulla di libero? Forse proprio nulla?
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E chi può costringervi a dare assenso a ciò che vi appare falso? Nessuno. E chi può costringervi a non dare assenso a ciò che vi appare vero? Nessuno.
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Qui dunque vedete che vi è in voi qualcosa di libero per natura. E chi di voi può desiderare o provare avversione, muoversi all’azione o trattenersene, prepararsi o proporsi qualcosa senza aver ricevuto una rappresentazione di ciò che conviene o di ciò che non si deve fare? Nessuno.
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Avete dunque anche in queste cose qualcosa che non può essere impedito ed è libero. Disgraziati, lavorate su questo, prendetevi cura di questo, cercate qui il bene.
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«E come è possibile vivere serenamente senza possedere nulla, nudi, senza casa, senza focolare, sporchi, senza schiavi, senza patria?»
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Ecco: Dio vi ha mandato chi deve mostrarvi con i fatti che è possibile.
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«Guardate me: non ho casa, non ho patria, non ho possedimenti, non ho schiavi; dormo per terra; non ho moglie né figli né una piccola dimora, ma soltanto la terra, il cielo e un solo mantello.»
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«E che cosa mi manca? Non sono forse libero dal dolore, libero dalla paura, libero? Quando qualcuno di voi mi ha visto fallire ciò che desideravo, quando incappare in ciò che volevo evitare? Quando ho accusato Dio o un uomo, quando ho mosso rimprovero a qualcuno? Qualcuno di voi mi ha mai visto col volto cupo?»
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«E come tratto quelli che voi temete e ammirate? Non li tratto forse come schiavi? Chi, vedendomi, non crede di vedere il proprio re e padrone?»
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Ecco parole da Cinico, ecco il carattere, ecco l’impresa. No: invece una bisaccia, un bastone e grandi mascelle; divorare tutto ciò che ti viene dato o metterlo da parte, insultare fuori luogo quelli che incontri o mostrare una bella spalla.
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Vedi a quale grande impresa stai per mettere mano? Prendi anzitutto uno specchio, guarda le tue spalle, esamina i lombi e le cosce. Uomo, stai per iscriverti ai Giochi Olimpici, non a una gara qualsiasi, meschina e miserabile.
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Ai Giochi Olimpici non puoi semplicemente essere sconfitto e andartene: anzitutto devi coprirti di vergogna sotto gli occhi del mondo intero, non soltanto degli Ateniesi, degli Spartani o dei Nicopolitani; poi, se ti sei presentato alla leggera, devi anche essere frustato, e prima della frusta patire la sete e il caldo e inghiottire molta polvere.
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Rifletti con maggiore attenzione, conosci te stesso, interroga il segno divino; non intraprendere nulla senza Dio. Se infatti ti dà il suo consenso, sappi che vuole che tu divenga grande oppure che riceva molte percosse.
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Al Cinico è infatti connessa anche questa splendida prerogativa: deve essere picchiato come un asino e, mentre viene picchiato, amare proprio quelli che lo picchiano, in quanto padre e fratello di tutti.
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No: se qualcuno ti picchia, mettiti in mezzo alla piazza e grida: «Cesare, che cosa mi tocca subire sotto la tua pace! Andiamo dal proconsole!»
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Ma che cosa sono per il Cinico Cesare, il proconsole o chiunque altro, se non colui che lo ha mandato quaggiù e che egli serve, Zeus? Invoca forse qualcun altro? Non è forse convinto che, qualunque di queste cose subisca, è Zeus che lo sta esercitando?
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Eracle, quando veniva esercitato da Euristeo, non si riteneva infelice, ma compiva senza esitazione tutto ciò che gli veniva ordinato. E chi è messo alla prova ed esercitato da Zeus si metterà a gridare e indignarsi, lui che dovrebbe essere degno di portare lo scettro di Diogene? Ascolta che cosa diceva Diogene, quando aveva la febbre, a quelli che passavano:
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«Disgraziati, non vi fermate? Per vedere la rovina o la lotta degli atleti percorrete tanta strada fino a Olimpia, e non volete vedere la lotta fra una febbre e un uomo?»
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Ben difficilmente un uomo simile avrebbe accusato il Dio che lo aveva mandato quaggiù di trattarlo in modo indegno, lui che si gloriava delle circostanze e riteneva di meritare di essere uno spettacolo per i passanti. Di che cosa infatti lo accuserà? Del fatto che conserva la propria dignità? Di che cosa si lamenta? Del fatto che mostra più splendente la propria virtù?
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Suvvia, che cosa dice della povertà, della morte, del dolore? Come confrontava la propria felicità con quella del Gran Re?
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Anzi, riteneva che non fossero neppure confrontabili. Dove infatti vi sono turbamenti, dolori, paure, desideri insoddisfatti, avversioni che incappano in ciò che vogliono evitare, invidie e gelosie, quale accesso può esservi alla felicità? E dove vi sono giudizi corrotti, tutte queste cose devono necessariamente esserci.
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Il giovane gli domandò allora se, ammalandosi, avrebbe accettato l’invito di un amico ad andare da lui per essere curato. «E dove mi troverai un amico degno di un Cinico?»
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disse. «Deve infatti essere un altro uomo dello stesso genere, per essere degno di essere annoverato fra i suoi amici. Deve essere compagno del suo scettro e della sua regalità e un servitore degno, se vuole essere ritenuto degno della sua amicizia, come Diogene lo fu di Antistene e Cratete di Diogene.»
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«Credi forse che, se uno gli si avvicina e lo saluta, per questo sia suo amico e il Cinico lo ritenga degno di riceverlo in casa propria?»
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Perciò, se ti pare e pensi a qualcosa del genere, guardati piuttosto intorno in cerca di un bel mucchio di letame sul quale passare la febbre, riparato dal vento del nord, per non prendere troppo freddo.
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Ma tu mi sembri voler andare a casa di qualcuno per saziarti per qualche tempo. Che cosa hai dunque a che fare con il tentativo di intraprendere un’impresa così grande?
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«E il matrimonio», disse, «e i figli saranno assunti dal Cinico come doveri principali?» — «Se mi dai una città di sapienti», rispose, «forse nessuno si accosterebbe facilmente alla vita cinica. Per chi infatti dovrebbe assumersi un simile modo di vivere?»
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«Tuttavia, se anche lo supponiamo, nulla gli impedirà di sposarsi e avere figli: sua moglie sarà infatti un’altra persona come lui, suo suocero un altro come lui, e i figli saranno allevati allo stesso modo.»
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«Ma nella situazione attuale, che è come un esercito schierato in battaglia, non deve forse il Cinico essere libero da distrazioni, tutto dedito al servizio di Dio, capace di andare fra gli uomini, non vincolato da doveri privati né impigliato in relazioni che, se trascura, non gli permettono più di conservare il carattere dell’uomo buono e virtuoso, e che, se osserva, gli fanno perdere quello di messaggero, spia e araldo degli dèi?»
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Considera infatti che deve rendere certi servigi al suocero, agli altri parenti della moglie e alla moglie stessa; e ormai è preso dall’assistenza nelle malattie e dal procurare il necessario.
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Per non dire del resto, gli occorre un pentolino in cui scaldare l’acqua per il bambino, una bacinella per lavarlo; lana per la moglie dopo il parto, olio, un lettuccio, una coppa: e gli utensili diventano già più numerosi.
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Tralascio tutte le altre occupazioni e distrazioni. Dov’è ormai quel re che dedica il proprio tempo agli interessi comuni, «a cui sono affidati i popoli e tante cure», che deve sorvegliare gli altri, quelli sposati e quelli con figli, vedere chi tratta bene la propria moglie e chi male, chi litiga, quale casa è stabile e quale no, come un medico che va in giro e tasta i polsi?
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«Tu hai la febbre, tu hai mal di testa, tu hai la gotta; tu digiuna, tu mangia, tu non fare il bagno; tu devi essere operato, tu cauterizzato.»
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Dove trova il tempo per questo chi è legato ai doveri privati? Non deve procurare vestitini ai figli? Suvvia, mandarli dal maestro con tavolette, strumenti per scrivere e libretti, e preparare anche per loro un lettuccio? Non possono infatti essere Cinici appena usciti dal ventre; altrimenti sarebbe stato meglio esporli alla nascita che ucciderli in questo modo.
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Guarda dove stiamo trascinando il Cinico, come gli togliamo la sua regalità.
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— «Sì, ma Cratete si sposò.» — Mi citi una circostanza eccezionale nata dall’amore e una donna che era un altro Cratete. Noi invece stiamo discutendo dei matrimoni ordinari e privi di circostanze particolari; e, considerando la questione in questo modo, non troviamo che nella situazione presente il matrimonio sia un dovere principale per il Cinico.
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«Come farà dunque», dice, «a conservare la società?» — Per dio, giovano di più agli uomini quelli che mettono al mondo al proprio posto due o tre bambini mocciosi, oppure quelli che, per quanto possono, sorvegliano tutti gli uomini, osservando che cosa fanno, come vivono, di che cosa si prendono cura e che cosa trascurano contro il loro dovere?
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E giovarono forse di più ai Tebani quelli che lasciarono loro dei figlioletti di Epaminonda, che morì senza figli? E Priamo, che generò cinquanta buoni a nulla, o Danao o Eolo contribuirono forse alla società più di Omero?
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Un comando militare o qualche altro incarico terrà dunque un uomo lontano dal matrimonio e dai figli, e non sembrerà che abbia accettato senza compenso la condizione di non avere figli; mentre la regalità del Cinico non sarà un compenso equivalente?
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Forse non ci rendiamo conto della sua grandezza e non ci rappresentiamo secondo il suo vero valore il carattere di Diogene, ma guardiamo ai Cinici di oggi, questi cani da mensa e da portone, che non imitano quelli antichi in nulla, se non forse nel diventare scorreggioni, e in nient’altro.
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Altrimenti queste questioni non ci turberebbero e non ci meraviglieremmo che il Cinico non si sposi o non abbia figli. Uomo, egli ha generato tutti gli uomini: gli uomini sono suoi figli, le donne sue figlie; a tutti si avvicina così, di tutti si prende cura così.
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Credi forse che insulti quelli che incontra per impicciarsi dei fatti altrui? Lo fa come padre, come fratello e come servitore del padre comune, Zeus.
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Se ti pare, chiedimi anche se parteciperà alla vita politica. Buffone, cerchi forse una vita politica più grande di quella a cui partecipa?
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Si presenterà forse fra gli Ateniesi a parlare di entrate o di risorse, lui che deve parlare a tutti gli uomini, agli Ateniesi come ai Corinzi e ai Romani, non di risorse né di entrate, né di pace o di guerra, ma di felicità e infelicità, di buona e cattiva sorte, di schiavitù e libertà?
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E mi chiedi se parteciperà alla vita politica, quando partecipa a una vita politica di tale grandezza? Chiedimi anche se ricoprirà una carica. Di nuovo ti dirò: sciocco, quale carica più grande di quella che già esercita?
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A un uomo simile occorre tuttavia anche un corpo di un certo tipo. Se infatti si presenta tisico, magro e pallido, la sua testimonianza non ha più la stessa forza.
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Non deve infatti soltanto, mostrando le qualità dell’anima, provare alle persone comuni che è possibile essere uomini buoni e virtuosi senza le cose che essi ammirano, ma deve anche mostrare col corpo che una vita semplice, frugale e all’aperto non rovina neppure il corpo:
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«Ecco, ne sono testimone io, e anche il mio corpo.» Così faceva Diogene: andava in giro pieno di vigore e attirava l’attenzione dei più anche con il suo stesso corpo.
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Un Cinico che suscita pietà sembra invece un mendicante: tutti se ne distolgono, tutti ne sono urtati. Non deve neppure apparire sporco, per non scacciare gli uomini anche per questo; perfino la sua trascuratezza deve essere pulita e attraente.
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Il Cinico deve inoltre possedere molta grazia naturale e acutezza — altrimenti è soltanto un moccioso e nient’altro — così da poter rispondere prontamente e in modo appropriato alle circostanze che si presentano.
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Come Diogene a quello che gli disse: «Sei tu quel Diogene che non crede che esistano gli dèi?» «E come potrei», rispose, «se ti considero nemico degli dèi?»
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E ancora, quando Alessandro gli si fermò accanto mentre dormiva e gli disse: «Non deve dormire tutta la notte un uomo cui spettano decisioni», ancora mezzo addormentato gli rispose: «A cui sono affidati i popoli e tante cure».
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Ma soprattutto la sua facoltà direttiva deve essere più pura del sole; altrimenti sarà necessariamente un giocatore d’azzardo e un uomo senza scrupoli, se, mentre egli stesso è preso in qualche male, rimprovera gli altri.
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Guarda infatti come stanno le cose. A questi re e tiranni le guardie e le armi danno il potere di rimproverare alcuni e anche di punire quelli che sbagliano, pur essendo essi stessi cattivi; al Cinico, invece delle armi e delle guardie, è la coscienza a conferire questo potere.
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Quando sa di aver vegliato e faticato per gli uomini, di essersi addormentato puro e di essere stato lasciato dal sonno ancora più puro; quando sa di aver pensato tutto ciò che ha pensato come amico degli dèi, come loro servitore, come partecipe del governo di Zeus, e ha sempre a portata di mano «Guidami, Zeus, e tu, Destino» e «Se agli dèi piace così, così sia»,
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perché non dovrebbe avere il coraggio di parlare con franchezza ai propri fratelli, ai propri figli, in una parola ai propri parenti?
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Per questo chi si trova in tale disposizione non è né indiscreto né impiccione: quando sorveglia le cose umane, non si immischia in cose altrui, ma si occupa delle proprie. Altrimenti chiama impiccione anche il generale quando passa in rassegna i soldati, li esamina, li sorveglia e punisce quelli che si comportano male.
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Ma se rimproveri gli altri tenendo un dolcetto sotto l’ascella, ti dirò: «Non vuoi piuttosto andare in un angolo e mangiarti ciò che hai rubato? Che cosa hai a che fare con le cose altrui?»
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Chi sei infatti? Sei il toro della mandria o la regina delle api? Mostrami i segni del comando, come quelli che essa possiede per natura. Se invece sei un fuco che pretende il regno delle api, non credi che i tuoi concittadini abbatteranno anche te, come le api fanno con i fuchi?
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Il Cinico deve possedere una capacità di sopportazione tale da sembrare ai più insensibile, una pietra. Nessuno lo insulta, nessuno lo colpisce, nessuno lo oltraggia: il suo corpicino lo ha consegnato lui stesso a chiunque voglia usarlo come vuole.
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Ricorda infatti che ciò che è inferiore deve necessariamente essere vinto da ciò che è superiore nell’ambito in cui è inferiore: il corpicino è inferiore alla moltitudine, il più debole ai più forti.
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Perciò non scende mai in questa contesa, dove può essere vinto, ma rinuncia subito alle cose altrui, non rivendica le cose servili.
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Ma là dove si tratta della scelta morale e dell’uso delle rappresentazioni, vedrai quanti occhi possiede, tanto da poter dire che Argo, al suo confronto, era cieco.
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Vi è forse in lui un assenso precipitoso, un impulso sconsiderato, un desiderio che fallisce, un’avversione che incappa in ciò che vuole evitare, un proposito che resta incompiuto, un rimprovero, un’umiliazione o un’invidia?
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Qui stanno tutta la sua attenzione e la sua disciplina; quanto alle altre cose, dorme supino e russa. Pace completa. Non esiste ladro della scelta morale, non esiste tiranno.
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Del corpicino? Sì. Dei piccoli possedimenti? Sì. E delle cariche e degli onori. Ma che gliene importa? Quando dunque qualcuno cerca di spaventarlo con queste cose, gli dice: «Va’, cerca i bambini: per loro le maschere fanno paura. Io so invece che sono di terracotta e che dentro non hanno nulla».
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È su un’impresa del genere che stai deliberando. Perciò, se ti pare, per dio, rimandala e guarda anzitutto quale preparazione possiedi.
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Guarda infatti che cosa dice anche Ettore ad Andromaca: «Va’ piuttosto a casa», dice, «e tessi; la guerra sarà cura di tutti gli uomini, e soprattutto mia».
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Era dunque consapevole sia della propria preparazione sia dell’incapacità di lei.