Diatriba IV.10 — Quali cose bisogna disprezzare e a quali dare importanza

Libro IV · 36 sezioni · IV 10
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Tutti gli uomini si trovano in difficoltà per le cose esterne, senza sapere che fare riguardo alle cose esterne: «Che cosa farò? Come andrà? Come finirà? Purché non accada questo, purché non accada quello».
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Tutte queste sono parole di chi si aggira intorno a cose che non dipendono dalla scelta morale. Chi dice infatti: «Come posso evitare di dare assenso al falso? Come posso evitare di allontanarmi dal vero?»
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Se uno è tanto ben disposto da preoccuparsi di queste cose, gli ricorderò: «Perché ti preoccupi? Dipende da te. Sta’ tranquillo: non precipitarti a dare assenso prima di aver applicato il criterio naturale».
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E ancora, se si preoccupa del desiderio, perché non resti insoddisfatto e non fallisca il proprio scopo,
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e dell’avversione, perché non incappi in ciò che vuole evitare, anzitutto lo bacerei, perché, lasciate le cose per cui gli altri sono agitati e le loro paure, si è preso cura delle proprie attività, là dove egli stesso è.
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Poi gli direi: «Se non vuoi desiderare in modo da fallire il tuo scopo né provare avversione in modo da incappare in ciò che vuoi evitare, non desiderare nulla di ciò che è altrui e non provare avversione per nulla che non dipenda da te. Altrimenti dovrai necessariamente fallire e incappare in ciò che vuoi evitare».
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Quale difficoltà rimane qui? Dove c’è posto per «Come andrà?», «Come finirà?», «Purché non accada questo o quello»?
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Ora, ciò che accadrà non dipende forse dalla scelta morale? — «Sì.» — E l’essenza del bene e del male non sta forse nelle cose che dipendono dalla scelta morale? — «Sì.» — Puoi dunque usare secondo natura qualunque cosa accada? Qualcuno può impedirtelo?
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— «Nessuno.» — Non dirmi dunque più: «Come andrà?» Comunque vada, tu ne farai buon uso e ciò che sarà accaduto diventerà per te una buona sorte.
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Che Eracle sarebbe stato, se avesse detto: «Come posso evitare che mi si presenti un grande leone, un grande cinghiale o uomini feroci?» E che te ne importa? Se si presenta un grande cinghiale, affronterai una prova più grande; se uomini cattivi, libererai il mondo da uomini cattivi.
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— «E se così morirò?» — Morirai da uomo buono, mentre compi un’azione nobile. Poiché infatti bisogna comunque morire, necessariamente la morte ci troverà mentre facciamo qualcosa: coltiviamo la terra, scaviamo, commerciamo, esercitiamo il consolato, soffriamo di indigestione o di diarrea.
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Che cosa vuoi dunque essere trovato a fare dalla morte? Quanto a me, vorrei qualche azione umana, benefica, utile alla comunità, nobile.
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E se non posso essere trovato a fare cose tanto grandi, almeno quella che non può essermi impedita e che mi è concessa: correggere me stesso, perfezionare la facoltà che usa le rappresentazioni, lavorare alla libertà dalle passioni, rendere alle relazioni ciò che loro spetta; e, se sono tanto fortunato, accostarmi anche al terzo ambito, quello della sicurezza dei giudizi.
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Se la morte mi coglie mentre faccio queste cose, mi basta poter tendere le mani a Dio e dire: «I mezzi che ho ricevuto da te per comprendere il tuo governo e seguirlo non li ho trascurati; per quanto dipendeva da me, non ti ho disonorato.
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Guarda come ho usato i sensi, guarda come ho usato le prenozioni. Ti ho mai biasimato? Mi sono mai mostrato scontento di qualcosa che accadeva o ho desiderato che avvenisse diversamente? Ho forse trasgredito le mie relazioni?
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Ti ringrazio perché mi hai generato e per ciò che mi hai dato. Mi basta aver usato per il tempo concesso ciò che era tuo. Riprendilo e assegnalo al posto che vuoi: tutto era tuo, tu me lo hai dato».
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Non basta uscire dalla vita in questa disposizione? Quale vita è migliore o più dignitosa di quella di chi vive così, e quale conclusione più felice?
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Ma perché questo accada, bisogna sopportare cose non piccole e rinunciare a cose non piccole. Non puoi volere insieme essere console e avere queste cose, occuparti dei campi e avere queste cose, preoccuparti degli schiavi e di te stesso.
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Se però vuoi qualcosa di ciò che è altrui, hai perduto ciò che è tuo. Questa è la natura della cosa: nulla si ottiene gratuitamente.
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E che c’è di sorprendente? Se vuoi essere console, devi vegliare, correre qua e là, baciare mani, consumarti davanti alle porte altrui, dire molte cose e farne molte indegne di un uomo libero, mandare doni a molti e regali quotidiani ad alcuni. E che cosa se ne ricava?
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Dodici fasci di verghe, sedere tre o quattro volte sul tribunale, offrire giochi nel circo e dare pranzi in cestini. Oppure qualcuno mi mostri che cosa vi sia oltre a questo.
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E per la libertà dalle passioni, per l’imperturbabilità, per dormire davvero quando dormi ed essere davvero sveglio quando sei sveglio, per non temere nulla e non essere in ansia per nulla, non vuoi spendere niente, non vuoi faticare per niente?
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Ma se, mentre ti occupi di queste cose, qualcosa di tuo va perduto o viene speso male, oppure un altro ottiene ciò che avresti dovuto ottenere tu, ti irriti subito per ciò che è accaduto?
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Non metterai a confronto che cosa ricevi in cambio di che cosa, quanto in cambio di quanto? Vuoi ottenere gratuitamente cose tanto grandi? E come sarebbe possibile?
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Un’attività non si concilia con un’altra. Non puoi prenderti cura delle cose esterne e insieme della tua facoltà direttiva. Se vuoi quelle, lascia questa; altrimenti non avrai né questa né quelle, trascinato in entrambe le direzioni. Se vuoi questa, devi lasciare quelle.
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L’olio si verserà, gli utensili andranno perduti; ma io resterò libero dalle passioni. Scoppierà un incendio mentre non ci sono e i libri andranno perduti; ma io userò le rappresentazioni secondo natura. «Ma non avrò da mangiare.»
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Se sono così disgraziato, morire è un porto. Questo è il porto di tutti, la morte; questo il rifugio. Per questo nulla di ciò che accade nella vita è insopportabile.
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Quando vuoi, sei uscito e non sei più soffocato dal fumo. Perché dunque sei in ansia, perché vegli la notte? Perché non consideri subito dove stanno il tuo bene e il tuo male e dici: «Entrambi dipendono da me; nessuno può togliermi il primo né impormi il secondo contro la mia volontà»?
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Perché dunque non mi sdraio e russo? Le cose mie sono al sicuro; delle cose altrui si occuperà chi le riceve, secondo come vengono date da colui che ne ha il potere.
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Chi sono io per volere che esse stiano in questo modo o in quell’altro? Mi è forse data la scelta su di esse? Qualcuno mi ha forse nominato loro amministratore? Mi basta ciò su cui ho potere. Queste cose devo renderle quanto migliori possibile; il resto sia come vuole il loro padrone.
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Chi tiene davanti agli occhi queste cose resta sveglio e si gira da una parte e dall’altra? Che cosa vuole o che cosa rimpiange? Patroclo, Antiloco o Menelao? Quando infatti ha mai ritenuto immortale uno dei suoi amici? Quando non ha avuto davanti agli occhi che domani o dopodomani dovrà morire o lui o l’amico?
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«Sì», dice, «ma pensavo che mi sarebbe sopravvissuto e avrebbe allevato mio figlio.» Eri dunque stolto e presumevi ciò che era incerto. Perché allora non accusi te stesso, invece di sederti a piangere come le ragazze?
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«Ma era lui a prepararmi da mangiare.» Perché era vivo, sciocco; ora non può più. Ma te lo preparerà Automedonte; e se muore anche Automedonte, ne troverai un altro.
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Se si rompe la pentola in cui ti si cuoceva la carne, devi forse morire di fame perché non hai più la pentola abituale? Non mandi a comprarne un’altra nuova?
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«Non potrebbe capitarmi male peggiore», dice. È questo dunque il tuo male? E invece di eliminare questo giudizio accusi tua madre perché non te lo predisse, così da poter soffrire continuamente fin da allora?
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Che cosa credete? Non avrà Omero composto apposta queste cose perché vedessimo che i più nobili, i più forti, i più ricchi e i più belli, se non possiedono i giudizi che devono avere, nulla impedisce che siano i più miseri e infelici?