Diatriba I.1 — Su ciò che dipende da noi e ciò che non dipende da noi

Libro I · 32 sezioni · I 1
1
Tra le altre facoltà non ne troverete nessuna capace di contemplare se stessa e, di conseguenza, neppure di approvare o disapprovare.
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Fino a che punto la grammatica possiede la capacità di contemplare? Fino a distinguere le lettere. E la musica? Fino a distinguere la melodia.
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Ma qualcuna di esse contempla se stessa? Nient’affatto. Quando, per esempio, devi scrivere qualcosa a un amico, la grammatica ti dirà quali parole bisogna scrivere; ma se si debba scrivere o non scrivere all’amico, la grammatica non lo dirà. E così la musica riguardo alle melodie: se ora si debba cantare e suonare la cetra, oppure non cantare né suonare, non lo dirà.
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Chi lo dirà, dunque? Quella facoltà che contempla se stessa e tutte le altre cose. E qual è? La facoltà razionale: essa sola ci è stata data anche per comprendere se stessa, che cosa sia, che cosa possa e quale valore abbia, e tutte le altre facoltà.
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Che cos’altro, infatti, dice che l’oro è bello? L’oro stesso non lo dice. È chiaro: la facoltà che usa le rappresentazioni.
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Che cos’altro distingue la musica, la grammatica e le altre facoltà, giudica i loro usi e indica le occasioni opportune per servirsene? Nient’altro.
7
Come era giusto, dunque, gli dèi hanno posto in nostro potere soltanto ciò che è più forte di tutto e domina tutto: il retto uso delle rappresentazioni; le altre cose, invece, non sono in nostro potere. Forse perché non volevano?
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Io credo che, se avessero potuto, ci avrebbero affidato anche quelle; ma certamente non potevano.
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Poiché siamo sulla terra, legati a un corpo come questo e a compagni come questi, come sarebbe stato possibile non essere ostacolati, in queste cose, da ciò che è esterno? Ma che cosa dice Zeus?
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«Epitteto, se fosse stato possibile, avrei reso libero e non soggetto a impedimenti anche il tuo corpicino e i tuoi piccoli possedimenti.
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Ma ora non dimenticarlo: questo non è tuo, è argilla finemente impastata.
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E poiché non potevo fare questo, ti abbiamo dato una parte di noi: questa facoltà di muoverti verso e di ritrarti, di desiderare e di avversare, e in generale di usare le rappresentazioni. Se avrai cura di essa e porrai in essa ciò che è tuo, non sarai mai impedito, mai ostacolato; non gemerai, non accuserai, non adulerai nessuno. E allora? Ti sembrano forse cose da poco?» «Niente affatto.»
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«Ti bastano, dunque?» «Lo chiedo agli dèi.»
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Ora invece, pur potendo aver cura di una cosa sola e legarci a una sola, preferiamo aver cura di molte e legarci a molte: al corpo, ai possedimenti, al fratello, all’amico, al figlio, allo schiavo.
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E così, legati a molte cose, ne siamo appesantiti e trascinati in basso.
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Per questo, quando non si può salpare, ce ne stiamo seduti a tormentarci e continuiamo a sporgere il capo: «Che vento soffia?» «Borea.» Che ce ne importa? «Quando soffierà Zefiro?» Quando parrà bene a lui, mio caro, o a Eolo. Dio non ha fatto te amministratore dei venti, ma Eolo.
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Che fare, dunque? Rendere nel modo migliore possibile ciò che è in nostro potere e servirci delle altre cose secondo la loro natura. «E qual è la loro natura?» Come Dio vuole.
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«Dunque devo essere decapitato proprio io, adesso, da solo?» E che cosa volevi? Che fossero decapitati tutti, perché tu avessi consolazione?
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Non vuoi tendere il collo come quel Laterano che, a Roma, ricevette da Nerone l’ordine di essere decapitato? Tese il collo, ricevette il colpo e, poiché il colpo fu debole, lo ritrasse per un momento; poi lo tese di nuovo.
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Ma già prima, quando Epafrodito, liberto di Nerone, gli si era avvicinato e lo interrogava sulla ragione del suo contrasto con l’imperatore, disse: «Se avrò qualcosa da dire, lo dirò al tuo padrone.»
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Che cosa bisogna dunque avere pronto in circostanze simili? Che altro, se non sapere che cosa è mio e che cosa non è mio, che cosa mi è consentito e che cosa non mi è consentito?
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Devo morire. Devo forse anche gemere? Essere incatenato. Devo forse anche lamentarmi? Essere mandato in esilio. Ma chi mi impedisce di andarci ridendo, sereno e tranquillo?
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«Dimmi i segreti.» Non li dico: questo dipende da me. «Ma ti incatenerò.» Uomo, che dici? Me? Incatenerai la mia gamba; ma la mia scelta morale neppure Zeus può vincerla.
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«Ti getterò in prigione.» Il mio corpicino. «Ti farò decapitare.» Quando mai ti ho detto che soltanto il mio collo non può essere tagliato?
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Queste sono le cose su cui i filosofi dovrebbero meditare, queste scrivere ogni giorno, in queste esercitarsi.
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Trasea era solito dire: «Preferisco essere ucciso oggi piuttosto che esiliato domani.»
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E che cosa gli disse Rufo? «Se scegli la morte come il male più grave, che follia è mai questa scelta? Se invece la scegli come il più lieve, chi ti ha dato la scelta? Non vuoi esercitarti ad accontentarti di ciò che ti è stato dato?»
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Per questo Agrippino che cosa diceva? «Io non divento un ostacolo a me stesso.» Gli fu annunciato: «Sei sotto processo in Senato.»
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«Buona fortuna. Ma è arrivata la quinta ora» — a quell’ora era solito fare esercizio e poi un bagno freddo —.
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«Andiamo dunque ad allenarci.» Dopo che si fu allenato, qualcuno venne a dirgli: «Sei stato condannato.» «All’esilio», disse, «o a morte?» «All’esilio.» «E il patrimonio?» «Non è stato confiscato.» «Andiamo allora ad Aricia e pranziamo.»
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Ecco che cosa significa essersi esercitati in ciò in cui bisogna esercitarsi: aver reso desiderio e avversione liberi da impedimenti e da ciò in cui non si vuole incorrere. Devo morire.
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Se adesso, muoio adesso; se fra poco, ora pranzo, perché è l’ora di pranzo, e poi morirò. Come? Come si conviene a chi restituisce ciò che appartiene ad altri.