Alcune cose gli uomini le ammettono facilmente, altre no. Nessuno, dunque, ammetterà di essere stolto o privo d’intelligenza; al contrario, sentirai tutti dire: «Magari avessi tanta fortuna quanto senno».
Diatriba II.21 — Sull’incoerenza
Ammettono invece facilmente di essere vili e dicono: «Sono piuttosto vile, lo riconosco; ma per il resto non mi troverai uno sciocco».
Uno non ammetterà facilmente di essere intemperante, e per nulla di essere ingiusto; difficilmente ammetterà di essere invidioso o impiccione; la maggior parte, invece, ammette di essere compassionevole.
Qual è dunque la causa? La principale è l’incoerenza e la confusione riguardo ai beni e ai mali; per altri vi sono cause diverse e, in generale, ciò che immaginano vergognoso non lo ammettono volentieri.
Essere vili e compassionevoli, invece, lo considerano proprio di un’indole mite; essere stupidi, invece, proprio in tutto e per tutto di uno schiavo. E non ammettono volentieri neppure le colpe che riguardano i rapporti con gli altri.
Nella maggior parte degli errori sono indotti ad ammetterli soprattutto perché vi vedono qualcosa di involontario, come nella viltà e nella compassione.
E se uno ammette in qualche misura di essere intemperante, vi aggiunge l’amore, per essere perdonato come per qualcosa di involontario. L’ingiustizia, invece, non la considerano affatto involontaria. Anche nella gelosia, secondo loro, c’è qualcosa di involontario; perciò ammettono in qualche misura anche questa.
Vivendo dunque fra uomini di questo genere, così confusi, così ignari di ciò che dicono, di quale male abbiano, se pure ne abbiano uno, da che cosa derivi e come possano liberarsene, credo che valga la pena sorvegliare continuamente anche se stessi:
«Non sarò anch’io uno di loro? Quale rappresentazione ho di me stesso? Come tratto me stesso? Forse anch’io come un uomo assennato? Forse come uno padrone di sé? Non dico anch’io talvolta di essere stato educato ad affrontare ciò che viene?»
Ho la consapevolezza che deve avere chi non sa nulla, cioè di non sapere nulla? Vado dal maestro come si va all’oracolo, preparato a obbedire? Oppure anch’io entro nella scuola pieno di catarro, soltanto per imparare informazioni e comprendere libri che prima non comprendevo e, magari, spiegarli poi agli altri?
Uomo, a casa hai fatto a pugni con il tuo piccolo schiavo, hai messo sottosopra la casa, hai sconvolto i vicini; e vieni da me con la veste ben sistemata, come un saggio, e seduto giudichi come ho spiegato un’espressione e come mai abbia detto le sciocchezze che mi sono venute in mente?
Sei venuto pieno d’invidia, abbattuto perché da casa non ti mandano nulla, e mentre si tengono le lezioni te ne stai seduto pensando soltanto a come si comporta con te tuo padre o tuo fratello.
«Che cosa dicono di me quelli laggiù? Ora pensano che io stia facendo progressi e dicono: “Tornerà sapendo tutto”.»
«Vorrei in qualche modo tornare dopo aver imparato tutto, ma ci vuole molta fatica, nessuno mi manda nulla, a Nicopoli i bagni sono pessimi, a casa si sta male e qui si sta male.»
E poi dicono: «Nessuno trae beneficio dalla scuola». Ma chi viene a scuola? Chi vi viene come per farsi curare? Chi vi porta i propri giudizi perché siano purificati? Chi viene per rendersi conto di ciò di cui ha bisogno?
Perché dunque vi meravigliate se riportate via proprio ciò che avete portato a scuola? Non venite infatti per deporlo, correggerlo o ricevere qualcos’altro al suo posto.
Macché: neppure lontanamente. Guardate piuttosto se ottenete ciò per cui venite. Volete parlare delle dottrine. E allora? Non diventate più chiacchieroni? Le dottrinucole non vi forniscono materia per fare sfoggio? Non analizzate sillogismi e argomenti che mutano di significato? Non passate in rassegna le premesse del Mentitore e gli argomenti ipotetici? Perché dunque vi indignate se ottenete proprio ciò per cui siete qui?
«Sì, ma se mi muore il figlio o il fratello, oppure se devo morire io o essere torturato, a che cosa mi serviranno queste cose?»
Ma sei forse venuto per questo? È per questo che siedi accanto a me? È per questo che hai mai acceso la lampada o vegliato? Oppure, uscito a passeggiare, ti sei mai proposto una rappresentazione invece di un sillogismo e l’avete esaminata insieme?
Quando mai? E poi dite che le dottrine sono inutili. A chi? A quelli che non le usano come devono. I colliri non sono inutili per chi li applica quando e come deve, né sono inutili gli impiastri, né i pesi ginnici: sono inutili per alcuni, utili per altri.
Se ora mi chiedi: «I sillogismi sono utili?», ti dirò che sono utili e, se vuoi, ti dimostrerò anche come. «Ma a me sono serviti?» Uomo, non mi hai chiesto se siano utili a te, ma in generale.
Mi chieda anche chi soffre di dissenteria se l’aceto è utile: dirò che è utile. «E per me è utile?» Dirò di no. Cerca prima di fermare il flusso e di far cicatrizzare le ulcerazioni. E anche voi, uomini, curate prima le vostre ferite, fermate i vostri flussi, calmate la mente e portatela a scuola libera da distrazioni; allora conoscerete quale forza possiede la ragione.