Quando vedo un uomo in ansia, dico: «Che cosa vuole costui? Se non volesse qualcosa che non dipende da lui, come potrebbe essere ancora in ansia?»
Diatriba II.13 — Sull’ansia
Per questo anche il cantore con la cetra, quando canta da solo, non è in ansia; ma lo è quando entra in teatro, anche se ha una voce eccellente e suona bene la cetra. Non vuole infatti soltanto cantare bene, ma anche ottenere approvazione, e questo non dipende più da lui.
Dove possiede la competenza, dunque, lì ha fiducia: mettigli davanti un profano qualsiasi e non se ne cura. Dove invece non sa e non si è esercitato, lì è in ansia.
E che cos’è questo? Non sa che cosa sia una folla né che cosa sia la lode della folla. Ha imparato a toccare la corda più acuta e quella più grave; ma che cosa sia la lode della gente e quale forza abbia nella vita, non lo sa né si è esercitato a comprenderlo.
Di conseguenza deve tremare e impallidire. Quando vedo qualcuno spaventato, dunque, non posso dire che non sia un cantore con la cetra; ma posso dire altre cose di lui, e non una sola, bensì molte.
E anzitutto lo chiamo straniero e dico: «Quest’uomo non sa in quale parte della terra si trovi; pur soggiornandovi da tanto tempo, ignora le leggi della città, le consuetudini, che cosa sia consentito e che cosa no. E non si è mai procurato neppure un giurista che gli dicesse e gli spiegasse le leggi».
Eppure non scrive un testamento senza sapere come vada scritto o senza rivolgersi a chi lo sa, né appone il sigillo a una fideiussione né redige un atto di garanzia senza criterio; ma usa il desiderio senza un giurista, e così l’avversione, l’impulso, il proposito e l’intenzione.
Come, senza un giurista? Non sa che vuole ciò che non gli è concesso e non vuole ciò che è necessario; non sa né che cosa sia suo né che cosa appartenga ad altri. Se lo sapesse, non sarebbe mai ostacolato, mai impedito, non sarebbe in ansia.
E come potrebbe? Si ha forse paura per cose che non sono mali? — No. — E per mali che dipende da noi impedire che accadano?
— Nient’affatto. — Se dunque le cose estranee alla scelta morale non sono né beni né mali, mentre tutto ciò che dipende dalla scelta morale è in nostro potere e nessuno può sottrarcele né imporci, tra esse, ciò che non vogliamo, dove resta ancora posto per l’ansia?
Eppure siamo in ansia per il corpicino, per il piccolo patrimonio, per ciò che penserà Cesare, e per nulla di ciò che è dentro di noi. Forse per non formulare un giudizio falso? — No: dipende da me. — Forse per non muovermi contro natura? — Neppure per questo. —
Quando dunque vedi qualcuno impallidire, come il medico dal colorito dice: «A costui è malata la milza, a quello il fegato», così anche tu di’: «A costui sono malati il desiderio e l’avversione; non stanno bene, sono infiammati».
Nient’altro infatti fa cambiare colore, né provoca tremore, né battere di denti, né fa cedere le ginocchia e rannicchiarsi sui due piedi.
Per questo Zenone, dovendo incontrare Antigono, non era in ansia: delle cose che Zenone ammirava, Antigono non aveva potere su nessuna, e delle cose su cui Antigono aveva potere Zenone non si curava.
Antigono invece, dovendo incontrare Zenone, era in ansia, e a ragione: voleva piacergli, e questo era fuori dal suo potere. Zenone invece non voleva piacere ad Antigono, come nessun esperto vuole piacere a chi non conosce la sua arte.
Io dovrei voler piacere a te? Per quale ragione? Conosci forse i criteri secondo cui un uomo giudica un altro uomo? Ti sei preoccupato di sapere che cosa sia un uomo buono e che cosa uno cattivo, e come si diventi l’uno o l’altro? Perché dunque tu stesso non sei buono?
— Come, dice, non lo sono? — Perché nessun uomo buono si affligge o geme, nessuno si lamenta, nessuno impallidisce e trema né dice: «Come mi accoglierà? Come mi ascolterà?»
Schiavo, come gli parrà. Che cosa t’importa delle cose altrui? Non è forse un errore suo accogliere male ciò che viene da te? — Certamente. — Ma può l’errore essere di uno e il male di un altro? — No. — Perché dunque sei in ansia per ciò che appartiene ad altri?
— Sì, ma sono in ansia per come gli parlerò. — E non puoi forse parlargli come vuoi? — Ma temo di confondermi.
— Se devi scrivere il nome di Dione, temi forse di confonderti? — Nient’affatto. — Perché? Non perché ti sei esercitato a scrivere? — Certamente. — E se dovessi leggerlo, non ti sentiresti allo stesso modo? — Allo stesso modo. — Perché? Perché ogni arte dà forza e fiducia nelle cose che le appartengono.
Dunque non ti sei esercitato a parlare? E che cos’altro facevi nella scuola? — Sillogismi e argomenti che mutano di significato. — A quale scopo? Non per discutere con competenza? E discutere con competenza non significa forse farlo al momento opportuno, con sicurezza e intelligenza, senza inciampare né essere ostacolati e, oltre a tutto questo, con fiducia? — Sì.
— Dunque, da cavaliere sceso in campo contro un uomo a piedi, sei in ansia proprio là dove tu ti sei esercitato e lui no? — Sì, ma ha il potere di uccidermi.
— Allora di’ la verità, disgraziato, e non vantarti, non pretendere di essere filosofo e non ignorare chi sono i tuoi padroni; finché offrirai questa presa attraverso il corpo, segui chiunque sia più forte di te.
A parlare si era esercitato Socrate, lui che discuteva così con i tiranni, con i giudici e in prigione. A parlare si era esercitato Diogene, lui che parlava così con Alessandro, con Filippo, con i pirati e con colui che lo aveva comprato…
Quelli avevano fiducia nelle cose in cui si erano esercitati. Tu invece va’ alle tue cose e non allontanartene mai: va’ a sederti in un angolo, intreccia sillogismi e proponili a un altro.
Non c’è in te un uomo capace di guidare una città.