Diatriba II.26 — Che cosa è proprio dell’errore

Libro II · 7 sezioni · II 26
1
Ogni errore contiene una contraddizione. Infatti chi sbaglia non vuole sbagliare, ma agire rettamente; è chiaro dunque che non fa ciò che vuole.
2
Che cosa vuole fare il ladro? Ciò che gli conviene. Dunque, se rubare non gli conviene, non fa ciò che vuole.
3
Ogni anima razionale ha per natura avversione alla contraddizione; finché non si rende conto di essere in contraddizione, nulla le impedisce di fare cose contraddittorie. Ma una volta che se ne accorge, è necessariamente costretta ad allontanarsi dalla contraddizione e a fuggirla, proprio come chi si accorge che qualcosa è falso è necessariamente costretto a negargli l’assenso; finché però non gli appare falso, vi assente come se fosse vero.
4
È dunque abile nel ragionamento, e insieme capace di esortare e confutare, chi sa mostrare a ciascuno la contraddizione per cui sbaglia e rendere chiaramente evidente come non faccia ciò che vuole e faccia invece ciò che non vuole.
5
Se infatti qualcuno gli mostra questo, egli stesso si ritirerà da ciò che fa. Finché invece non glielo mostri, non meravigliarti se persiste: lo fa infatti perché ne ha la rappresentazione di un’azione retta.
6
Per questo anche Socrate, confidando in questa capacità, diceva: «Non sono solito chiamare nessun altro a testimoniare ciò che dico; mi basta sempre il mio interlocutore: chiedo il suo voto, chiamo lui a testimone, e lui solo mi basta al posto di tutti.»
7
Sapeva infatti da che cosa è mossa un’anima razionale: inclinerà come una bilancia, che tu lo voglia oppure no. Mostra una contraddizione alla facoltà direttiva razionale e se ne allontanerà; se invece non gliela mostri, biasima piuttosto te stesso che chi non si lascia persuadere.