Ogni errore contiene una contraddizione. Infatti chi sbaglia non vuole sbagliare, ma agire rettamente; è chiaro dunque che non fa ciò che vuole.
Diatriba II.26 — Che cosa è proprio dell’errore
Che cosa vuole fare il ladro? Ciò che gli conviene. Dunque, se rubare non gli conviene, non fa ciò che vuole.
Ogni anima razionale ha per natura avversione alla contraddizione; finché non si rende conto di essere in contraddizione, nulla le impedisce di fare cose contraddittorie. Ma una volta che se ne accorge, è necessariamente costretta ad allontanarsi dalla contraddizione e a fuggirla, proprio come chi si accorge che qualcosa è falso è necessariamente costretto a negargli l’assenso; finché però non gli appare falso, vi assente come se fosse vero.
È dunque abile nel ragionamento, e insieme capace di esortare e confutare, chi sa mostrare a ciascuno la contraddizione per cui sbaglia e rendere chiaramente evidente come non faccia ciò che vuole e faccia invece ciò che non vuole.
Se infatti qualcuno gli mostra questo, egli stesso si ritirerà da ciò che fa. Finché invece non glielo mostri, non meravigliarti se persiste: lo fa infatti perché ne ha la rappresentazione di un’azione retta.
Per questo anche Socrate, confidando in questa capacità, diceva: «Non sono solito chiamare nessun altro a testimoniare ciò che dico; mi basta sempre il mio interlocutore: chiedo il suo voto, chiamo lui a testimone, e lui solo mi basta al posto di tutti.»
Sapeva infatti da che cosa è mossa un’anima razionale: inclinerà come una bilancia, che tu lo voglia oppure no. Mostra una contraddizione alla facoltà direttiva razionale e se ne allontanerà; se invece non gliela mostri, biasima piuttosto te stesso che chi non si lascia persuadere.