Per quanto riguarda le rappresentazioni di carattere teorico, quasi tutti riconoscono che il bene e il male stanno in noi, non nelle cose esterne.
Diatriba III.20 — Che si può trarre vantaggio da tutte le cose esterne
Nessuno dice che sia un bene che sia giorno, un male che sia notte, e il più grande dei mali che tre siano quattro. Che cosa diciamo, invece?
Che la conoscenza è un bene e l’errore un male, cosicché perfino riguardo al falso nasce un bene: sapere che è falso.
Così dovrebbe essere anche nella vita. La salute è un bene e la malattia un male? No, uomo. E allora? Essere sani nel modo giusto è un bene, esserlo nel modo sbagliato un male. — Dunque si può trarre vantaggio anche dalla malattia? — Per dio, non si può forse trarlo anche dalla morte? E dalla menomazione?
Ti sembra che Meneceo abbia tratto poco vantaggio morendo? — Potrebbe forse chi dice cose simili trarne tanto quanto ne trasse lui? — Suvvia, uomo: non conservò forse il patriota, l’uomo magnanimo, leale, nobile? E se fosse sopravvissuto, non avrebbe perduto tutte queste qualità?
Non avrebbe acquistato quelle opposte? Non sarebbe diventato vile, ignobile, nemico della patria, attaccato alla vita? Suvvia, ti sembra che morendo abbia tratto poco vantaggio?
No: fu forse il padre di Admeto a trarre un grande vantaggio dal vivere in modo tanto ignobile e miserabile?
Non morì forse anche lui più tardi? Smettete, per gli dèi, di ammirare le cose che costituiscono soltanto la materia su cui agire; smettete di rendervi schiavi, prima delle cose e poi, a causa loro, anche degli uomini capaci di procurarvele o di togliervеле.
Si può dunque trarre vantaggio da queste cose? — Da tutte. — Anche da chi ti insulta? — E quale vantaggio trae l’atleta dal compagno con cui si allena? Grandissimo. Anche costui diventa il mio compagno d’allenamento: esercita la mia capacità di sopportare, di non adirarmi, di essere mite.
No: chi mi afferra per il collo e mi allena i lombi e le spalle mi giova; l’allenatore fa bene a dirmi: «Solleva un pestello con entrambe le mani», e quanto più è pesante, tanto più ne traggo vantaggio. Ma se uno mi esercita a non adirarmi, non mi giova?
Questo significa non sapere trarre vantaggio dagli uomini. Un cattivo vicino? Cattivo per sé; per me, invece, buono: esercita la mia equità, la mia mitezza.
Un cattivo padre? Cattivo per sé; per me, invece, buono. Questa è la verga di Ermes: «Tocca ciò che vuoi», si dice, «e diventerà d’oro». No: porta ciò che vuoi e io lo renderò un bene. Porta malattia, porta morte, porta povertà, porta insulti, porta un processo capitale: grazie alla verga di Ermes, tutto questo diventerà utile.
Che cosa farai della morte? Che altro, se non far sì che ti dia lustro o mostrare nei fatti, per mezzo suo, che cosa sia un uomo che segue la volontà della natura?
Che cosa farai della malattia? Ne mostrerò la natura, mi distinguerò in essa, resterò saldo, vivrò serenamente, non adulerò il medico, non pregherò di morire.
Che altro cerchi? Qualunque cosa tu mi dia, io ne farò qualcosa di felice, propizio, nobile, degno d’emulazione.
No: «Bada di non ammalarti: è un male». È come se uno dicesse: «Bada di non avere mai la rappresentazione che tre siano quattro: è un male». Uomo, in che modo sarebbe un male? Se la giudico come devo, come potrà ancora danneggiarmi? Non mi gioverà, piuttosto?
Se dunque giudico come devo la povertà, la malattia, il non avere una carica, non mi basta? Non diventeranno cose utili? Come potrei allora cercare ancora il bene e il male nelle cose esterne?
Ma che cosa accade? Queste cose valgono finché siamo qui, e nessuno se le porta a casa; appena usciti, subito guerra con il ragazzetto, con i vicini, con chi ci prende in giro, con chi ride di noi.
Che Lesbio stia bene: ogni giorno mi dimostra che non so nulla.